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Il Pilastro non è in vendita: estrattivismo urbano, enclosure e resistenza nella periferia di Bologna

Emiliano Palpacelli

Nel 1968 il filosofo Henri Lefebvre pubblicò un testo destinato a diventare un riferimento per chiunque voglia pensare seriamente alla città come spazio politico. Il titolo era Le droit à la ville (il diritto alla città) e la tesi era semplice nella formulazione, radicale nelle implicazioni: la città non è solo un luogo in cui si vive, è un’opera collettiva, prodotta dal lavoro, dalla cultura e dalla vita quotidiana di chi la abita. E in quanto opera collettiva, chi la abita ha il diritto di parteciparla, trasformarla, governarla, non come consumatore di servizi urbani, ma come soggetto politico.

Decenni dopo, il geografo David Harvey ha ripreso e radicalizzato quella intuizione, collocandola dentro una critica del capitalismo urbano contemporaneo. Per Harvey il diritto alla città non è un diritto individuale, il diritto di questo o quel cittadino a usufruire dei servizi pubblici, ma un diritto collettivo alla trasformazione dello spazio urbano secondo i bisogni di chi lo abita; la sua negazione non avviene attraverso un atto deliberato e dichiarato, ma attraverso un processo continuo di quello che Harvey chiama accumulazione per spossessamento: la progressiva sottrazione agli abitanti delle risorse urbane comuni come spazi verdi, edilizia pubblica, servizi di quartiere, per restituirle al mercato sotto forma di valore immobiliare, attrattività turistica, rendita fondiaria.

Quello che sta accadendo al Pilastro di Bologna, letto attraverso questa cornice, si configura come caso paradigmatico. Non un episodio isolato, ma l’ultimo atto visibile di un processo ventennale di estrattivismo urbano; la sistematica estrazione di valore da un territorio periferico a beneficio di interessi esterni, senza che chi ci abita ne veda i frutti né partecipi alle decisioni.

Le radici: un quartiere costruito per essere comunità

Per capire quello che sta succedendo oggi al Pilastro bisogna partire da quello che il Pilastro è stato e da come è stato concepito.

Il quartiere nacque tra il 1964 e il 1966 come risposta alla grande domanda di alloggi economici prodotta dall’immigrazione interna del dopoguerra. In questo periodo il Comune di Bologna individuò nella campagna a quattro chilometri dal centro storico un’area da affidare all’Istituto Autonomo Case Popolari, con i primi 2.500 abitanti in gran parte immigrati dal meridione, trasferiti dai rioni popolari del resto della città.

Vale qui una precisazione che non è marginale: il progetto urbanistico del Pilastro non era solo un’operazione di parcheggio della forza lavoro. Bologna allora era governata da una delle amministrazioni comuniste più avanzate d’Europa, pur con le sue contraddizioni, e la pianificazione del quartiere rifletteva una visione politica precisa: quella di un’edilizia pubblica che non si limitasse a costruire palazzi ma che progettasse comunità. Il piano prevedeva fin dall’inizio, accanto alle unità residenziali, aree verdi, spazi sportivi, edifici per la sanità, scuole, una biblioteca. Era, nei suoi presupposti, un tentativo di dare forma materiale al diritto alla città: un quartiere con una propria vita, una propria identità, una propria capacità di autogoverno.

La realtà che quei primi abitanti trovarono fu però diversa dalla visione: niente acqua corrente affidabile, niente riscaldamento, strade non asfaltate, nessun trasporto pubblico. L’isolamento si fece ancora più netto nel 1967, quando la costruzione della tangenziale tagliò fisicamente il quartiere dal resto della città. Il divario tra intenzione e realizzazione era la misura di risorse insufficienti, di priorità che cedevano alle prime pressioni del mercato, della distanza strutturale tra chi decideva e chi abitava.

