Riprendiamo e traduciamo da Contretemps
Il 28 febbraio, gli Stati Uniti e lo stato coloniale di Israele hanno lanciato una vasta operazione militare contro l’Iran, dimostrando ancora una volta la loro politica di distruzione di tutto ciò che non è sottomesso al loro dominio imperialista. La retorica statunitense e israeliana legittima l’attacco a partire dalle rivolte popolari contro il regime iraniano, anche se gli attori di queste rivolte sul campo si sono sempre opposti con forza a un intervento esterno.
In questa intervista [realizzata dopo il picco della repressione in Iran e prima dell’aggressione israelo-statunitense], il collettivo Roja torna sulle dinamiche politiche, sociali ed economiche che agitano l’Iran, seguendo principi di orientamento anti-imperialista. Torna anche sulle conseguenze della repressione delle ultime mobilitazioni in Iran. Molto più accentuato rispetto agli ultimi movimenti di protesta, questo inasprimento mette in luce la crisi politica in cui sta sprofondando il regime e la fuga in avanti della repressione.
Da alcuni anni, il regime iraniano è regolarmente contestato da vaste mobilitazioni che ne mettono in discussione la legittimità. Tuttavia, dal 2022 (Donna, Vita, Libertà) al 2025, le dinamiche non sono necessariamente le stesse. Come cogliere quindi queste diversi fenomeni, articolandoli al contempo in una prospettiva anti-imperialista di fronte all’aggressione statunitense e israeliana?
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Da diversi anni, con cadenza sempre più regolare, l’Iran è teatro di mobilitazioni sociali e l’opposizione al regime sembra diventare sempre più forte. Potete ripercorrere il periodo che separa il movimento Donna, vita, libertà dalle recenti proteste? Cosa è successo dal 2022 e in che misura le mobilitazioni apparse alla fine del 2025 si inseriscono nella continuità di quelle del 2022?
Almeno dal 2017, l’Iran è entrato in una fase che può essere definita come una crisi pre-rivoluzionaria continua e crescente. La rivolta del dicembre 2017, scatenata dal brutale deterioramento delle condizioni materiali di vita, ha costituito una svolta simbolica decisiva: ha sancito, per un’ampia parte della società, l’esaurimento storico di ogni prospettiva di trasformazione interna, graduale ed endogena attraverso la via riformista. Da allora, sotto l’effetto dell’accumulo, della condensazione e dell’intreccio di contraddizioni sociali e politiche eterogenee, le ondate insurrezionali ricompaiono a intervalli regolari, ogni volta con maggiore intensità e con un potenziale esplosivo più ampio. La più recente sequenza di proteste (dicembre 2025 – gennaio 2026) costituisce quindi la quarta grande rivolta di questo ciclo che ha interessato, in misura diversa, l’intero territorio iraniano.
In questo contesto storico, la rivolta Jin, Jiyan, Azadî (Donna, Vita, Libertà) del 2022 ha rappresentato un vero e proprio punto di svolta. Ha cristallizzato la convergenza delle contraddizioni economiche, politiche e ideologiche accumulate dal consolidamento della Repubblica islamica all’inizio degli anni ’80 in un’aspirazione esplicita alla rottura radicale. È emerso quindi un discorso relativamente coerente, che si articolava in un’unica configurazione antagonistica: la lotta democratica contro il governo arbitrario e autoritario; la lotta sociale contro le disuguaglianze strutturali; la contestazione dei regimi di dominio di genere e sessualità; nonché la denuncia delle gerarchie nazionali ed etniche che colpiscono in particolare le popolazioni curde, arabe e beluci, tra le altre.
La recente rivolta, come indica il suo slogan centrale – «Morte al dittatore» – inserisce queste mobilitazioni nella continuità del rifiuto esplicito della Repubblica islamica che già caratterizzava la rivolta del 2022. Diffusa in più di duecento città, ha conosciuto una diffusione geografica di portata paragonabile a quella del movimento Donna, Vita, Libertà.
