Dopo il “blocchiamo tutto” del 10 settembre, lo sciopero generale indetto dai sindacati il 18 settembre e l’indisponibilità di Sébastien Lecornu, l’ormai quinto premier designato dal presidente Macron, a fare un passo verso le richieste delle lavoratrici e dei lavoratori, l’intersindacale francese1 chiama a una prossima giornata di mobilitazione per il 2 ottobre 2025.
Cogliamo questa occasione per mettere un po’ di ordine in quello che sta succedendo in Francia, prima ritornando sulle cause strutturali della crisi francese, poi analizzando il movimento sociale che si sta presentando oltralpe.
Una crisi di accumulazione capitalistica
Qualche giorno fa sul nostro blog abbiamo pubblicato un’analisi che identifica, come causa principale della crisi politico-istituzionale francese, l’Unione europea (Ue) e le sue regole di austerità istituite sin dall’inizio della sua costituzione (dal Trattato di Maastricht del 1992 in poi). Secondo questa lettura, è in primis l’assetto istituzionale dell’Ue a limitare le possibilità dei singoli Stati di effettuare spese sociali.2 L’Ue – una formalizzazione degli interessi comuni alle borghesie europee, in particolar modo al settore finanziario europeo – è lo strumento politico principale con cui questi interessi vengono imposti alla classe lavoratrice nel contesto della globalizzazione e finanziarizzazione del capitale. La conclusione politica è la seguente: “Alla fine, tutta la questione si riduce a quella della ‘disobbedienza’ a questi trattati.”
Questa lettura rischia di enfatizzare il ruolo dell’Ue (la forma politica quindi, l’elemento sovrastrutturale) e trascurare le problematiche strutturali inerenti alla “logica del capitale” e all’attuale fase del capitalismo (la base economica): la Francia, come tutti i Paesi occidentali, è entrata nella Terza Grande Depressione (frenata del PIL, ritardi in sviluppo tecnologico e infrastrutturale, bassa produttività etc.) innescata dalla crisi del 2008, su cui praticamente nessun Paese è riuscito a intervenire per invertire la rotta.
La Francia rappresenta una particolarità continentale nella misura in cui la classe lavoratrice è riuscita a difendersi, almeno in parte, dal tentativo di scaricare su di lei i costi di questa crisi: a differenza di altri Paesi dove si sono applicate politiche di moderazione salariale, in Francia questo è avvenuto solo in parte e il Paese ha mantenuto un livello relativamente elevato di salario diretto (stipendio), indiretto (welfare) e differito (pensioni). Ma nel momento in cui il ciclo di accumulazione entra in crisi e le spese sociali rimangono inalterate (grazie alla capacità della classe lavoratrice di resistere), all’interno del sistema capitalistico è “normale” che le finanze pubbliche entrino in uno squilibrio. Si tratta, capitalisticamente parlando, di un semplice calcolo contabile: le entrate diminuiscono, le spese rimangono immutate o addirittura aumentano.
Per rientrare in equilibrio, esistono solo due soluzioni: o si staccano quote del capitale, oppure le si prendono dalla classe lavoratrice. L’aggressività con cui la borghesia francese sta intensificando gli attacchi a salari e welfare è volta a “recuperare terreno” nel quadro della sua competitività del capitalismo nazionale nella concorrenza internazionale.
La dinamica del debito francese
Ma il debito francese è davvero così alto? La Francia ha un debito pubblico situato intorno al 115% del PIL: si tratta di un debito decisamente più alto della media dell’Ue (82%), ma più basso rispetto ad altre economie (l’Italia, per esempio, sta al 135%). Infatti, il problema centrale non è il debito in sé, bensì il suo sviluppo storico e le prospettive future.
Storicamente, il debito pubblico francese è sempre stato relativamente stabile a partire dalla metà del secolo scorso. Ma la crisi del periodo 2008-2013 non ha risparmiato neanche la Francia: la recessione del 2009, la bassa crescita economica degli anni seguenti e gli elevati deficit primari3 hanno fatto schizzare il debito al 95% del PIL. Nel periodo successivo (2014-2019) la Francia ha continuato a fare deficit primari e il debito è salito al 98%. Nel 2020, con la crisi del Covid, il debito è ulteriormente aumentato del 17%, un incremento simile agli altri Paesi europei. Ma il deficit primario ha continuato a crescere, raggiungendo il 3,7% annuo nel 2024 (media Eurozona: 1,2%). In Francia quindi il debito continua costantemente a crescere, con un parte importante dovuta a creditori esteri (poco meno del 60%).
Se per la classe lavoratrice questo incremento corrisponde a una difesa delle varie forme del salario, per la borghesia invece un debito alto compromette la competitività sui mercati internazionali. Come ogni Stato capitalista, anche la Francia ha la necessità di piazzare le proprie obbligazioni sui mercati finanziari, ma un trend crescente del debito produce una sua “non sostenibilità”.
