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La guerra dei dazi: sull’accordo commerciale USA-UE

Lorenzo Tondi

Il 21 agosto 2025, con una nuova dichiarazione congiunta, è continuata l’epopea tragicomica dell’accordo commerciale concluso il 27 luglio 2025 tra USA e UE, che dovrebbe appunto regolarne i futuri rapporti commerciali. L’accordo, anche se al momento resta un testo politico, giuridicamente non vincolante, ribadisce la sostanziale genuflessione dei governi europei agli interessi del capitale statunitense.

Ne abbiamo già parlato su queste pagine, ma è bene riassumere i principali elementi dell’accordo:

  1. Gli USA impongono dazi al 15% sulle importazioni di prodotti UE, validi anche per le automobili e le loro componenti. Per il momento, i dazi USA su acciaio, alluminio e prodotti derivati provenienti dall’UE restano al 50%. Sulle importazioni dall’UE di aerei e loro componenti, di alcuni componenti chimici e farmaci generici graveranno soltanto i dazi MFN1, se presenti;
  2. L’UE elimina i dazi sui beni industriali statunitensi e si impegna a migliorare l’accesso al mercato europeo per svariati prodotti statunitensi ittici e agricoli;
  3. UE e USA riconosceranno i rispettivi standard automobilistici, sanitari e sui pesticidi. L’UE si impegna ad applicare in modo più indulgente il Regolamento sulla Deforestazione e le regole del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), che impongono dazi sui prodotti extra-comunitari che non rispettano gli standard europei sulle emissioni di carbonio;
  4. UE e USA continueranno a cooperare sul controllo degli investimenti all’estero e delle esportazioni e contro le restrizioni alle esportazioni di materie prime critiche imposte da Paesi terzi;
  5. L’UE aumenterà in modo sostanziale la spesa in equipaggiamento militare e di difesa provenientedagli USA; acquisterà gas naturale liquefatto, petrolio e prodotti energetici nucleari dagli Stati Uniti per 750 miliardi di dollari (ca. 700 miliardi di euro) da qui al 2028. Inoltre, l’Unione Europea dovrebbe acquistare chip per l’intelligenza artificiale per un valore di 40 miliardi di euro. L’UE dovrebbe poi lavorare con gli USA per adottare e mantenere requisiti di sicurezza tecnologica in linea con quelli statunitensi; infine, le imprese europee dovrebbero investire almeno 600 miliardi di dollari (ca. 550 miliardi di euro) negli USA entro il 2028.

Questo accordo è parte di una strategia finalizzata a disarticolare il processo di integrazione e costruzione “statuale” dell’UE (che già non era proprio in salute, diciamo) e a riaffermare la subordinazione degli interessi del capitale europeo a quelli del capitale statunitense.

Innanzitutto, è evidente che l’accordo prevede un’asimmetria strutturale: penalizza le esportazioni europee in USA e favorisce le esportazioni statunitensi nell’UE. È il risultato dell’approccio esplicitamente mercantilista di Trump: gli USA vogliono cioè ridurre il loro deficit delle partite correnti, che nel primo trimestre 2025 ha raggiunto il 6% del PIL.

Figura 1- Bilancia delle partite correnti in percentuale sul PIL per UE e USA. Fonte: Fondo Monetario Internazionale

Proprio al centro di questo conflitto si colloca la bilancia delle partite correnti, che possiamo esprimere anche come la differenza tra risparmio e investimenti: in sostanza, quindi, questa bilancia ci dice se un Paese in un determinato anno guadagna più di quanto spende. Se la differenza tra risparmio ed investimenti è positiva, abbiamo un surplus, se è negativa abbiamo un deficit. Nella Figura 1 possiamo vedere l’evoluzione di questa bilancia negli USA e nell’UE: a partire dagli anni ’80, la globalizzazione degli scambi e la delocalizzazione dei processi produttivi hanno portato, in tutti i Paesi occidentali, ad una rapida crescita delle esportazioni e delle importazioni; l’UE ha adottato un modello di sviluppo fondato sulla volontà di mantenere a tutti i costi la competitività estera, facendo calare in termini reali (cioè al netto dell’inflazione) spesa pubblica e salari dei lavoratori e facendo così crescere il surplus delle partite correnti. Gli USA, invece, hanno iniziato a consumare più di quanto guadagnassero, in altri termini ad importare più di quanto esportassero: questo deficit delle partite correnti è stato finanziato, in questi decenni, con il continuo e crescente indebitamento pubblico e privato, reso possibile anche dallo status di valuta di riserva del dollaro. In parole povere, contrariamente agli altri Paesi, finora gli Stati Uniti hanno potuto sostenere questo eccesso di consumi rispetto alla produzione sfruttando il fatto che il dollaro è accettato da tutti e gli USA possono sempre emettere nuovi dollari per finanziare il deficit, se necessario.

Questo meccanismo, però, sta saltando: lo status di valuta globale del dollaro è garantito dal predominio globale degli USA, in campo economico e militare. Questo dominio inizia a vacillare, almeno per quanto riguarda la sfera economica: Trump sta quindi cercando di rafforzare la posizione degli USA a livello globale (con scarso successo) ma in particolare all’interno del blocco occidentale, tentando di ridurre il deficit delle partite correnti bilaterale con l’UE.