Tuttavia, queste mobilitazioni non presentano lo stesso grado di chiarezza discorsiva, cioè non hanno la capacità di enunciare, nominare e individuare esplicitamente le diverse forme di dominio e oppressione. Questo divario è dovuto a diversi fattori: le modalità di nascita del movimento e la geografia della sua diffusione; il profilo degli attori e dei leader sul campo su piccola scale, ovvero coloro che organizzano concretamente gli spostamenti, gli slogan e le iniziative collettive nelle strade; infine, una temporalità più breve, più intensa ed esplosiva, modellata da una repressione di una brutalità senza precedenti, che ha ostacolato la stabilizzazione di un linguaggio politico comune e duraturo.
È fondamentale sottolineare che queste mobilitazioni sono scoppiate nel contesto immediato dell’attacco israeliano contro l’Iran nel giugno 2025, noto come “guerra dei dodici giorni”. Da un lato, questa guerra ha costituito un fattore di aggravamento delle condizioni di vita delle classi popolari; dall’altro, ha fatto da leva per una maggiore militarizzazione dello spazio politico e sociale. Ha aperto la strada a un inasprimento delle sanzioni americane ed europee, all’attivazione del meccanismo di snapback del Consiglio di sicurezza dell’ONU (uno strumento diplomatico che consente di ripristinare le sanzioni) e a una maggiore pressione sulle esportazioni petrolifere, sul sistema bancario e sul settore finanziario. Il risultato è stato un brusco calo delle entrate in valuta estera.
Tra la fine della «guerra dei dodici giorni» e la notte in cui le proteste hanno infiammato il Gran bazar della telefonia e dell’informatica a Teheran, il riyal è crollato, perdendo quasi il 40% del suo valore. Una svalutazione così rapida non può tuttavia essere interpretata né come un semplice panico economico dovuto a un meccanismo apparentemente “naturale” del mercato, né come la traduzione meccanica e immediata delle pressioni geopolitiche nella sfera economica. Contrariamente alle analisi predominanti, il crollo improvviso della moneta nazionale – che ha scatenato le proteste – non può essere attribuito in modo diretto e automatico alle sanzioni.
In breve, si tratta dell’effetto condensato di una trasformazione strutturale dell’economia sotto sanzioni che, da oltre un decennio, ha generato deficit di bilancio cronici, corruzione sistemica e privatizzazione clientelare dei flussi di valuta. La quasi privatizzazione delle vendite di petrolio ne costituisce oggi l’espressione più compiuta: i “petrodollari”, ormai ampiamente captati da trust privati e reti parastatali, sono conservati su conti offshore e non rientrano più nelle finanze pubbliche. Questa configurazione alimenta un blocco di potere basato sulla manipolazione deliberata del mercato dei cambi, che articola gli interessi di società di comodo specializzate nell’elusione delle sanzioni, di intermediari – in particolare nel settore petrolifero – strettamente legati alle élite di sicurezza e governative, dei grandi esportatori che controllano l’offerta di valuta estera e dello Stato stesso, che rimane il principale detentore di dollari pur essendo strangolato dal proprio deficit e che, di conseguenza, trae vantaggio dal loro rincaro.
A ciò si aggiunge il ruolo centrale degli ideologi della classe dirigente, per i quali la «terapia d’urto», la «chirurgia economica» e la liberalizzazione dei prezzi sono un dogma sacrosanto. In questa convergenza tra interessi materiali e discorso ideologico, l’aumento del dollaro funziona sia come meccanismo di compensazione dei costi delle sanzioni sia come strumento di trasferimento di ricchezza: fa ricadere il costo della crisi e della predazione del regime direttamente sulle famiglie, a scapito della maggioranza sociale. È questa violenza economica cumulativa e strutturale che alimenta oggi il nuovo ciclo di rivolte, in cui la questione monetaria costituisce solo la forma immediata di un conflitto molto più profondo che oppone la società a un ordine di potere giunto al termine della sua legittimità.