Fu per colmare quel divario che nel 1966 i residenti fondarono il Comitato Inquilini. Non un’associazione culturale, non un gruppo di pressione, ma uno strumento di lotta concreta per ottenere quello che era stato promesso. Il comitato ottenne risultati reali: l’autobus, le scuole, il riscaldamento, i servizi sanitari, gli impianti sportivi, la biblioteca nel 1972. Ogni conquista era il frutto di una vertenza, di una pressione collettiva, di un rifiuto di accettare le condizioni date come immutabili. È una storia che vale la pena ricordare perché stabilisce una continuità: il Pilastro che oggi presidia un parco è lo stesso Pilastro che sessant’anni fa pretese l’autobus. La tradizione non si è interrotta, è stata semplicemente ignorata da chi avrebbe dovuto conoscerla.

L’enclosure silenziosa: vent’anni di trasformazioni al margine

Il processo che Harvey chiama accumulazione per spossessamento raramente si presenta con i tratti della violenza dichiarata. Più spesso ha i tratti della normalità amministrativa: delibere comunali, piani urbanistici, bandi europei, inaugurazioni con foto e comunicati stampa. È quello che è accaduto al Pilastro a partire dagli anni Duemila, lungo il bordo esterno del quartiere, con una progressione che, vista nel suo insieme, ha la coerenza di una strategia anche quando non lo è.

Nel 2003 si avvia la costruzione del CAAB, il Centro Agroalimentare di Bologna, nell’area immediatamente adiacente al quartiere; poco dopo arriva la Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna; poi l’Hotel Savoia e il centro commerciale Meraville; nel 2017 viene inaugurato, dentro il CAAB, FICO Eataly World, un parco tematico dedicato al cibo italiano che si presenta come la più grande attrazione agroalimentare del mondo, capace di attirare turisti da ogni continente. Un investimento colossale fallito, finanziato anche con fondi pubblici, costruito a ridosso di un quartiere popolare che non è nè stato consultato a riguardo né ne è stato un beneficiario reale.

Il risultato di questo processo è una forma di enclosure, nel senso che Harvey dà al termine: la progressiva recinzione del territorio circostante a beneficio di funzioni e flussi esterni. Il Pilastro si trova oggi letteralmente circondato da infrastrutture che valorizzano l’area sul mercato regionale e turistico, generando rendita fondiaria, attirando investimenti, alzando i valori immobiliari, senza che questo si traduca in servizi migliori, in edilizia pubblica rinnovata, in reddito per i residenti. L’area si valorizza, ma il valore estratto non resta nel quartiere: fluisce altrove.

In questo contesto il MuBa (il Museo delle Bambine e dei Bambini che l’amministrazione Lepore vuole costruire nel parco pubblico del quartiere) non è un’iniziativa isolata. È perfettamente coerente con la logica che lo precede: un’altra infrastruttura culturale e turistica calata su un territorio periferico per valorizzarlo agli occhi di un pubblico esterno, senza che chi ci abita ne abbia chiesto né definito i termini. L’unica differenza rispetto alle precedenti è che questa volta il progetto tocca qualcosa di troppo diretto, troppo quotidiano, troppo parte della vita del quartiere per essere accettato in silenzio: il parco dove i bambini giocano, gli anziani passeggiano e i ragazzi si ritrovano.

Il silenzio come tecnica di governo

L’estrattivismo urbano funziona anche, e forse soprattutto, attraverso il silenziamento. La censura brutale arriva dopo, quando il silenziamento ordinario fallisce, ma prima si verifica la costruzione sistematica di processi decisionali che rendono strutturalmente irrilevante la voce degli abitanti periferici. Dall’amministrazione viene chiamata “partecipazione”, ma è una scena: le decisioni sono già prese, i progetti già finanziati, i cantieri già progettati. Le assemblee pubbliche, quando vengono convocate, servono a comunicare, non ad ascoltare.

Questo meccanismo ha una funzione precisa: separare il momento della produzione del consenso dal momento della decisione. Chi abita le periferie viene interpellato come beneficiario passivo di scelte fatte altrove, non come soggetto politico portatore di una visione propria dello spazio in cui vive, e quando quella visione prova a emergere autonomamente, attraverso comitati, presidi, assemblee non convocate dall’alto, viene trattata come un ostacolo, come un disturbo dell’ordine pubblico.

È esattamente quello che Lefebvre intendeva quando parlava di diritto alla città come diritto negato: non tanto l’esclusione fisica dagli spazi urbani, quanto l’esclusione dai processi attraverso cui quegli spazi vengono definiti, trasformati, governati. Si abita il quartiere ma non lo si governa; si pagano le tasse ma non si decide come spendere i fondi pubblici nel proprio territorio; si vive in un luogo ma si è estranei alle scelte che lo riguardano.