Sarebbe però un errore attribuire questo problema semplicemente alle “regole di bilancio dell’Ue”; si tratta piuttosto di un “dato di fatto” nella logica dell’accumulazione del capitale, perché indipendentemente dall’adesione o meno all’Ue, ogni Paese capitalistico è soggetto ai mercati finanziari. Lì, il prezzo delle obbligazioni viene determinato sulla base del rischio e delle aspettative future per quel che riguarda le capacità di pagare il debito, ma anche l’andamento economico e delle spese pubbliche. Se il deficit primario della Francia continuerà ad aumentare, cresceranno di pari passo le difficoltà della sua restituzione e, di conseguenza, i mercati finanziari la “puniranno” sempre di più.
Le risposte dei partiti
Nel panorama politico-istituzionale le proposte per uscire da questa impasse sono perlopiù tre. Il partito al governo e le forze neoliberiste – i difensori della grande borghesia francese – vogliono mettere mano alle spese pubbliche. Il congelamento delle pensioni e delle assunzioni nel pubblico, la soppressione di due giorni festivi sono misure che vanno a incidere direttamente sulla classe lavoratrice: aumento dell’orario di lavoro e, quindi, produzione di plusvalore assoluto.
Il Partito socialista invece – che difende gli interessi del ceto medio-alto – punta alla tassazione dei grandi patrimoni e quindi ad aumentare le entrate. Anche se questa misura potrebbe effettivamente coprire una parte del deficit primario, iI problema consiste nel fatto che tassare questi tipi di capitali è difficile perché sono proprio quelli con la più grande mobilità e si possono così “rifugiare” in Paesi in cui non vengono tassati. Inoltre esiste un problema quantitativo: la loro tassazione non è sufficiente per coprire i bisogni dei conti pubblici.
Infine, a sinistra, La France Insoumise – oltre a insistere sulla tassazione dei super-ricchi – propone la sterilizzazione della parte del debito detenuto dalla BCE. Sterilizzare il debito significa renderlo perpetuo, ma non cancellarlo. Concretamente, una tale misura implica la creazione di moneta, cosa che, di conseguenza, produce inflazione e provoca l’erosione dei salari. All’interno dell’Ue tale spirale inflazionistica si distribuirà in maniera più equa su tutta l’Eurozona, l’impatto sulla classe lavoratrice francese sarà così meno forte. Anche se non è una misura risolutiva, sicuramente si tratta di una proposta che rompe con le regole neoliberiste.
Riassumendo, la congiuntura francese è caratterizzata dai seguenti elementi che hanno prodotto l’attuale crisi: 1. una crescita economica debole in tutto il continente dovuta anche alla forte contrazione in Germania; neanche i massicci investimenti nell’industria dell’armamento sono riusciti a incrementare la produzione industriale; 2. una grande discrepanza tra l’andamento del deficit (in aumento) e gli obiettivi inseriti nelle rispettive leggi di bilancio; 3. l’aumento delle spese per coprire il pagamento degli interessi del debito; 4. la crisi politica francese: dalle elezioni presidenziali dell’aprile 2022, Emmanuel Macron ha cambiato 5 governi; inoltre, l’8 settembre 2025 per la prima volta nella storia della 5° Repubblica un governo viene sfiduciato su una sua richiesta di voto di fiducia.
Quo vadis “blocchiamo tutto”?
In questo contesto di crisi economica e politico-istituzionale quest’estate un nuovo movimento sociale è emerso. Mentre il governo di Bayrou nel mese di luglio 2025 annunciava le misure di austerity, in tutto il Paese si sono configurate assemblee territoriali per preparare azioni volte a “bloccare tutto” il 10 settembre. Lanciato in prima battuta su diversi canali online da soggetti tendenzialmente di destra, diverse organizzazioni politiche della sinistra di rottura (LFI) ed extraparlamentare, ma anche federazioni locali e dipartimentali di alcuni sindacati (CGT, FO e Solidaires) e il vasto mondo dell’associazionismo di sinistra francese hanno investito in queste strutture assembleari per orientarle politicamente. Così, il movimento ha velocemente assunto un carattere politico: non semplicemente il rifiuto dei piani di austerity di Bayrou, ma un “che se ne vadano tutti” rivolto contro la macronie.
Paragonato ai più recenti movimenti sociali francesi, “blocchiamo tutto” si è distinto quindi sia dai Gilets Jaunes (GJ) del 2018, perché direttamente più politico e non solo orientato a una particolare vertenza (i GJ erano nati, ricordiamo, nelle province contro l’aumento del prezzo del carburante), che dal movimento contro la riforma delle pensioni del 2022/2023 sin dall’inizio “guidato” dai sindacati confederali uniti in un coordinamento intersindacale.