Allo stesso tempo, la guerra ha rafforzato il clima di sicurezza. Per compensare un’autorità profondamente scossa dalla “guerra dei dodici giorni”, la Repubblica islamica ha fatto ricorso a un’escalation di violenza che si è manifestata inizialmente con brutalità senza precedenti contro i migranti afghani e i cittadini iraniani di origine afghana, poi con un aumento significativo delle esecuzioni. L’entità senza precedenti della repressione delle proteste – compresi i massacri perpetrati in un contesto di quasi totale interruzione di Internet – deve essere compresa in questo contesto. La televisione di Stato e l’apparato ideologico del regime presentano sistematicamente i manifestanti come “terroristi” o “agenti del Mossad” al fine di legittimare questa estrema violenza.
Secondo HRANA, un’organizzazione indipendente riconosciuta per la difesa dei diritti umani, il numero di morti confermati è di 6.508 manifestanti, mentre oltre 11.744 casi aggiuntivi sono ancora in fase di verifica, il che porterebbe il numero potenziale reale delle vittime a quasi 18.000. Le immagini diffuse mostrano obitori saturi di corpi, alcuni dei quali indossavano ancora dispositivi medici, rafforzando i sospetti di esecuzioni di feriti all’interno degli ospedali stessi. È ormai accertato che le forze di repressione hanno attaccato alcuni ospedali e impedito il ricovero dei manifestanti feriti. Secondo il direttore di un grande ospedale oftalmologico di Teheran, circa un migliaio di persone si sono presentate con gravi lesioni agli occhi causate da colpi di proiettili.
La rivolta in corso sembra avere origine da problemi economici. Puoi tornare sul ruolo dei commercianti nell’inizio di questa mobilitazione? In che modo le questioni economiche e sociali si intrecciano con le rivendicazioni femministe e democratiche?
Il fatto che la mobilitazione sia iniziata nel Gran bazar non è affatto casuale. Sin dalla rivoluzione del 1979, questa istituzione costituisce uno dei pilastri sociali del potere clericale: uno spazio emblematico di un capitalismo mercantile conservatore, profondamente intrecciato con le reti statali e religiose. Il fatto che la protesta sia scoppiata proprio in questo luogo indica che la crisi ha superato le tradizionali linee di frattura del regime e ha raggiunto il cuore stesso delle sue vecchie basi di sostegno.
Certo, la scintilla iniziale della recente rivolta è partita dal Gran bazar, più precisamente dal mercato della telefonia mobile e delle apparecchiature digitali a Teheran. Ma la rabbia dei commercianti non deve essere intesa come l’espressione di una rivendicazione corporativistica limitata, bensì come il sintomo di una trasformazione strutturale dell’economia sotto sanzioni e dell’erosione del contratto sociale esistente. La loro mobilitazione si inserisce in una contestazione più ampia, legata alla crisi di riproduzione sociale che l’Iran sta attraversando oggi.
Ciò che ha improvvisamente spinto altri strati sociali a scendere in piazza non è solo la volatilità del tasso di cambio o le perturbazioni congiunturali del commercio. Si tratta piuttosto di un confronto diretto con un sistema che ha ristrutturato l’economia iraniana a vantaggio di reti di intermediari, società di comodo, strutture private di trust e istituzioni parastatali. In questo contesto, il mercato è direttamente un terreno di intervento politico, dove si dispiegano la manipolazione deliberata del tasso di cambio, la monopolizzazione dell’accesso alle valute e il trasferimento organizzato di ricchezze – fenomeno che, ovviamente, non è affatto appannaggio della Repubblica islamica dell’Iran.
Tuttavia, la portata di questa rivolta va ben oltre il suo punto di partenza economico. Come già dimostrato dall’esperienza del movimento Donna, Vita, Libertà nel 2022, le rivendicazioni economiche, sociali, femministe e democratiche sono oggi profondamente intrecciate in Iran e non possono più essere intese come sfere distinte. La violenza economica strutturale – che si tratti della svalutazione della moneta nazionale, della soppressione dei sussidi o delle politiche neoliberiste di «terapia d’urto» – è direttamente collegata ad altre forme di dominio: controllo dei corpi, ordine nei generi, repressione politica e discriminazioni nazionali ed etniche.
