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Il nuovo Codice della famiglia cubano: un modello da cui ispirarci

Sofia Buttarelli

Negli ultimi anni ci siamo resi conto che, più che semplice disinformazione, nel mondo occidentale esiste una forte semplificazione e spesso una scarsa conoscenza della realtà dei diritti civili e dei diritti delle donne a Cuba. Questo accade anche perché raramente si è disposti a considerare altri modelli o esperienze alternative da cui trarre ispirazione.

Soprattutto su questi temi, l’Occidente tende a porsi come riferimento globale, proponendo un’unica visione di progresso, valori e diritti. Tuttavia, ciò che ci ha colpito di Cuba è un approccio radicalmente diverso: i concetti di libertà ed eguaglianza vengono costruiti a partire dalla dimensione collettiva e dal coinvolgimento diretto del popolo, mettendo al centro l’essere umano. In questo contesto, non si punta tanto su operazioni simboliche o campagne di immagine, ma su processi sociali più profondi e partecipativi.

Durante il nostro viaggio con il Nuestra América Convoy abbiamo approfondito il percorso che ha portato all’approvazione del nuovo Codice della famiglia nel 2022, considerato da molti uno dei più avanzati a livello internazionale. Un processo lungo e partecipato, che ha coinvolto ampi settori della società cubana attraverso le organizzazioni del potere popolare: sindacati, associazioni professionali, comitati di quartiere, organizzazioni studentesche e giovanili etc. Questo dibattito estremamente arricchente lo abbiamo vissuto direttamente presso il Centro Nazionale di Educazione Sessuale, il CENESEX, situato nel cuore de L’Avana. Qui abbiamo avuto l’opportunità di parlarne con Mariela Castro Espín, figlia dei rivoluzionari Vilma Espín e Raul Castro, e membro dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare nonché presidente del CENESEX.

La nascita di questo istituto avviene all’interno di un processo più ampio, fatto di spinte popolari dal basso iniziate all’indomani della Rivoluzione del 1959 a cui non hanno solo partecipato i barbudos, ma anche molte donne e anche nelle milizie rivoluzionarie. A distinguersi fu proprio Vilma Espín: nel 1952, partecipò alle manifestazioni studentesche contro il colpo di Stato di Fulgencio Batista; più tardi, aderì al Movimiento 26 de Julio (M-26-7) e sotto il comando di Frank País preparò l’insurrezione per appoggiare i rivoluzionari che stavano sbarcando con la Granma; dopo l’uccisione di quest’ultimo, raggiunse l’esercito ribelle sulla Sierra Maestra diventando una delle protagoniste della Rivoluzione.

All’indomani della vittoria emerse subito la volontà di rompere con il passato coloniale e segnare una discontinuità con il modello precedente, che opprimeva in particolare le donne. La Rivoluzione cubana ci teneva molto a rimarcare questo contrasto e valorizzò particolarmente il ruolo fondamentale che le donne avevano avuto nella liberazione dell’isola dalla dittatura. Così, già nell’agosto del 1960, fu fondata la Federación de Mujeres Cubanas (FMC) proprio su iniziativa di Vilma Espín.

Gli obiettivi della FMC furono l’uguaglianza e l’emancipazione femminile attraverso la presenza delle donne nella politica cubana e lo sviluppo di una struttura capillare a livello territoriale. Questa diffusione favorì una partecipazione ampia, facendo sì che molte decisioni fossero il risultato di processi popolari e di spinte dal basso.

In questo contesto storico venne lanciata una grande campagna di alfabetizzazione su tutta l’isola – in un paese dove gran parte della popolazione era analfabeta – fortemente voluta da Fidel Castro, ispirato dal pensiero di José Martí, secondo cui la cultura è uno strumento fondamentale di libertà. Questo approccio permise alla popolazione di accedere al sapere, sviluppare il pensiero critico e coltivare la propria consapevolezza. Non è un caso che tre mesi dopo la presa del potere, il 28 aprile 1959, fu fondata la Casa de las Américas da un’altra eroina della Rivoluzione cubana, Haydée Santamaría, volta ad approfondire ed espandere le relazioni socio-culturali con i popoli dell’America Latina e del mondo intero. 

Da questo processo emerse anche un dato importante: le donne divennero tra le più alfabetizzate, e molte di loro ebbero un ruolo centrale nella campagna di alfabetizzazione dell’isola e intrapresero la professione di insegnanti. Il tema della conoscenza si intrecciò così con quello del lavoro e con un diffuso bisogno di cambiamento: rompere con la cultura della colonizzazione e, successivamente, con l’influenza degli Stati Uniti, sviluppando coscienza critica e autonomia.

