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Schlein vuole affrontare i potenti del mondo. Ma non riesce ad affrontare Delrio, Fiano e Picierno

Dalia Ismail

Elly Schlein riconoscerà lo Stato di Palestina. Bisogna soltanto darle il tempo di vincere le elezioni, formare un governo con Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, convincere gli alleati europei e affrontare Stati Uniti e Israele. Tutte operazioni evidentemente più semplici che convincere Graziano Delrio a non presentare un disegno di legge che trasforma l’antisionismo in antisemitismo istituzionalmente riconosciuto, e convincere poi tutto il suo partito a votare contro un provvedimento del genere.

Alla festa nazionale di Alleanza Verdi e Sinistra, martedì sera a Roma, il riconoscimento dello Stato palestinese è finito infatti tra le priorità indicate dal centrosinistra per un futuro governo. Una promessa non esattamente modesta. Riconoscere la Palestina significa assumere una posizione che entra direttamente in conflitto con Israele, con gli Stati Uniti e con decenni di politica occidentale costruita intorno alla protezione diplomatica, economica e militare di Israele.

Schlein, insomma, promette di affrontare il rapporto di forza più pesante della politica internazionale. Solo che, prima di arrivare a Netanyahu, Trump e Bruxelles, dovrebbe riuscire ad affrontare il Partito democratico. Ma qui, per Schlein, la rivoluzione si fa più difficile.

La coincidenza di questi giorni è quasi perfetta. Mentre Schlein prometteva il riconoscimento della Palestina dal palco di AVS, il 9 settembre davanti a Montecitorio centinaia di organizzazioni protestavano contro il ddl sull’antisemitismo, già approvato dal Senato e ora arrivato alla Camera. Il centro della contestazione è il disegno di legge che prende la definizione di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance, l’IHRA, e la trasforma in un riferimento ufficiale dello Stato italiano.

La definizione IHRA non si limita a dire che odiare, discriminare o perseguitare gli ebrei è antisemitismo. Dentro gli esempi associati alla definizione entrano direttamente Israele e il sionismo.

Secondo questa definizione, può essere considerato antisemita sostenere che l’esistenza dello Stato di Israele sia una “impresa razzista”. Può esserlo chiedere le sanzioni. Può esserlo paragonare le sue politiche a quelle del nazismo.

Chi sostiene la Palestina non ha passato gli ultimi anni a dire che Netanyahu è cattivo. Denuncia un sistema coloniale e un genocidio. Ricorda che la nascita di Israele nel 1948 è stata accompagnata dall’espulsione di circa 750 mila palestinesi. Parla della Nakba e della pulizia etnica. Contesta il sionismo come progetto politico coloniale e razzista. Denuncia il fatto che uno Stato costruito sulla supremazia di un gruppo etnico-religioso su un altro non possa essere considerato democratico soltanto perché organizza elezioni.

Un secolo di documentazione, poesia e pensiero palestinese hanno descritto il sionismo come colonialismo d’insediamento. Ilan Pappé ha scritto della pulizia etnica della Palestina. B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani, ha definito il sistema israeliano un regime di apartheid, così come Amnesty International e Human Rights Watch.

E questi personaggi, del centrodestra e del PD, vogliono definire tutto ciò “antisemita” e limitare dunque la libertà di espressione, di critica e d’informazione. 

Sovrapporre le due cose significa strumentalizzare la lotta all’antisemitismo per proteggere politicamente Israele.

Il ddl rende una definizione già utilizzata per anni da governi, università, media e istituzioni per colpire o delegittimare il discorso palestinese e la rende parte della macchina dello Stato italiano. La introduce nella strategia nazionale contro l’antisemitismo, nel monitoraggio, nella formazione, nelle scuole, nelle università, nelle pubbliche amministrazioni, nelle forze di polizia e nel contrasto ai contenuti d’odio online.

Questo significa rendere ancora più facile classificare una manifestazione come antisemita perché antisionista. Significa offrire uno strumento in più a un’università che vuole cancellare una conferenza sulla Palestina, a un’amministrazione che vuole delegittimare un’associazione, a chi vuole descrivere un docente o un giornalista come diffusore di odio perché parla di colonialismo, genocidio e pulizia etnica.

E, appunto, questo meccanismo esiste già. Il ddl semplicemente gli dà una legittimità istituzionale.

