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Me-Ti

Non dobbiamo il voto a nessuno. Non dobbiamo il silenzio a nessuno

Dalia Ismail

Un comizio politico non è una funzione religiosa. Non è uno spazio sacro davanti al quale il dissenso debba sospendersi in nome del rispetto dovuto a chi parla dal palco. È uno spazio pubblico nel quale si costruisce, si contesta e si mette continuamente in discussione la rappresentanza. Chi sale su un palco per chiedere consenso dovrebbe sapere che quel consenso non è mai garantito e che la contestazione non è un problema che mina la democrazia, ma una delle sue espressioni più elementari.

Per questo motivo considero sinceramente imbarazzante la reazione che ha seguito la contestazione del Movimento di Lotta – Disoccupati 7 Novembre e di Potere al Popolo al comizio del campo largo a Napoli. Non mi riferisco soltanto agli esponenti politici presenti sul palco che hanno, come al solito, utilizzato l’arma del ricatto morale e della colpevolizzazione, invece di cogliere l’occasione per mettersi in discussione e cambiare strategia. A leggerli, pare che se oggi abbiamo Giorgia Meloni al governo sia colpa di Potere al Popolo o di chiunque critichi il campo largo.

Mi riferisco soprattutto a quella parte del mondo progressista composta da influencer, commentatori, giornalisti e opinionisti che, nel giro di poche ore, ha deciso di trasformarsi nell’ennesima commissione disciplinare dei movimenti, di chi scende in piazza e rischia. È così da quando ho coscienza politica. Persone che non vivono la precarietà spiegano ai precari come dovrebbero protestare. Persone che non rischiano denunce spiegano ai manifestanti quanto sia importante dialogare con il potere. Persone che non hanno mai sperimentato sulla propria pelle la repressione invitano alla moderazione chi quella repressione la conosce fin troppo bene. La discussione viene sistematicamente spostata dalle ragioni del conflitto alle modalità con cui esso si manifesta.

La domanda non è più perché i militanti abbiano scelto di contestare un palco politico, ma perché non lo abbiano fatto in un modo più educato, più ordinato, più rassicurante. E perché lo abbiano fatto proprio ora e non dopo aver sconfitto il fascismo: ovvero mai. Perché, finché c’è gente che ragiona così e diffonde sentenze sui social mentre chi è precario o chi è pieno di denunce manifesta per i propri diritti, sicuramente non si sconfiggerà il fascismo. È una forma di paternalismo che attraversa, da sempre, la cultura politica del centrosinistra.

Un paternalismo che parte da un presupposto tanto semplice quanto arrogante: gli oppressi sono sempre legittimi quando soffrono, molto meno quando decidono autonomamente come organizzare la propria lotta. La loro condizione viene riconosciuta dal centrosinistra, persino raccontata – e bisogna pure ringraziarlo per raccontarla. E se fai una mezza critica al suo solito racconto pietistico e strumentale sei tu che non capisci la situazione e, come sempre, te la prendi con l’obiettivo sbagliato invece che con Giorgia Meloni. Ma nel momento in cui quella condizione si traduce in iniziativa politica, in interruzione della normalità, allora diventa improvvisamente un problema di metodo, di linguaggio, di opportunità.

È esattamente quello che è accaduto dopo Napoli. Gli influencer in questione, non si sono espressi nel merito delle contestazioni, sulla storia di lotta e le istanze che portava, ma hanno hanno semplicemente cancellato quella del Movimento di Lotta – Disoccupati 7 Novembre e colto l’occasione per impartire lezioni di bon ton a Potere al Popolo e infantilizzarli con epiteti come “gruppettari”.

Invece di affrontare le motivazioni che hanno portato alla contestazione, sono arrivati i sermoni sul voto utile, sull’unità del centrosinistra e sulla necessità di non “fare il gioco della destra”. Ancora una volta la responsabilità politica è stata spostata da chi pretende di rappresentare il disagio sociale a chi quel disagio lo vive.

È un meccanismo perverso, perché trasforma i problemi politici e sociali in problemi morali. Se protesti nel modo sbagliato, favorisci Meloni. Se contesti un palco, favorisci Meloni. Se non accetti di subordinare la tua rabbia alle esigenze elettorali del centrosinistra, favorisci Meloni. Questa retorica ha una funzione molto precisa: deresponsabilizzare chi ha governato o chi ambisce a governare e trasferire il peso della sconfitta politica su chi sta già pagando il prezzo più alto delle disuguaglianze.

Ma perché dovrebbe essere un movimento che lotta per i diritti dei disoccupati a caricarsi sulle spalle il destino elettorale del centrosinistra? Perché dovrebbe essere chi vive precarietà, esclusione e marginalità a garantire la serenità di un comizio? Perché dovrebbe essere sempre chi sta in basso a dimostrarsi maturo, responsabile e strategico, mentre a chi chiede consenso non viene mai domandato conto dei propri fallimenti?