La repressione come ultima ratio (e prima risposta)

Quando il silenziamento non basta, arriva la forza. La risposta del potere segue sempre lo stesso schema: prima l’isolamento mediatico, poi la delegittimazione politica, infine la polizia. Non importa quanto la protesta sia pacifica, non importa quante famiglie, quanti bambini, quanti anziani partecipino al presidio.

Al Pilastro questo schema si è ripetuto con una precisione quasi didattica: assemblee di residenti caricate a freddo, lacrimogeni sparati ad altezza uomo in un quartiere residenziale, idranti, multe di migliaia di euro applicate grazie al Decreto Legge Sicurezza su richiesta di un’amministrazione locale di centrosinistra. La complicità trasversale (con la destra al governo nazionale e centro-sinistra al governo comunale) è la dimostrazione che, quando si tratta di difendere un modello di sviluppo urbano estrattivista contro chi lo contesta dal basso, le differenze di colore politico diventano irrilevanti. Il paradigma è lo stesso, cambiano solo i volti.

Il modello Bolognina: quando la sicurezza prepara il terreno alla gentrificazione

C’è però un passaggio che rischia di rimanere invisibile se ci si concentra solo sulla repressione diretta, ed è il più insidioso: il modo in cui la narrazione securitaria viene usata, nel tempo, per preparare il terreno alla trasformazione. Bologna offre un caso di studio quasi perfetto, chiamato Bolognina.

La Bolognina è stato per decenni il quartiere operaio per eccellenza di Bologna, nato attorno alla stazione ferroviaria nella seconda metà dell’Ottocento, popolato da immigrati meridionali che lavoravano nelle fabbriche ferroviarie come le Casaralta, le Minganti, la Sasib, le Cevolani, ed è stato il cuore del movimento operaio cittadino. Questo non è un dettaglio secondario: quella classe operaia aveva una storia, un’identità e una capacità organizzativa che si traduceva in un peso politico reale sulle scelte di governo della città. Le amministrazioni comuniste bolognesi, pur con tutte le loro contraddizioni, mantenevano un rapporto, conflittuale ma reale, con i quartieri popolari come soggetti politici.

Con la deindustrializzazione degli anni Ottanta e Novanta, quelle fabbriche chiudono o si spostano e il quartiere cambia composizione. Ed è in questo passaggio che si consuma una trasformazione politica più profonda di quanto la continuità del centrosinistra al governo lasci trasparire. La forza che governa Bologna ha progressivamente interiorizzato le logiche neoliberiste della competitività urbana, dell’attrazione di investimenti, della valorizzazione immobiliare come misura del successo amministrativo. La città non è più un bene comune da distribuire equamente ma una risorsa da valorizzare sul mercato globale. In questo paradigma i quartieri popolari smettono di essere soggetti politici da ascoltare e diventano aree da trasformare e, se necessario, sostituire.

La narrazione del “degrado” e dell’“insicurezza” svolge in questo contesto una funzione precisa: costruisce un consenso preventivo alla trasformazione. Se il quartiere è percepito come pericoloso, qualsiasi “riqualificazione” appare legittima. Così le ruspe che nel 2019 abbattono XM24, storico spazio autogestito di via Fioravanti, per fare posto a un co-housing, o gli sgomberi delle famiglie dall’ex-Telecom per lasciare spazio a The Student Hotel, non sono episodi separati: sono l’esito di un processo in cui la narrazione securitaria ha gradualmente ridefinito chi appartiene al quartiere e chi no. Le fabbriche che davano identità sono diventate palazzoni di lusso, come la P-Tower sulle ceneri delle Officine Cevolani, e ogni resistenza è stata inquadrata come difesa del degrado.