In questa prospettiva, la crisi legata al costo della vita non è in contrasto con le rivendicazioni femministe e democratiche, ma ne costituisce piuttosto una delle manifestazioni concrete. Lo stesso Stato che impone la liberalizzazione dei prezzi e manipola i mercati per trasferire il costo della crisi sulla maggioranza della popolazione è anche quello che trasforma il corpo delle donne in terreno di esercizio della sovranità, mette in sicurezza lo spazio pubblico e reprime ogni forma di organizzazione autonoma. Ecco perché, anche quando il punto di partenza delle mobilitazioni sembra economico, gli slogan si politicizzano rapidamente e mirano direttamente al vertice del potere.
Per riassumere, nell’analisi delle attuali trasformazioni in Iran, occorre evitare due forme di riduzionismo, talvolta presenti in alcuni discorsi di sinistra. Da un lato, sarebbe errato ridurre le rivolte popolari a una reazione meccanica alle sole difficoltà economiche. Certo, le politiche di espropriazione, le privatizzazioni e le riforme neoliberiste costituiscono fattori determinanti reali, ma la rabbia sociale in Iran è allo stesso tempo politica, sociale ed economica. Che è generata da molteplici forme di dominio, sfruttamento, autoritarismo e ingiustizie strutturali, in particolare di genere e di ordine etnico-nazionale.
D’altra parte, ridurre la crisi alle sole sanzioni internazionali significa nasconderne le cause endogene. Se le sanzioni aggravano innegabilmente la situazione, non ne costituiscono tuttavia la causa principale. Alla base della crisi vi è soprattutto una configurazione interna fondata sulla rendita, l’espropriazione massiccia, l’accumulazione per espropriazione, la predazione delle risorse pubbliche e il clientelismo politico. Attribuire la crisi principalmente alle sanzioni equivale quindi a rendere invisibile la responsabilità strutturale dell’economia politica interna.
Si riscontrano caratteristiche simili dal punto di vista geografico alle mobilitazioni del 2022? All’epoca, il Kurdistan e il Belucistan erano stati al centro dei movimenti popolari, ma sembra che nel 2025 il movimento si sia esteso ad altre regioni del Paese. Se così fosse, come si spiega questa espansione? E le forme di politicizzazione del 2022, legate in parte alle tradizioni politiche curde, sono della stessa natura o, al contrario, sono superate dalla dimensione economica e sociale che interessa tutto il Paese?
Da un punto di vista geografico, le mobilitazioni attuali prolungano alcune dinamiche del 2022, introducendo al contempo uno spostamento qualitativo del loro baricentro sociopolitico. La rivolta del 2022, scatenata dalle donne, ha trovato i suoi focolai più intensi nelle regioni periferiche, in particolare nel Kurdistan e nel Belucistan. La centralità di questi spazi non era casuale: si inseriva in tradizioni politiche di contestazione più antiche, plasmate da esperienze storiche di emarginazione nazionale, militarizzazione e resistenza organizzata. In questo contesto, la critica al carattere centralizzatore, patriarcale e autoritario del regime occupava un posto strutturale.
Tenuto conto di queste origini, l’azione politica delle donne e della Gen Z nelle funzioni di coordinamento, teorizzazione e propaganda politica è stata determinante, conferendo al movimento una forte coerenza simbolica e discorsiva che articolava le lotte femministe, democratiche e antiautoritarie.
Le recenti mobilitazioni presentano tuttavia una configurazione sensibilmente diversa. Nella loro fase iniziale di diffusione, una molteplicità di città piccole e medie – in particolare nell’ovest e nel sud del Paese – hanno svolto un ruolo di primo piano, anche in regioni meno dotate di tradizioni di protesta paragonabili a quelle delle periferie curde.
