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Me-Ti

Ma che vi aspettavate da quel democristiano di Ed Sheeran?

Davide DDL

Il 16 settembre 2026 Macklemore durante una delle sue aperture del tour di Ed Sheeran, dice “Free Palestine” e canta il suo brano Hind’s Hall a favore della Palestina. A quel punto Robert Kraft, proprietario dello stadio dove si sarebbe tenuta la prossima data, sionista e fan delle sottilette, impone al Messina Touring Group (booking di Ed Sheeran) di escluderlo dalle prossime date. L’agenzia esegue e quel punto il rosso più democristiano della storia dopo Alfredo Linguini, decide di eseguire, pubblicando un comunicato che è un ricettacolo di benaltrismo, paraculaggine di livello “guarda te lo darei anche un passaggio ma la macchina mi si è appena trasformata in una zucca” e doppi standard imbarazzanti (visto che l’assunto “tutte le guerre sono sbagliate ma preferisco non fare i nomi” si schianta con le sue precedenti prese di posizione contro l’aggressione russa all’Ucraina).

Questa storia riguarda solo parzialmente Ed Sheeran, la sua amicizia disattesa con Macklemore e i nostri gusti musicali (benché Shape of You suoni alle mie orecchie come una zanzara in una notte di Luglio con il 70% di umidità) e ci porta inevitabilmente ad interrogarci sui meccanismi di funzionamento dell’egemonia culturale, la sovrapposizione sempre più netta tra artisti e prodotti e il ruolo smarrito dell’etica in un sistema che distanzia sempre di più perpetratori e vittime nei processi storici di potere. Il capitalismo culturale, oggi, non ha più bisogno far tacere gli artisti con la censura. Gli basta rendere le prese di posizioni costose e conveniente ogni sostegno allo status quo.

Il dominio non funziona soltanto attraverso la coercizione, ma, come analizzava Gramsci, utilizza gli strumenti dell’egemonia culturale per trasformare specifici interessi e rapporti di forza in senso comune. Il controllo dei mezzi di informazione da parte di capitali che lavorano per gli stessi interessi non ha bisogno di cospirazioni esplicite, uomini in frac e maschere veneziane, per orientare l’opinione pubblica. Con i social e il controllo dei dati, la quantità di informazioni e stimoli controllabili ha assunto una dimensione tale da mettere in dubbio la categorizzazione della cultura come “sovra-struttura”. Oggi, la narrazione della realtà riesce a plasmare le nostre idee più della realtà stessa, al punto che si possono sostenere e istituzionalizzare senza vergogna le azioni del genocidio in Palestina, seppur in totale contrasto con l’osservazione oggettiva dei fatti e con paradigmi etici (“c’è un aggressore e un aggredito”) con cui valutiamo altri conflitti.

Edward S. Herman e Noam Chomsky spiegano nel propaganda model il modo in cui gli interessi economici producano bias sistemici anche senza un Grande Fratello che ti ordina cosa pensare. Non è più l’etica a definire la valutazione dei conflitti, ma quanto valgano le sue vittime in un sistema non più di valori, ma di interessi economici. Ci sono vittime considerate “worthy”, per cui vale la pena battersi (solitamente bianche, cattoliche e in paesi a cui vendiamo tante armi) e vittime “unworthy” (quasi sempre neri, musulmani e in paesi che flirtano coi BRICS come i napoletani muscolosi di Temptation Island con concorrenti esauste di 10 anni di relazioni monotone). Gli schemi del razzismo e della discriminazione si sovrappongono a precise strutture di interesse economico. Più che un’egemonia dell’odio, è più corretto parlare di un’egemonia di mercato, dove un nero che arriva col barcone è un indesiderato, tranne se quel barcone è uno Yatch diretto a Capri e lui si chiami Michael Jordan.

Date queste premesse, cosa ci aspettavamo da quel surrogato di banalità, emozioni al gusto neutro di vaniglia, canzoni perfette per descrivere l’amore di plastica tra quel tuo amico appassionato di trekking che vota Fratoianni e la sua ragazza che vende collanine artigianali alle compagne di acro-yoga per trovare il suo posto in un mondo dove gestisce 8 BnB, di Ed Sheeran? La sua dimensione musicale, insieme a quella pletora di artisti “istituzionalizzati” che di solito sbucano alle cerimonie di apertura di Mondiali e robe simili, come i Black Eyed Peace, Bocelli e un rapper africano a caso preso per tokenismo, è completamente svuotata a favore della sua dimensione di prodotto.

La produzione culturale tende sempre più alla standardizzazione e a una pseudo-individualizzazione: a ognuno di noi sembra di avere un’artista fatto apposta per noi, anche se tutti si somigliano tantissimo. Con questo non fraintendetemi, non sono uno di quelli che non sente nulla oltre le 5 copie vendute e con almeno due artisti della band morti di overdose, sennò è troppo mainstream (anzi, dio se Bad Bunny è orecchiabile) ma è innegabile che la cultura viene organizzata come industria, con i relativi criteri di riproducibilità, prevedibilità del consumo e minimizzazione del rischio. E soprattutto in questo criterio, qualsiasi opinione che vada al di fuori di “guerra brutto, bleah, cacca”, può significare una perdita economica e quindi va evitato ad ogni costo.

La propaganda pone una distanza morale tale che un fatto semplice come le posizioni di Macklemore diventano un problema così complesso da non poterlo accettare. Per sostenere lo status quo, ti basta non fare niente. Per contrastarlo, dovrai elaborare una posizione conflittuale, in un contesto di svantaggio asimmetrico e senza la possibilità di argomentazioni etiche. Se le istituzioni non condannano un’azione, l’opinione pubblica non si sentirà più in colpa a sostenerla, delegando la morale verso l’alto, se i responsabili sono evidenti, saranno spostati, nascosti e trasformati in vittime raccontando la loro violenza come una reazione, il sopruso sarà giustificato dalla mancanza di alternative, le vittime non avranno nomi, non ci saranno i loro volti sulle notizie, verranno progressivamente deumanizzati e colpevolizzati per la loro stessa fine.

Stiamo vivendo il primo “genocidio in mondovisione”, eppure le immagini più che creare empatia condivisa, sembrano parte di un disegno complessivo per desensibilizzare e renderci comfortably numb (citando uno che, fottendosene di queste logiche ha liquidato la questione con un chiarissimo “Ed Sheeran è un cogli*ne) di fronte a una violenza talmente esplicita e presente da averci abituato. Questa logica non risparmia nemmeno chi si oppone a questo sistema e prova a trasformare anche Macklemore e chi come lui in nuovi mercati, nuovi stadi da vendere, nuovi album in cui inserire product placement. Annichilendo il suo potenziale iconoclasta in una narrativa solo apparentemente alternativa che, se non controllata con coscienza, finisce a definire in maniera ancora più profonda i confini dell’accettabile.


– Tu sai cosa produce il capitalismo. Secondo Marx e Engels.

– I suoi seppellitori – disse lui.

– Ma questi non sono i seppellitori. Questo non è altro che libero mercato. Non esistono fuori dal mercato. Non possono starne fuori. Non esiste un fuori. La cultura del mercato è totale. Questi uomini e queste donne sono un prodotto. E sono necessari al sistema che disprezzano. Gli forniscono energia e definizione. Sono manovrati dal mercato. Vengono scambiati sui mercati mondiali. È per questo che esistono, per rinforzare e perpetuare il sistema.

Don DeLillo – Underworld

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