Per quanto riguarda i diritti riproduttivi, l’aborto era già stato legalizzato nel 1961 ed era praticato nel sistema sanitario nazionale dal 1965. La FMC, insieme al Ministero della Salute, già allora avviò campagne di sensibilizzazione sulla salute riproduttiva, cosa che corrispose a uno dei primi e più ampi processi di educazione sessuale al mondo.

Infatti, non è un caso che molte donne provenienti dagli Stati Uniti e da altri paesi dell’America Latina si recassero a Cuba per accedere a un aborto sicuro e gratuito, mentre in gran parte del mondo la pratica era illegale e avveniva clandestinamente, con gravi rischi per la salute delle donne. In Francia, ad esempio, l’aborto venne legalizzato solo nel 1975 con la legge Veil. In Italia solo nel 1978 venne approvata la legge 194, ma con il diritto all’obiezione di coscienza da parte dei medici, opzione ancora oggi ampiamente esercitata, con drammatiche limitazioni ai diritti riproduttivi di migliaia di donne.

In questo contesto, Mariela Castro ha sottolineato un aspetto interessante per quel che riguarda la capacità del socialismo cubano di difendere e far avanzare i diritti delle persone: a Cuba sono proprio gli organi del potere popolare e il loro costante coinvolgimento nel dibattito pubblico e nell’articolazione delle leggi a permettere la garanzia dei diritti; nei sistemi della democrazia borghese, invece, un semplice cambio di governo può avere maggiore impatto sulla legislazione e quindi sui diritti fondamentali.

Successivamente, nel 1972, la FMC avviò un gruppo di lavoro multidisciplinare, creando una consulta dedicata alla sessualità. Iniziò così un dibattito sui diritti civili in vista della stesura del nuovo Codice della famiglia, con un’ampia partecipazione popolare su tutto il territorio.

Nel 1975 il Codice della famiglia rappresentò una delle prime leggi in America Latina a ridefinire in senso più egualitario i rapporti familiari. Pur rimanendo eteronormativo, prevedeva l’uguaglianza di diritti e doveri tra uomini e donne, la condivisione delle responsabilità domestiche e pari responsabilità genitoriali. All’epoca venne anche avanzata una proposta – poi non accolta – di definire il matrimonio come unione tra due persone, senza specificazione di genere.

I vari settori del popolo cubano parteciparono attivamente alla consulta popolare per la costruzione di questa norma, dando vita a un dibattito intenso. Il Codice risultò comunque, nonostante i limiti, tra i più avanzati dell’epoca e contribuì a sviluppare ulteriormente il discorso sull’educazione sessuale. Questo percorso portò alla nascita, nel 1989, del CENESEX, un centro dedicato all’educazione sessuale, alla ricerca sulle questioni di genere e alla riflessione sui diritti delle persone LGBTQI+. Nel tempo, il centro ha assunto un ruolo sempre più rilevante nel panorama sociale e politico del paese.

In vista delle riforme costituzionali, il lavoro del CENESEX si è sviluppato in parallelo con quello della FMC, contribuendo a portare questi temi – già presenti del dibattito pubblico – in modo più strutturato all’interno delle assemblee del potere popolare. Durante i lavori che hanno portato alla nuova Costituzione approvata nel 2019, si è cercato di aggiornare il socialismo cubano alle trasformazioni sociali ed economiche del paese. In questo contesto, il tema dell’uguaglianza di genere ha acquisito maggiore centralità, non solo come riconoscimento formale dei diritti, ma anche nell’affrontare questioni concrete come la violenza di genere, la partecipazione delle donne al mondo del lavoro e i diritti delle persone LGBTQI+.

La regolamentazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso rimase escluso dalla riforma costituzionale del 2019, ma si decise di lavorare a una riforma specifica del diritto di famiglia. Anche in questo caso il coinvolgimento degli organi del potere popolare ha garantito che il tema non rimanesse in mano a pochi esperti, bensì diventasse bene comune. Come ci ha spiegato Mariela Castro, attraverso centinaia di migliaia di proposte elaborate nelle varie strutture del potere popolare che l’assetto istituzionale cubano garantisce, il nuovo Codice delle famiglie è stato scritto da tutte e tutti.

Nel 2022, la sua approvazione tramite referendum popolare ha introdotto cambiamenti significativi: il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso, l’ampliamento delle forme di tutela familiare e l’apertura a nuove forme di genitorialità, inclusa l’adozione per coppie omosessuali.

Questo processo mostra come a Cuba i cambiamenti non vengono semplicemente calati dall’alto, come spesso ci viene raccontato. Grazie alla partecipazione di tutti i settori sociali nel dibattito pubblico, il sistema politico cubano, figlio della Rivoluzione, è capace di riflettere le trasformazioni della società nel tempo e comprendere le sfide contemporanee. Risiede proprio in questo la capacità di resistenza creativa del popolo cubano di fronte al criminale bloqueo imperialista.

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