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Il nemico siamo noi. Breve analisi del “nuovo” pacchetto sicurezza

Anna Capretta

Un decreto legge e un disegno di legge: così si compone il nuovo pacchetto sicurezza a firma del governo Meloni, a meno di un anno da quello precedente. Il disegno di legge, che per essere approvato dovrà seguire il normale iter parlamentare, tocca in realtà ben poche questioni rilevanti: ciò che al governo interessava incassare in fretta è stato incluso nel decreto legge, consolidando la pratica ormai pluridecennale di produrre norme in materia di sicurezza attraverso lo strumento della decretazione d’urgenza, che permette di scavalcare il dibattito parlamentare.

Viene quindi da chiedersi cosa sia successo in meno di un anno per giustificare una tale urgenza. Il governo, attraverso un’influenza sempre maggiore sui canali mediatici, ha costruito la sua risposta nelle ultime settimane: un presunto aumento della violenza di piazza, culminato negli scontri avvenuti durante il corteo nazionale a Torino indetto il 31 gennaio per rispondere allo sgombero dello storico centro sociale Askatasuna. Da Meloni a Piantedosi, si è parlato di “attacco contro lo Stato”, “terrorismo”, “nuove brigate rosse”. Parole che riportano alla mente gli anni Settanta e che di riflesso sono volte a legittimare teoremi repressivi simili a quelli elaborati allora, fondati sulla criminalizzazione di chi esprimeva una visione politica alternativa. Perché di questo parla il nuovo pacchetto sicurezza: criminalizzazione del dissenso politico e della marginalità sociale. E lo fa in maniera sfacciata, seguendo l’invito di Meloni, che, dopo aver ricevuto l’ok del Quirinale alla bozza del decreto legge, esorta “tutti coloro che sono coinvolti nel garantire la sicurezza” ad adottare “un approccio più duro”. Il messaggio è chiaro: punire, anche in maniera preventiva, per mantenere l’ordine.

Questa accelerata repressiva del governo non avviene nel vuoto, ma si configura come una risposta a un effettivo aumento del conflitto politico e sociale a seguito del movimento del “Blocchiamo tutto”, che da settembre a novembre ha visto il Paese bloccato da oltre un milione di persone scese più volte in piazza. Si è trattato di un momento storico, che ha segnato un cambiamento nei rapporti di forza tra chi governa e chi è governato, che ha riscoperto il potere del blocco popolare e dello sciopero generale. Chi governa ha risposto a questo cambiamento dei rapporti di forza alzando il tiro, iniziando con un aumento della repressione poliziesca nelle piazze (ad esempio, massiccio uso di idranti e lacrimogeni in contesti urbani) e continuando con gli strumenti del diritto penale (ad esempio denunce e misure cautelari) e amministrativo (come multe e fogli di via), arrivando allo sgombero del centro sociale Askatasuna. Nel frattempo si stava preparando un nuovo pacchetto sicurezza, messo sul piatto quando la rappresentazione scientificamente distorta del corteo torinese del 31 gennaio ha offerto l’occasione giusta per ottenere una rapida approvazione.

Breve analisi del decreto legge

Il nuovo decreto legge[2]  è stato scritto in continuità con quello precedente, che si concentrava principalmente su dissenso politico, carcere, immigrazione e marginalità sociale. Le questioni che aprono e chiudono il nuovo decreto sono proprio quelle della marginalità sociale e dell’immigrazione. Per quanto riguarda le persone migranti, vengono introdotti alcuni articoli che rendono più rapide le procedure di espulsione (per cui viene eliminata la possibilità di ricorrere al gratuito patrocinio) e rendono più complessi i ricongiungimenti familiari, con la promessa del ministro dell’interno dell’arrivo a breve di un nuovo decreto ad hoc. Per quanto riguarda la marginalità sociale, il focus è soprattutto sulla cosiddetta violenza giovanile, con l’evocazione della figura dei “maranza” nei vari articoli che riguardano la vendita, l’utilizzo e il porto di coltelli.

Il tema centrale del nuovo decreto è però senza ombra di dubbio quello del dissenso politico, che viene ulteriormente criminalizzato attraverso forme punitive e di deterrenza, che rendono un rischio sempre più grande la scelta di scendere in piazza. Il tema del dissenso si trova già nell’articolo che va a “normalizzare” le zone rosse, permettendo ai Prefetti di istituirle anche in assenza di condizioni urgenti. Questa operazione di normalizzazione si lega a quella di allargamento dei soggetti che potranno essere colpiti da ordini di allontanamento e divieti di accesso dalle aree urbane designate, includendo anche persone che risultino denunciate o condannate, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti, per reati commessi in occasione di manifestazioni in luogo pubblico. Si tratta di un allargamento alquanto problematico, che opera in modo afflittivo contro persone che non hanno subito una condanna definitiva e che quindi non possono, almeno dal punto di vista giuridico, essere considerate responsabili delle condotte che vengono loro imputate da Procura e polizia giudiziaria.