Al Pilastro lo stesso copione ha una variante specifica che vale la pena nominare. La narrazione securitaria ha qui un precedente pesante: la strage del 4 gennaio 1991, quando tre carabinieri furono uccisi in via Casini dalla banda della Uno Bianca. Quell’evento ha segnato per decenni l’immagine pubblica del quartiere, costruendo una sovrapposizione tra il Pilastro e la violenza che non ha mai corrisposto alla realtà vissuta dai suoi abitanti ma che ha avuto effetti concreti e duraturi. Il MuBa si inserisce in questo contesto come ulteriore operazione di rebranding: un’operazione che ha il fine di “cambiare” l’immagine del quartiere, attirare flussi esterni, renderlo appetibile a un pubblico che oggi non lo frequenta. Ma cambiare l’immagine di un quartiere senza cambiare le condizioni materiali in cui vivono i suoi abitanti non è rigenerazione, è sostituzione: si espelle chi non si adatta alla nuova narrazione e si sostituisce la comunità esistente con una più conforme alle aspettative del mercato, un processo che Harvey chiama spossessamento.

La città come valvola del capitale: Bologna nel contesto globale

Per capire fino in fondo la logica che governa le trasformazioni del Pilastro e della Bolognina, è utile allargare lo sguardo oltre i confini del quartiere, oltre quelli della città, fino alla dinamica strutturale del capitalismo contemporaneo che Harvey descrive con precisione chirurgica: il problema del surplus di capitale.

Il capitalismo produce continuamente più capitale di quanto riesca a reinvestire profittevolmente nella produzione. Questo surplus deve trovare uno sbocco, un terreno in cui essere assorbito, altrimenti si accumula senza valorizzarsi, innescando crisi strutturali. Nel corso della storia capitalista, uno dei principali canali di assorbimento di questo surplus è stato l’urbanizzazione: si costruisce, si ristruttura, si “riqualifica”, si demolisce e si ricostruisce perché il capitale ha bisogno di muoversi. La Parigi di Haussmann, la suburbanizzazione americana del dopoguerra, le megalopoli cinesi degli anni Duemila sono tutti, nella lettura di Harvey, episodi della stessa logica: surplus di capitale che trova nell’urbano il suo terreno di assorbimento privilegiato.

Bologna non è Dubai, e sarebbe sbagliato equiparare scale radicalmente diverse, ma la logica sottostante è la stessa, declinata alla dimensione di una città media europea che ambisce a posizionarsi nel mercato globale del turismo, della formazione universitaria e dell’agroalimentare di qualità. FICO Eataly World, il polo universitario, il distretto alberghiero che si è sviluppato intorno al Pilastro negli ultimi vent’anni si configurano come canali di investimento per capitali che puntano alla valorizzazione, finanziati spesso con debito pubblico e fondi europei, in grado di generare rendita fondiaria e flussi turistici ma non di migliorare le condizioni di vita di chi abita a pochi metri dai cantieri.

C’è però un elemento della congiuntura attuale che Harvey non poteva anticipare nella sua interezza e che aggiunge un livello ulteriore di complessità, e cioè il ritorno della spesa militare come valvola di sfogo del surplus. Siamo in una fase storica in cui i governi europei stanno rapidamente aumentando i loro bilanci per la difesa e anche l’Italia ha assunto impegni per portare la spesa militare al 2% del PIL, con un incremento di decine di miliardi nei prossimi anni. Questa spesa militare svolge una funzione economica analoga a quella dell’urbanizzazione: assorbe surplus, sostiene la domanda aggregata e garantisce profitti a settori industriali specifici. Non è un caso che le due dinamiche di espansione urbana speculativa e riarmo coesistano e si alimentino nella stessa fase storica, in quanto sono entrambe risposte, diverse ma complementari, allo stesso problema strutturale di un capitalismo che produce più di quanto riesca a valorizzare per vie ordinarie.

Questo per i quartieri popolari si traduce nel drenaggio di risorse pubbliche in due direzioni simultanee, e cioè verso la valorizzazione immobiliare e turistica delle aree urbane, che produce rendita per i privati ma non servizi per i residenti, e verso le spese militari, che sottraggono risorse alla sanità, all’istruzione, all’edilizia pubblica. Quando l’amministrazione bolognese dice di non avere risorse per ristrutturare l’edilizia popolare al Pilastro ma le trova per costruire un museo nel parco del quartiere, o quando il governo nazionale finanzia nuovi sistemi d’arma con la stessa urgenza con cui taglia i fondi ai comuni siamo davanti a priorità coerenti con una precisa logica di allocazione del surplus verso chi produce rendita, non verso chi produce bisogni.

