Da decenni ormai, diversi istituti di statistica, fondazioni, consigli nazionali e centri di ricerca pubblicano studi e rapporti sulle migrazioni in Italia. Ogni anno, i risultati si assomigliano e confermano un preoccupante dato di fatto: l’Italia non è un paese per giovani e il saldo migratorio – la differenza tra cittadini italiani che lasciano il paese e gli arrivi di immigrati in Italia – è costantemente negativo. L’emigrazione di giovani lavoratrici e lavoratori è uno degli elementi, insieme all’invecchiamento della popolazione residente e la bassissima natalità, che hanno provocato la “crisi demografica” in cui è ormai sprofondata l’Italia.
Arriva a una simile conclusione uno degli ultimi rapporti usciti proprio ad inizio settembre a tal proposito: “Giovani expat. Come farli tornare” del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), oggi diretto da Renato Brunetta, ex ministro dei governi Berlusconi (2008-2011) e Draghi (2021-2022). Si tratta di uno studio effettuato online a cui hanno partecipato 1.800 giovani italiani tra 18 e 40 anni, la stragrande maggioranza emigrata all’estero all’età tra i 20 e i 30 anni.
La prima grande questione: il lavoro povero
Il rapporto conferma l’alto tasso di emigrazione italiana: tra il 2010 e il 2025, 1,5 milioni di italiane e italiani hanno lasciato il nostro paese, si tratta in media di circa 100.000 persone ogni anno. Tra il 50 e il 60% dei trasferimenti all’estero riguarda proprio i giovani adulti tra 18 e 34 anni.
Siamo quindi nel bel mezzo della terza ondata migratoria della storia dell’Italia repubblicana: dagli anni post-guerra al 1980, in 35 anni sono emigrati tra gli 8 e 9 milioni di lavoratori, in media quindi circa 250.000 all’anno. La crisi strutturale d’inizio anni ‘70 (la cosiddetta crisi “petrolifera”, espressione erronea di una più profonda crisi di accumulazione del capitale e del “compromesso fordista”) ha prodotto una forte contrazione economica a livello mondiale, frenando, almeno in parte, l’emigrazione della forza lavoro italiana. Così, nei 30 anni tra il 1980 e il 2010 si contano “solo” 50-60.000 emigrati ogni anno.
Ma la Terza Grande Depressione iniziata nel 2007-2008 ha provocato di nuovo un aumento del tasso di emigrazione, svelando un problema strutturale del mercato del lavoro italiano (e globale) che si rispecchia proprio nel sondaggio pubblicato dal CNEL. Perché tra le prime risposte sul perché i giovani italiani emigrano, troviamo il basso livello di retribuzione, una cultura del lavoro ostile ai giovani lavoratori e una scarsa valorizzazione delle loro competenze. Ed effettivamente queste tendenze sono andate solo a peggiorare negli ultimi 35 anni.
Ce lo dicono i numeri sullo sviluppo salariale: dal 1990 ad oggi, i salari reali italiani sono diminuiti dell’1,6%, contro una media dei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) cresciuta del 35%. C’è stata una forte accelerazione della perdita del potere d’acquisto proprio negli ultimi 6 anni, con un calo del 6,1%. I salari italiani, tenuto conto delle differenze nel costo della vita, hanno quindi perso contro quelli di tutti gli altri paesi europei avanzati.
Ma la piaga del lavoro italiano non è solo salariale, esiste un elemento qualitativo confermato dal sondaggio CNEL. Infatti, circa il 10% della popolazione attiva, quindi oltre 2,5 milioni di lavoratori, svolgono attività priva di contratto, tutele previdenziali e assicurative (il cosiddetto “lavoro nero”), soprattutto nei settori di attività di basso valore aggiunto come l’agricoltura, i servizi alla persona, la ristorazione, il turismo e la costruzione. L’incidenza del lavoro nero e grigio sui giovani è ancora più impressionante: secondo uno studio sui Neet (persone giovani che non studiano, né lavorano né sono inserite in un percorso formativo), il 90% di coloro che vivono nei centri urbani del paese e sono definiti “inattivi” dalle statistiche, svolgono i cosiddetti “lavoretti occasionali” per arrotondare o trovare una prima indipendenza economica. Questo problema strutturale del mercato del lavoro italiano incide fortemente sulla decisione dei giovani di emigrare all’estero.
Oltre al lavoro, i servizi
Non sorprende quindi che, indicando i fattori che rafforzano il potenziale per “tornare a casa”, troviamo come prime risposte l’aumento consistente della busta paga e il miglioramento delle prospettive professionali. Ma c’è ancora di più, perché la grande maggioranza dei partecipanti al sondaggio ha anche indicato elementi come la migliore conciliazione vita-lavoro, il miglioramento dei servizi pubblici e l’accessibilità degli alloggi come misure che possono motivare gli emigrati a tornare in Italia.
Un dato interessante e non marginale è la differenza di genere tra chi tornerebbe in Italia in caso la situazione migliorasse: il 9,5% delle donne dice di non voler tornare anche in un’Italia “migliorata”, mentre solo il 4,7% degli uomini dà la stessa risposta. Un indicatore che conferma che l’Italia, oltre a non essere un paese per i giovani in generale, non lo è per le giovani donne in particolare.
Sono delle risposte che fanno risalire a dei problemi atavici dell’Italia: un orario lavorativo effettivo oltre la media europea, un mercato del lavoro ostile alle donne, un’età pensionabile che – grazie a tutte le riforme del sistema previdenziale degli ultimi decenni – può arrivare a 70 anni, un sistema sanitario, scolastico e di trasporto pubblico fortemente smantellato negli ultimi 25 anni, una crisi abitativa caratterizzata da affitti e mutui alle stelle nei grandi centri urbani (con milioni di immobili sfitti o inutilizzati).