Queste domande vengono sistematicamente rimosse perché mettono in crisi l’idea che esista un debito politico permanente nei confronti del cosiddetto campo progressista. È un debito che, personalmente, non riconosco. Non dobbiamo il voto a nessuno. Non dobbiamo il silenzio a nessuno. Non dobbiamo mettere tra parentesi le nostre esperienze politiche, le nostre ferite e la nostra memoria perché qualcuno ci ripete che “prima bisogna fermare la destra”.

Da palestinese questa dinamica mi è dolorosamente familiare. Negli ultimi tre anni ho visto la stessa pedagogia applicata a ogni mobilitazione per la Palestina. Ho visto il centrosinistra chiedere continuamente moderazione a chi denunciava un genocidio. Ho visto trasformare la solidarietà al mio popolo in un esercizio di gestione dell’immagine e in un argomento di campagna elettorale solo dopo che il numero dei morti era diventato troppo alto. Ho visto il Partito Democratico impedire la presenza delle bandiere palestinesi nella manifestazione dell’11 novembre 2023 a Piazza del Popolo e poi far salire tre dei suoi a bordo della Global Sumud Flotilla. E anche in quel caso, se osavi criticare questa violenza simbolica nei confronti dei palestinesi, favorivi Giorgia Meloni.

Nei giorni in cui il PD solidarizzava con Israele e impediva le bandiere palestinesi, centinaia di persone al giorno venivano uccise ogni giorno in Palestina, gli ospedali venivano distrutti uno dopo l’altro, interi quartieri sparivano dalla faccia della terra. E per non favorire Giorgia Meloni io dovrei stare zitta e dimenticare tutto questo.

Ho visto anche esponenti politici di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) utilizzare la causa palestinese per prendere consenso e buttare in mare rapidamente i palestinesi in Italia nel momento in cui venivano arrestati barbaramente e disumanizzati nei media. Ho visto Giuseppe Conte firmare i decreti sicurezza con Salvini e ora dirci che lui e i suoi alleati non impediscono l’espressione del dissenso. E ho visto tanti studenti e attivisti affrontare denunce, identificazioni e procedimenti giudiziari mentre il dibattito mainstream continuava a preoccuparsi dei toni delle proteste.

Per questo gli influencer progressisti come Cathy La Torre, Lorenzo Tosa e altri dovrebbero provare solo vergogna. Parlano continuamente di diritti, di democrazia e di antifascismo, ma quando succede qualcosa nelle piazze intervengono sempre con un atteggiamento pedagogico. Spiegano ai manifestanti come manifestare. Spiegano a chi urla come dovrebbe parlare. Spiegano a chi piange come dovrebbe elaborare il proprio dolore. Spiegano a chi vive la repressione quanto sia importante mantenere la calma. È un atteggiamento che rivela un enorme privilegio. Perché soltanto chi non è attraversato dalla violenza materiale può permettersi di trattare la rabbia come un problema di comunicazione.

La rabbia, invece, è una risposta politica perfettamente razionale. Non nasce dall’irrazionalità, ma dall’esperienza concreta dell’ingiustizia. Pretendere che chi vive precarietà, guerra, genocidio, arresti, razzismo e repressione debba esprimersi esclusivamente nei registri considerati accettabili da chi osserva significa esercitare un potere profondamente classista. Significa chiedere agli oppressi di rendere la propria sofferenza compatibile con la sensibilità di chi non la vive.

Ed è proprio qui che il centrosinistra continua a perdere credibilità. Perché continua a chiedere sacrifici sempre agli stessi. Ai disoccupati viene chiesto di aspettare. Ai palestinesi viene chiesto di moderare il linguaggio. Agli studenti denunciati viene chiesto di essere più prudenti. Ai movimenti viene chiesto di non disturbare. A tutti viene chiesto di votare comunque, di tacere comunque, di ingoiare comunque il veleno del “male minore”.

Ma nessuno può pretendere che la lotta contro il fascismo passi attraverso la rimozione delle responsabilità di chi, negli ultimi decenni, ha contribuito a produrre la crisi della rappresentanza che oggi rende così forte la destra. Il fascismo non si fermerà chiedendo agli ultimi un ulteriore sacrificio. Non si fermerà infantilizzando chi protesta. Non si fermerà trasformando il conflitto sociale in un problema di buone maniere. Si fermerà soltanto quando la politica tornerà a considerare la rabbia degli oppressi non come qualcosa da amministrare, correggere o addomesticare, ma come una domanda di giustizia alla quale rispondere.

Fino ad allora, ogni volta che qualcuno dirà a dei manifestanti di aspettare a manifestare, continuerà a dimostrare una cosa sola: essere attivamente complice della repressione e della violenza estrema che stiamo vivendo in questo periodo storico.

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