Per capire dove possa portare questa sovrapposizione basta guardare al Partito democratico.

Pina Picierno, ex PD, ha passato gli ultimi anni a offrirne una dimostrazione perfetta.

A gennaio 2026 , davanti all’annuncio di un presidio per la Palestina davanti alla sede del PD nel Giorno della Memoria, parlò di iniziativa “ridicola e pericolosa” e spiegò che manifestare “contro il sionismo” era “una nuova forma di antisemitismo che si maschera dietro l’antisionismo”.

Più chiaro di così è difficile. La vicepresidente del Parlamento europeo non stava denunciando una sinagoga incendiata, stava dicendo che opporsi al sionismo è antisemitismo.

Nel marzo 2025, Picierno incontrò al Parlamento europeo una delegazione dell’Israel Defense and Security Forum, organizzazione israeliana di destra composta anche da ex militari e ufficiali, sostenitrice della politica di espansione delle colonie illegali nella Cisgiordania occupata. C’è stata una piccola polemica dentro al PD da parte di alcuni esponenti, e Picierno rispose che la polemica era “surreale”.

Poi continuò tranquillamente a fare la vicepresidente del Parlamento europeo e dirigente del PD. A un certo punto fu lei a decidere di lasciare il partito: non venne cacciata da Schlein, né Schlein prese mai nettamente le distanze dalle sue posizioni. 

Questo è il partito con cui Elly Schlein vuole riconoscere la Palestina.

Poi Graziano Delrio propone il ddl antisemitismo. 

Il capogruppo del PD al Senato Francesco Boccia prese subito le distanze: “iniziativa personale”, spiegò. Dalla segretaria Elly Schlein, invece, non arrivò una rottura pubblica altrettanto netta. 

Poi la proposta Delrio viene assorbita insieme ad altri testi nel ddl presentato dal leghista Massimiliano Romeo.

Il 4 marzo il Senato approva il testo con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astensioni. ll PD si astiene. E sei senatori democratici votano addirittura a favore, insieme alla destra.

Sei mesi dopo Elly Schlein sale sul palco con Conte, Fratoianni e Bonelli e promette che il futuro governo riconoscerà lo Stato di Palestina.

Bisogna ammetterlo: ci vuole coraggio.

Perché sulla Palestina Schlein ha costruito un metodo politico tutto suo. Contraria, ma mai abbastanza da provocare una rottura.

Lo si vede anche nel linguaggio.

Ieri Schlein attacca il governo Meloni perché l’Italia non ha aderito all’iniziativa di Gran Bretagna, Francia, Canada e altri Paesi contro gli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania. 

Poi arriva alla fine e parla di Netanyahu e dei “coloni violenti”.

I coloni violenti.

Una formula meravigliosa, perché presuppone l’esistenza di un’altra categoria: il colono non violento.

Quello che non dà fuoco a una casa palestinese. Semplicemente prende casa su una terra occupata, dentro un insediamento illegale, protetto dall’esercito di una potenza occupante, mentre attorno a lui i palestinesi perdono terra, libertà di movimento e continuità territoriale. Questo, evidentemente, è il colono non violento.

Occupazione militare, demolizioni di case e scuole, espulsioni della propria terra, checkpoint, strade separate e un esercito schierato a difesa delle colonie illegali contro dei civili palestinesi, per Schlein, sono il paesaggio neutro dentro cui, purtroppo, ogni tanto compare qualche estremista.

Il colono violento è cattivo. Sul colono educato bisognerà evidentemente convocare la direzione nazionale del Partito democratico.

E la Palestina si può riconoscere, ma possibilmente senza far arrabbiare troppo Graziano Delrio, Piero Fassino, Lia Quartapelle e tutta l’area del partito che su Israele porta avanti da anni una linea sionista identica alla destra.

Puoi sostenere che l’antisionismo sia “l’altra faccia dell’antisemitismo” e continuare a occupare uno dei ruoli più importanti del partito.

E puoi presentare un ddl sull’antisemitismo per reprimere le critiche ad Israele e votare tranquillamente insieme alla destra, senza che la segretaria del partito prenda le distanze da te. 

Schlein vuole convincerci che quando governerà sarà pronta a riconoscere la Palestina. Che sarà pronta a rompere con decenni di politica europea e occidentale verso Israele.

Bisogna crederle. Sempre che Graziano Delrio non la accusi prima di antisemitismo.

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