Una logica simile viene adottata in un altro articolo, quello che introduce il fermo preventivo. Secondo la normativa appena introdotta, gli agenti di polizia possono condurre in Questura prima dello svolgersi di una manifestazione persone sospettate di porre un “concreto pericolo per il pacifico svolgimento” della piazza. Si tratta di persone individuate “in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo e sulla base di elementi di fatto (il possesso di armi od oggetti atti ad offendere o di armi per cui non è ammessa licenza; l’utilizzo di mezzi atti a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona; il lancio o l’utilizzo illegittimo di fuochi artificiali, petardi o strumenti per l’emissione di fumo o di gas contenenti principi attivi urticanti, o di oggetti contundenti o, comunque, atti a offendere), о dalla rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza sulle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni”.  Le persone fermate potranno essere trattenute per permettere di eseguire accertamenti di polizia, per un tempo massimo di 12 ore. Il fermo dovrà essere immediatamente comunicato a un magistrato, in particolare il pubblico ministero, che può ordinare il rilascio della persona trattenuta qualora ritenga che non sussistano le condizioni per il fermo. Il pubblico ministero riceve notizia immediata anche del rilascio. Qui gli aspetti problematici sono innumerevoli: ad esempio, l’uso di un lessico assai vago che lascia un ampio margine di interpretazione agli agenti di polizia attorno a concetti quali “concreto pericolo”. Appare problematica anche la questione dei tempi: i continui passaggi tra polizia e PM potrebbero non essere così immediati come viene dichiarato, con l’effetto che la persona trattenuta possa restare in Questura parecchie ore anche se poi viene fatta rilasciare dal PM. Così facendo, l’effetto afflittivo della misura viene a compiersi, anche se alla fine la persona fermata viene riconosciuta come “non colpevole”.

Nello stesso articolo si parla di perquisizioni sul posto, rendendole una prassi comune prima di una manifestazione. Gli agenti di polizia potranno effettuare controlli per “accertare il possesso di armi, esplosivi o strumenti di effrazione”.

A punire ciò che può succedere prima e durante una manifestazione ci pensa un altro articolo che va ad apportare alcune modifiche al TULPS (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, regio decreto 18 giugno 1931 n. 773). Viene sanzionato il mancato preavviso alle autorità competenti, andando a colpire chi promuove “una riunione in luogo pubblico tramite reti, piattaforme e servizi di comunicazione elettronica ad uso pubblico o privato, ovvero tramite gruppi chiusi di utenti”. Sanzioni anche a chi viola divieti o prescrizioni della Questura, ad esempio deviando rispetto al percorso concordato. Per queste condotte sono previste multe assai salate: da mille a 10mila euro. Si tratta di sanzioni amministrative che vanno a sostituire quella che prima era la pena per un illecito penale. Se a un primo sguardo la depenalizzazione di alcune condotte potrebbe apparire come un elemento positivo, guardando all’entità delle sanzioni potenzialmente comminabili appare chiaro quanto possa essere afflittiva questa misura. Ciò emerge soprattutto se si prende in considerazione il caso del mancato preavviso, che al momento viene trattato in sede di processo penale come una violazione dell’art. 18 TULPS: nella maggior parte dei casi, queste vicende giudiziarie finiscono con un’assoluzione. Attraverso il meccanismo della sanzione amministrativa, la punizione viene inflitta a prescindere dall’accertamento della responsabilità della persona accusata di aver violato il TULPS.

Sempre in ottica punitiva, viene esteso l’arresto in flagranza differita a nuove fattispecie di reato, che includono il danneggiamento aggravato in occasione di manifestazioni pubbliche, (oltre ai reati di lesioni, violenza o resistenza commessi ai danni delle forze dell’ordine, come già avviene). Per “per garantire una risposta penale efficace anche senza intervento immediato sul posto”, come dice la nota del Consiglio dei Ministri, l’arresto può avvenire entro 48 ore dal fatto contestato, attraverso l’uso di “documentazione video-fotografica certa”.

Vi è infine l’introduzione del divieto giudiziario di partecipazione a riunioni o ad assembramenti in luogo pubblico. Si tratta di una sanzione accessoria che può essere disposta da un giudice con una sentenza di condanna. Tale sanzione impone alla persona condannata il divieto di partecipare a pubbliche riunioni e di prendere parte a pubblici assembramenti, per un periodo che va da uno a tre anni (estendibile fino a dieci anni se la pena comminata supera i tre anni). La persona contro cui si applica il divieto, se ricorrono “specifiche ragioni di pericolosità”, può ricevere dal Questore l’ordine di comparire negli uffici di polizia una o più volte nel corso della giornata in cui si svolgono le riunioni per le quali opera il divieto. Ancora una volta, si è di fronte a un pesante attacco alla libertà di manifestare costituzionalmente garantita.