È in questo quadro che la lotta del Pilastro assume una dimensione che va oltre la difesa di un parco. Contestare il MuBa significa contestare un modello di città che non è solo una scelta amministrativa locale ma l’espressione territoriale di una logica globale di accumulazione; significa rivendicare che il surplus prodotto da chi abita e lavora in una città debba tornare a chi quella città la vive ogni giorno, sotto forma di servizi, spazi, diritti, non di rendita fondiaria per i proprietari immobiliari o di grandi opere culturali per i turisti. È, in altri termini, la rivendicazione di quello che Harvey chiama controllo democratico sull’uso del surplus urbano.

Organizzarsi per esistere

Il diritto alla città, scrive Harvey, non può essere esercitato individualmente, ma è necessariamente un diritto collettivo, che si conquista attraverso la costruzione di movimenti capaci di trasformare i processi urbani. I comitati che nascono nel quartiere, le reti di solidarietà che si attivano dopo ogni sgombero, le assemblee che continuano a riunirsi nonostante le cariche: tutto questo è l’esercizio concreto di un diritto che le istituzioni negano ma che non riescono a cancellare. Una comunità periferica che si organizza, che produce una visione alternativa dello spazio urbano e la difende pubblicamente, è qualcosa di più pericoloso di qualsiasi atto dimostrativo. È la dimostrazione che un’altra gestione della città è possibile, e che quella gestione parte dal basso, dall’alleanza tra soggetti politici e sociali radicati nel territorio. È precisamente quella coscienza in formazione che il potere ha interesse a spegnere, non perché tema la violenza delle assemblee in un parco, ma perché teme l’esempio.

La costruzione di soggettività politica nei settori più marginalizzati della società non è semplicemente un effetto collaterale della resistenza, ma ne è il suo prodotto principale. Il presidio che fa incontrare vicini che non si erano mai parlati, l’assemblea che dà voce a chi non aveva mai partecipato alla vita pubblica, la relazione con soggetti politici, il comitato che contesta un’idea di città a partire da una visione alternativa complessiva, tutto questo non è strumentale alla vittoria su un singolo progetto, ma è già, in sé, la trasformazione che si vuole produrre.

Le periferie delle nostre città non sono solo il luogo dove il potere esercita la sua violenza estrattiva, sono anche storicamente il luogo dove quella violenza ha prodotto le sue risposte più radicali e più produttive. Non perché le condizioni più precarie generino automaticamente coscienza, non è così e sarebbe romantico pensarlo, ma perché là dove le contraddizioni del sistema si presentano nella forma più nuda e immediata, là dove non c’è distanza sociale sufficiente a mistificarle, la possibilità di vederle con chiarezza è maggiore.

Il Pilastro del 1966, quando i primi inquilini fondarono il loro comitato per ottenere l’autobus e il riscaldamento, e il Pilastro del 2025, che presidia un parco contro un museo non voluto, sono lo stesso luogo che rifiuta di essere solo oggetto, la stessa tradizione di una periferia che smette di aspettare e comincia a pretendere di essere soggetto.

I residenti del Pilastro stanno chiedendo qualcosa di preciso, né è astratto né utopico, ovvero un’istruzione pubblica di qualità, presidi sanitari accessibili, spazi ricreativi per tutte le età, luoghi di cultura che nascano dai bisogni reali del quartiere e non dalle logiche dell’attrattività turistica o della valorizzazione immobiliare. Chiedono che il parco resti un parco, non una vetrina, non un asset urbano da monetizzare, ma uno spazio di vita collettiva libero dalla necessità di giustificarsi sul mercato.

Hanno, in altri termini, un’idea di città radicalmente diversa da quella che l’amministrazione sta costruendo pezzo dopo pezzo attorno al Pilastro, ma in generale in tutta la città: non un prodotto da vendere ai flussi globali di turismo e investimento, ma la città come bene comune, dove il valore prodotto da chi abita un quartiere resta nel quartiere, dove i servizi non sono premi per i quartieri appetibili ma diritti garantiti a tutti.

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