A questo proposito, si possono definire mobilitazioni di massa: sono composte più da individui aggregatisi anche se socialmente atomizzati, che da gruppi sociali differenziati e costituiti per sé, e proprio per questo motivo le proteste appaiono più omogenee nella loro espressione immediata. La maggiore visibilità degli slogan a favore della monarchia, basati in gran parte su una forma di etno-nazionalismo persiano, deve essere compresa in questo contesto: essa riflette meno un’egemonia ideologica che un effetto di massificazione sociale.
In questa prospettiva, il periodo che va dal 2022 ad oggi non può essere interpretato come la semplice diffusione lineare di forme di contestazione provenienti dal Kurdistan verso l’intero territorio iraniano. Corrisponde piuttosto a due configurazioni distinte di mobilitazione, strutturalmente intrecciate ma differenziate nella loro logica interna. Sia la rivolta Donna, Vita, Libertà che le recenti proteste hanno acquisito una dimensione veramente nazionale sul piano geografico e transclassista sul piano sociale. In entrambi i casi, la stretta interconnessione tra rivendicazioni politiche ed economiche rivela l’emergere di uno scontro frontale tra società e potere, che assomiglia a un conflitto esistenziale e sistemico, ben al di là di una logica di compromesso o di aggiustamento riformista.
I media francesi, e probabilmente anche quelli di altri paesi, sottolineano che una delle differenze rispetto alle mobilitazioni precedenti è la richiesta di una parte dei manifestanti di trovare una soluzione politica grazie a Reza Pahlavi, l’erede dello Scià di Persia. Pensi che questa richiesta trovi eco in Iran? O nella diaspora? Esistono soluzioni interne al regime per risolvere la crisi politica che sta attraversando l’Iran?
Innanzitutto, va sottolineato che, da circa un decennio, le rivolte in Iran sono attraversate da due blocchi antagonisti, portatori di razionalità, programmi e principi organizzativi distinti.
Il primo – egemonico durante il movimento Donna, Vita, Libertà e ancora attivo – è caratterizzato da una traduzione centrifuga, plurale e inclusiva di questo slogan: articola in modo indissociabile aspirazione democratica, autodeterminazione dei popoli e lotte contro le dominazioni di genere, etnico-nazionali e di classe. Si basa su una rete non istituzionalizzata ma profondamente radicata socialmente, che va dalle prigioni come Evin alle periferie insorte del Paese, e riunisce femministe, minoranze nazionali, studenti, organizzazioni di sinistra, sindacalisti e attori civici; costituisce oggi il nucleo principale di un’alternativa emancipatoria.
Il secondo blocco, invece, interpreta le recenti mobilitazioni come sequenze di una «rivoluzione nazionale» fondata su un immaginario imperiale e monarchico; nel 2022 ha cercato di far rimare Donna, Vita, Libertà con “Uomo, Patria, Prosperità”. Presente soprattutto nelle piccole città e nelle periferie popolari – dove la repressione ha ostacolato la creazione di reti militanti strutturate – mobilita individui atomizzati in una massa monolitica attraverso l’immagine nostalgica e spettacolare dell’Iran monarchico, incarnata dal figlio dello scià deposto, Reza Pahlavi, e diffusa da canali televisivi in lingua persiana con sede all’estero, primo fra tutti Iran International, diventato un megafono di propaganda monarchica e favorevole al cambiamento di regime, con un budget annuale stimato in circa 250 milioni di dollari e finanziato da attori legati all’Arabia Saudita e a Israele.