Di fronte alla definizione di queste minacce, che risposta offre il governo Meloni? Più polizia, letteralmente. Si parla di potenziamento delle iniziative di sicurezza urbana, che corrisponde all’aumento dei presidi territoriali delle forze di polizia (per cui sono stanziati 50 milioni di euro nel solo 2026, con un aumento del 50% rispetto a quanto era stato previsto dal decreto precedente). Si parla anche di reclutamento di nuovo personale, per “garantire l’operatività delle nuove misure” introdotte dal pacchetto sicurezza, come spiega la nota del Consiglio dei Ministri. Soprattutto, si parla di scudo penale. Inizialmente previsto solo per le forze dell’ordine, poi esteso a tutti i cittadini dopo le pressioni del Quirinale, lo scudo penale riguarda chi commette un reato in presenza di una “evidente causa di giustificabilità”. Invece di essere automaticamente iscritta nel registro degli indagati ordinario, la persona che ha commesso il reato viene inserita in un registro separato che prevede una corsia preferenziale che dovrebbe portare all’ archiviazione entro trenta giorni, salvo diversa valutazione di un Pubblico ministero. Nella pratica, ci si aspetta che siano comunque le forze dell’ordine i principali beneficiari di questa misura. Preoccupa l’uso che potrebbe esserne fatto per nascondere la violenza all’interno delle carceri, dove per far fronte del peggioramento delle condizioni di vita il decreto precedente aveva risposta con l’introduzione del reato di rivolta, prevedendo pene severe. All’interno di istituzioni disumane, dove sempre più persone detenute si tolgono la vita, la violenza dello Stato diventa lo strumento principale per il mantenimento dell’ordine.

Breve analisi del disegno di legge

Come è stato detto all’inizio, il disegno di legge non contiene misure particolarmente significative. La stragrande maggioranza degli articoli sono relativi al potenziamento operativo delle forze di polizia, alla loro organizzazione e alle loro ricompense e benefici assistenziali. Da notare i primi due articoli: il primo va a inasprire le pene per chi commette lesioni contro giornalisti, un articolo che pare essere una risposta all’attacco contro la redazione de La Stampa a Torino nel novembre scorso. Il secondo riguarda la criminalizzazione dell’occupazione di immobili, con l’obiettivo di semplificare le procedure per lo sgombero e la successiva reintegrazione nel possesso da parte dei proprietari. In particolare, si estende la procedura di restituzione d’urgenza ai casi in cui l’immobile occupato è una seconda casa o comunque non è l’unica abitazione effettiva del proprietario che ha sporto denuncia. In un clima di sgomberi effettuati (il Leoncavallo a Milano in estate, Askatasuna in dicembre) e minacciati (Spin Lab a Roma, Officina99 a Napoli per nominarne alcuni), si tratta di un cattivo presagio.

Conclusioni

Il nuovo pacchetto sicurezza continua il lavoro iniziato da quello precedente, continuando sulla strada della definizione di un nemico pubblico  ad uso e consumo del governo Meloni. Il focus principale sono le lotte politiche e sociali che si sono date in Italia negli ultimi due anni, a partire da quella per la liberazione della Palestina. Ci si scaglia contro chi organizza ritrovi e manifestazioni, anche online. Si attaccano realtà politiche giovani, che sono nate di recente e che usano i social come parte fondamentale della propria attività politica. Si attacca la generazione Z, detta anche “generazione Palestina”, con il fermo preventivo che diventa applicabile anche per i minori a partire dai 14 anni. Si colpiscono forme specifiche di lotta, come quella del blocco dei binari: un articolo del decreto (e anche un articolo del disegno di legge) è relativo agli illeciti commessi sulla rete ferroviaria, per cui viene previsto l’arresto in flagranza differita. Si tratta di un attacco ben mirato contro quei soggetti e quelle realtà organizzate che negli ultimi anni hanno costituito un’alternativa reale al governo attuale. Un’alternativa che spaventa Meloni e i suoi Ministri, che da un lato vedono crescere il conflitto politico e sociale e dall’altro vedono esaurirsi i fondi del Pnrr, che ha tenuto artificiosamente a galla l’economia italiana negli ultimi anni. Di fronte all’avvicinarsi della crisi, il governo inizia a prepararsi, mostrando quali sono le risposte che darà agli italiani: più polizia, più criminalizzazione, più esclusione.

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