Sono questi i temi politici dei nostri tempi che però nessun governo ha mai affrontato con serietà. Anzi: negli ultimi 35, che siano stati di centro-destra o di centro-sinistra, tutti i governi li hanno solo approfonditi, preferendo rispondere alle esigenze dei mercati finanziari piuttosto che ai bisogni delle classi popolari.
L’altra faccia dell’emigrazione: l’immigrazione
Nulla di nuovo sotto il sole quindi? Da un lato no: l’emigrazione continua a far parte del DNA della classe lavoratrice italiana. Si tratta così di un elemento strutturale della ricomposizione di classe, non solo per l’elevato numero di lavoratori italiani che emigrano, ma anche perché per tantissimi giovani lavoratori l’opzione “exit” è costantemente “dietro l’angolo”. Questo elemento incide fortemente sulle possibilità organizzative e costituisce una sfida politica e sindacale non indifferente.
Dall’altro lato invece questi sondaggi dimostrano una profonda trasformazione della classe lavoratrice, perché il rapporto CNEL parla anche del fenomeno dell’immigrazione in Italia. Se nel 1990 il tasso di stranieri che componeva l’intera popolazione giovanile in Italia era ancora dell’1,1%, questo è arrivato al 13,3% nel 2025 e perfino al 19,5% se si considerano anche i giovani originariamente stranieri diventati cittadini italiani, ossia uno ogni cinque. In altre parole: dei 10,5 milioni di giovani tra 18 e 34 anni, 2,1 milione ha origini straniere. Questo tasso aumenta ancora se si considera l’oltre milione di minorenni stranieri residenti in Italia. La classe lavoratrice in Italia – già fortemente cambiata negli ultimi due decenni – nel prossimo futuro andrà a cambiare ancora più radicalmente. Ma questa è solo la fotografia della Nuova Italia.
L’Italia non si è trasformata solo oggettivamente, anche nelle lotte politiche, sindacali e sociali degli ultimi anni è emerso un maggiore protagonismo del soggetto migrante. È successo durante la sequenza 2011-2015 nella logistica nel Nord Italia, in cui la lotta per migliori condizioni di lavoro e salariali è stata combinata con la lotta per la regolarizzazione e il rinnovo del permesso di soggiorno di lavoratori marocchini, egiziani etc. Simili immagini li stiamo vedendo, da alcuni anni ormai, nel distretto tessile e della logistica di Prato, dove le lotte dei lavoratori pakistani, bangladesi e cinesi mirano a contrastare il caporalato, l’iper-sfruttamento lavorativo e rivendicano l’applicazione dei contratti collettivi nazionali. In entrambi i casi il sindacalismo di base ha avuto un ruolo centrale.
Più recentemente invece, le mobilitazioni contro il genocidio del popolo palestinese sono state uno spazio in cui i diversi settori della classe lavoratrice italiana hanno sviluppato un’articolazione politica. Dagli studenti universitari alle comunità palestinesi e musulmane, dalle seconde generazioni delle periferie urbane ai lavoratori portuali – la Palestina ha costituito una rivendicazione comune attorno a cui si è costruita un’unità reale. E i due scioperi generali di settembre e ottobre 2025, accompagnati da mobilitazioni di massa, hanno avuto un forte impatto anche tra i giovani lavoratori italiani emigrati all’estero: nelle grandi città d’Europa, spinti dalle dinamiche “a casa nostra”, questi hanno partecipato attivamente alle mobilitazioni in sostegno agli scioperi italiani per la Palestina.
La Nuova Italia non è un concetto sociologico, ma politico
Ed è proprio qui che si inserisce il concetto della Nuova Italia: non si tratta semplicemente di riconoscere il nuovo dato oggettivo della società italiana, cioè la sua trasformazione sociologica, bensì identificare le continuità storiche – l’emigrazione di parti importanti della classe lavoratrice – e assumere che essa si rinnova, si ricompone in continuazione sia attraverso la sua trasformazione oggettiva che, qualitativamente, nelle mobilitazioni e nelle lotte. La Nuova Italia è quindi un soggetto che si produce attraverso il conflitto sociale.
Il nostro compito è quindi doppio. Si tratta da un lato di combattere – a livello discorsivo, sociale e politico – contro tutte le retoriche e i programmi che vogliono cancellare la realtà concreta di questo paese che sta cambiando (i vari Vannacci della “remigrazione”), dall’altro di opporsi alla retorica apparentemente “umanitaria” e del tutto opportunista di chi considera le persone straniere, di seconda generazione e razzializzate come “risorse” o come un insieme compatto e indistinto di persone da “salvare” – salvo poi promuovere pacchetti sicurezza e leggi che limitano le tutele di tutte le persone che lavorano, italiane e straniere.
Queste due impostazioni e retoriche, apparentemente così distanti, producono però lo stesso risultato: quello di cementificare la divisione tra chi resta, chi parte e chi arriva nel nostro paese – quando tutti questi soggetti sono spinti dalla stessa esigenza: quella di migliorare le loro condizioni di vita e esistenza – e tra persone italiane e straniere, cercando di sostituire alla contrapposizione di classe altre linee di separazione (legate al colore della pelle o del passaporto, all’identità, etc.).
Bisogna invece accettare la “sfida del noi”, cioè della costruzione politica permanente dell’unità soggettiva di quel che è già unito oggettivamente: nella vita comune nelle università, nei quartieri popolari, nei posti di lavoro, ma anche nelle nostre storie – diverse, ma comunque simili – di emigrazione.