Questo blocco beneficia quindi di una sovraesposizione mediatica strutturata. Uno studio indipendente condotto su 4.500 video di recenti mobilitazioni indica che gli slogan pro-Pahlavi, il cui peso reale è pari a circa il 17%, sono stati amplificati con un bias del 376% da Iran International e del 100% dalla BBC Persian, uno schema osservabile anche in molti media occidentali. A partire dagli anni 2010, l’ascesa di canali satellitari riccamente finanziati e altamente professionalizzati ha costruito l’immagine di Pahlavi come un’ “alternativa pronta per l’esportazione”, rafforzata da campagne digitali coordinate (hashtag, attacchi mirati, amplificazione algoritmica), in particolare durante le proteste del 2019, la rivolta del 2022 e la guerra del giugno 2025, di cui l’erede ha pubblicamente elogiato gli attacchi. Questo dispositivo produce un effetto di maggioranza artificiale e una spirale di silenzio: la percezione di una tale egemonia scoraggia l’espressione di opinioni dissenzienti, rafforzando l’illusione della maggioranza. Questa amplificazione non annulla ogni base sociale reale – soprattutto nella diaspora, dove l’accettazione di un cambiamento al prezzo di una guerra è più diffusa – ma la supera ampiamente. La recente repressione sanguinosa ha persino aumentato l’accoglienza di Pahlavi presso alcuni spettatori, in particolare perché presenta, con il presunto sostegno di Israele e degli Stati Uniti, una “soluzione” basata sull’intervento militare straniero.
Di fronte a questa crisi sia interna che esterna, il regime stesso è attraversato da due linee strategiche. La linea dominante privilegia una guerra limitata e controllata, che permetta di legittimare una repressione accresciuta in nome della minaccia esterna; tuttavia, nel contesto post-7 ottobre, lo scenario classico del «né guerra né pace» appare sempre più difficile da mantenere. Un’altra fazione difende una negoziazione con l’Occidente che non porti a una rottura ma a una metamorfosi del regime: il mantenimento dell’essenziale dell’apparato di potere in una forma più tecnocratica e internazionalmente accettabile. All’interno della stessa classe dirigente, alcuni sostengono ormai apertamente l’emergere di una figura bonapartista – un uomo forte presentato come arbitro al di sopra delle fazioni – in grado di imporre un ordine autoritario «razionalizzato».
Lungi da uno scontro binario tra regime e opposizione, l’attuale congiuntura iraniana appare quindi strutturata da una configurazione triangolare: un blocco emancipatorio radicato socialmente, un progetto restauratore sostenuto dall’esterno e strategie concorrenti di ricomposizione autoritaria al vertice dello Stato.
L’Iran è in primo piano nelle questioni imperialistiche. Abbiamo visto le conseguenze dell’estensione della guerra da Gaza all’Iran, senza che ciò abbia provocato reazioni militari di rilievo da parte dello Stato iraniano. Come viene percepita in Iran la questione del conflitto con Israele? L’altro aspetto è ovviamente l’atteggiamento degli Stati Uniti. Dato che è difficile prevedere cosa potrebbe fare Trump, qual è la posizione dei movimenti popolari nei suoi confronti?
A differenza della fase rivoluzionaria degli iraniani degli anni ’70 – in cui la lotta contro la dittatura dello Scià si inseriva pienamente nell’ondata anticolonialista del Sud del mondo – l’attuale contestazione della Repubblica islamica e l’opposizione all’imperialismo occidentale non sembrano più coincidere. La strumentalizzazione della causa palestinese da parte del regime, unita alla trasformazione dell’antimperialismo in un discorso proteiforme mobilitato per neutralizzare gli avversari interni – compresi i militanti comunisti e marxisti – ha contribuito ad allentare il legame tra una parte della società iraniana e la causa palestinese e lo stesso orizzonte antimperialista.
In un contesto caratterizzato dalla crisi dell’egemonia mondiale e da una tensione multipolare permanente e violenta, ciò ha aperto un doppio spazio di strumentalizzazione: da un lato, quello delle potenze occidentali e dei loro alleati, che cercano di sfruttare le lotte popolari iraniane al servizio di obiettivi strategici; dall’altro, quello di alcune frazioni della sinistra internazionale, inclini – in nome dell’antimperialismo – a minimizzare le violenze del regime. Le divisioni geopolitiche globali si rifrangono così nel cuore stesso della società iraniana.
La sequenza post-7 ottobre ne fornisce un esempio lampante: mentre le attiviste del movimento Donna, Vita, Libertà inviavano dalla prigione messaggi di solidarietà con Gaza, Benyamin Netanyahu giustificava gli attacchi contro l’Iran in nome dello stesso slogan – attacchi che hanno messo in pericolo proprio le detenute di Evin. Allo stesso tempo, alcune voci denunciavano un presunto utilizzo imperialista del movimento, mentre i monarchici contrari alla Repubblica islamica escludevano questo slogan dai loro raduni sventolando bandiere americane e israeliane.