Questo accordo cerca dunque di distruggere il modello di sviluppo seguito finora dall’UE, quello dell’ossessione per la competitività estera: il che, di per sé, non sarebbe un problema, visto che la rincorsa frenetica verso l’accumulazione di surplus commerciali in UE ha provocato il calo dei salari reali, la diffusione di disoccupazione e sottoccupazione, il taglio dei servizi pubblici e il declino dello Stato sociale. Tuttavia, i capitalisti europei non vogliono abbandonare un modello che in questi anni è stato per loro molto redditizio e si illudono di recuperare altrove le quote di mercato che eventualmente verranno perse negli Stati Uniti: una speranza vana, dal momento che le esportazioni cinesi stanno aumentando rapidamente (in termini assoluti, anche se stanno gradualmente calando in percentuale sul loro PIL) e stanno conquistando ampie fette dei mercati globali. Quando la realtà sarà chiara, si ritornerà alla vecchia ricetta di questi decenni, ma estremizzata: altri tagli reali ai salari, altre riduzioni della spesa pubblica, per compensare il calo dei profitti dovuto ai dazi sulle esportazioni e alla maggiore concorrenza nei mercati europei.

Strettamente legati al tentativo degli USA di ristabilire il proprio dominio sono i punti iii e iv dell’accordo: il punto iii impone all’UE di adeguare la regolamentazione ambientale e sanitaria comunitaria a quella degli USA: il risultato sarà prodotti più inquinanti, meno sicuri e in certi casi (come le automobili) meno efficienti; il punto iv invece impegna l’UE a seguire gli USA nel tentativo di ostacolare la crescita industriale cinese, attraverso restrizioni ad alcune esportazioni di beni strategici (come i semiconduttori) e misure per cercare di impedire alla Cina di reagire in modo efficace.

Ho lasciato alla fine il punto v perché è anche il più surreale: ovviamente non può mancare l’impegno dell’UE ad accelerare la corsa al riarmo comprando armamenti prodotti negli USA, ma la proposta che più colpisce, per la sua palese irrealizzabilità, è la previsione di acquisto di combustibili fossili e nucleari per 750 miliardi di dollari in tre anni: si tenga presente che nel 2023 le esportazioni USA di combustibili fossili in tutta Europa ammontavano a circa 95 miliardi di $ e che nello stesso anno gli statunitensi hanno esportato combustibili fossili in tutto il mondo per 326 miliardi: se l’accordo venisse rispettato, gli USA ogni anno dovrebbero esportare nella sola UE 250 miliardi di $ di combustibili fossili, il 76,6% di quelli che hanno esportato in tutto il mondo nel 2023. Per l’industria europea sarebbe un disastro, dal momento che il gas naturale liquefatto è 3-4 volte più caro del gas naturale tradizionale. Inoltre, l’applicazione di questo accordo provocherebbe un aumento notevole dei prezzi mondiali dei combustibili interessati. È bene quindi chiarire che questa parte dell’accordo non verrà rispettata, ma dal momento che l’orizzonte temporale triennale stabilito per questi acquisti coincide con il mandato di Trump, è possibile che questi decida di premere per la loro realizzazione minacciando di imporre dazi più elevati. Anche l’acquisto di tecnologie di intelligenza artificiale statunitensi per 40 miliardi di $ rientra tra quelle misure finalizzate a mantenere l’UE in uno stato di dipendenza dagli USA.

L’investimento europeo aggiuntivo negli USA di circa 600 miliardi di dollari entro il 2028 è un altro obbiettivo difficilmente raggiungibile e ad ogni modo è diametralmente opposto agli interessi dei lavoratori: da diversi anni si fa notare che le regole fiscali UE, che vincolano gli stati a contenere la spesa pubblica, hanno determinato un livello di investimenti pubblici e privati strutturalmente insufficiente. Quei 600 miliardi dovrebbero essere impiegati nell’economia europea, non in quella statunitense, ma le classi dirigenti europee, ancora una volta, hanno ribadito la loro fedeltà al capitale del Centro: il Capitale della Periferia (ancora ricca, per il momento, ma pur sempre periferia) si arrangerà e lo farà a spese nostre.

È chiaro che tutto ciò che è contenuto nell’accordo resta sulla carta fino a quando non verrà fissato in un accordo vincolante. È possibile che gli statunitensi l’abbiano messo a fini propagandistici interni, sapendo che non verrà mai applicato; tuttavia, è anche possibile che, qualora gli impegni non vengano rispettati, gli USA decideranno di prendere contromisure. Di fatto, già il 6 ottobre Trump ha minacciato di imporre dazi del 107% sulla pasta italiana, nonostante l’accordo di agosto.

Ad ogni modo, se anche una piccola parte di ciò che è stato concordato quest’estate verrà messa in pratica, ci aspetteranno tempi duri, con salari stagnanti ed altri tagli allo Stato sociale. In tal caso, dovremo essere in grado di rispondere.

1 Il principio MFN (most favoured nation) è un principio sancito dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, secondo il quale se un Paese concede determinate condizioni commerciali ad un altro Paese, deve estendere questo trattamento anche a tutti gli altri Paesi.

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