Ciò che appare oggi con chiarezza è che, nel quadro di una multipolarità militarizzata, la riproduzione delle spazialità e temporalità locali e globali si è intensamente intrecciata: le traiettorie dell’Iran, del Venezuela, del Rojava o della Palestina non possono più essere pensate isolatamente, il che rende più urgente che mai l’elaborazione di una politica anti-imperialista rinnovata in grado di cogliere simultaneamente queste situazioni.
Oggi l’Iran è circondato dalle forze navali e aeree statunitensi e il rischio di un attacco è reale [l’intervista si riferisce a una fase immediatamente precedente all’attacco degli ultimi giorni]. Una tale configurazione non si limita a subordinare il destino delle lotte popolari alla volontà delle potenze interventiste, riducendone la possibilità d’azione, ma conferisce anche al regime un’ulteriore legittimità repressiva, consentendogli di presentare qualsiasi contestazione come il frutto di un’ingerenza straniera.
Va aggiunto che, nell’attuale ordine internazionale, la riproduzione del potere imperialista passa sempre meno attraverso il consenso o i meccanismi egemonici classici, e sempre più attraverso il ricorso diretto alla forza – fenomeno percepibile sia nei tentativi contro Maduro in Venezuela, nell’approccio di Trump nei confronti della Groenlandia, sia nell’invasione russa dell’Ucraina. La militarizzazione tende così a generalizzarsi e la guerra a diventare una modalità ordinaria di governo, mentre l’ordine internazionale nato nel 1945 e i suoi meccanismi di regolazione si stanno erodendo.
In questo contesto, gli scenari contemporanei non corrispondono più ai modelli classici di regime change basati sull’esportazione dei valori liberali. Tale opzione non si impone né in Venezuela né, verosimilmente, in Iran – che non costituisce una priorità strategica diretta per Trump nella versione aggiornata della dottrina Monroe che egli sta abbozzando. L’ipotesi più plausibile è piuttosto quella di una pressione graduale volta a influenzare il regime e a integrarlo nei circuiti di interessi strategici, pressione che potrebbe includere, se necessario, operazioni militari.
Di fronte a questa configurazione, il rilancio di una politica antimperialista appare come una necessità materiale piuttosto che morale: non una solidarietà astratta verso le lotte degli «altri», ma l’espressione di interdipendenze concrete tra classi subalterne al di là dei confini statali. Una tale prospettiva implica tuttavia la rottura con le impasse del “campismo” e del “tankismo”, che tendono a leggere le situazioni locali attraverso schemi geopolitici astratti e a privilegiare gli attributi formali dello Stato postcoloniale – sovranità, sicurezza, integrità territoriale – a scapito del loro contenuto democratico e sociale. In questa logica, regimi come la Repubblica islamica si pongono come mediatori tra repressione interna e alleanze esterne, trasformando l’antico ideale anticoloniale di «unità nazionale» in una dottrina di sicurezza permanente che subordina tutte le lotte sociali al presunto primato del conflitto tra nazione e imperialismo.
Tuttavia, separare la lotta anti-imperialista dalle altre lotte sociali la condanna all’astrazione e finisce per alienare coloro in nome dei quali pretende di parlare: il caso iraniano ne offre una dimostrazione particolarmente chiara. Una solidarietà antimperialista coerente deve quindi essere indipendente dagli Stati, radicata in una prospettiva dal basso attenta alle voci degli attori impegnati, opposta contemporaneamente all’autoritarismo interno e agli interventi esterni, e vigile di fronte a qualsiasi strumentalizzazione della sofferenza dei popoli. Solo una tale prassi, radicata nelle realtà materiali e articolata alle lotte concrete, può superare queste contraddizioni e tornare ad essere una forza effettiva di emancipazione.