La giornata del 10 settembre ha rivelato diversi elementi su cui vale la pena soffermarsi. In primo luogo il fatto che il movimento francese continua a mantenere un livello elevato di capacità mobilitativa. Secondo il Ministero dell’Interno, tra le 175.000 e le 250.000 persone hanno partecipato alle azioni in tutta la Francia; i numeri reali sembrano essere almeno il doppio. Dal primo mandato presidenziale di Macron nel 2017, si tratta dell’ennesimo movimento di massa che ha colpito l’intero paese4 la cui composizione è eterogenea: tanti giovani liceali e universitari, alcuni settori del mondo del lavoro (ferroviari, lavoratrici e lavoratori della cultura, della funzione pubblica, della scuola e degli ospedali), i protagonisti del movimento per la Palestina (persone migranti e di seconda generazione), ma pure – anche se ancora in misura minore rispetto al 2018 – coloro che avevano composto il movimento dei GJ. Quel “mancato incontro” tra le periferie urbane e le province francesi5 ancora non è stato superato, ma la natura strettamente politica del movimento racchiude delle potenzialità su cui lavorare.
Un secondo elemento da prendere in considerazione è la violenta repressione da parte dello Stato. Il ministro degli Interni Bruno Retailleau aveva annunciato il dispiegamento di 80.000 poliziotti per impedire il “blocchiamo tutto”. L’elevato numero di arresti (si parla di 500 persone fermate durante tutta la giornata) e la violenza poliziesca messa in atto sono la prova del fatto che Macron continua ad utilizzare l’arma della repressione – come già fatto contro il movimento per la Palestina – puntando a una disaffezione al movimento. Si tratta di un’arma a doppio taglio però, soprattutto tra i più giovani, che rischia di rivolgersi ancora più fortemente contro di lui.
La centralità della questione sindacale
Un terzo elemento invece riguarda il movimento sindacale. Al di là dei diversi approcci mostrati dalle diverse sigle sindacali (Solidaires ha subito aderito alla giornata e chiamato allo sciopero generale; la CGT ha aderito in parte e ha subito lanciato lo sciopero del 18 settembre, la CFDT non ha partecipato alla giornata perché non la “controllava”) e la riuscita di alcune azioni sindacali sui posti di lavoro, si pongono delle questioni di fondo. I settori del movimento sindacale che hanno aderito al 10 settembre sono soprattutto settori legati alle federazioni della CGT (ferroviari, chimica, commercio, netturbini, diversi sindacati dipartimentali etc.) e che da tempo provano a costruire degli scioperi coordinati e di lunga durata6, come durante il movimento contro la riforma delle pensioni (2023), con grande difficoltà e spesso non riusciti però.7 La debolezza degli scioperi e l’incapacità di coinvolgere importanti fette del movimento sindacale, anche le federazioni sindacali che esprimono una relativa forza, è una delle principali difficoltà che persiste da diversi anni ormai.
Il posizionamento delle direzioni sindacali sicuramente non aiuta ad avanzare su questo fronte. La CGT, decisamente il sindacato più forte in Francia, è consapevole dell’attuale debolezza del movimento sindacale nel suo insieme e punta così alla sua “unità” appiattendosi su posizioni accettabili per il sindacato moderato (CFDT). Ci troviamo di fronte a un generale indebolimento del movimento operaio, che, però, non può neanche essere superato con semplici appelli allo “sciopero generale” o con il riorientamento verso un “blocchiamo tutto” troppo spesso considerato l’unica alternativa all’insufficienza degli scioperi parziali e delle più classiche manifestazioni. Uscire da questa impasse è tutt’altro che facile; si tratta infatti, da un lato, di moltiplicare le diverse forme d’azione coinvolgendo il maggior numero di persone in modo da riuscire a costruire un rapporto di forza favorevole a una prospettiva di rottura e, dall’altro, di superare il quadro minimo imposto dalle direzioni sindacali e mantenere una relativa autonomia nei suoi confronti.
Lo sciopero del 18 settembre ha svelato queste difficoltà, ma come “giornata di azione” è riuscito: la partecipazione di un milione di persone alle centinaia di cortei organizzati in tutto il Paese e le interruzioni di lavoro in diversi settori sono un messaggio forte al nuovo governo di Lecornu. Se, quindi, sul lato quantitativo il movimento continua a essere unico, si tratta ora di fare quel salto di qualità necessario per incidere sul piano più direttamente politico.
- L’intersindacale francese è composta da CGT, CFDT, Sud-Solidaire, FO, CFE-CGC, UNSA, FSU; si tratta di un organismo unitario sia di concertazione con il governo che di organizzazione delle azioni sindacali (manifestazioni e scioperi). ↩︎
- Questa lettura insiste molto sul ruolo centrale delle regole di bilancio come strumento coercitivo sui singoli governi, ma una procedura per violazione dei parametri europei non è mai stata avviata, anche se la stragrande maggioranza dei paesi europei non li rispetta. Per questo nel 2024 è stato “riformato” il Patto di stabilità e crescita. Ma anche dopo questa riforma, difficilmente gli interventi andranno oltre le semplici minacce verbali, perché le sanzioni possono solo essere applicate se vengono votate all’unanimità dal Consiglio europeo. Chi imporrà mai delle sanzioni che andranno a colpire il proprio Paese? ↩︎
- Come deficit primario è intesa la differenza negativa tra le entrate e le spese pubbliche di uno Stato, escludendo dal calcolo gli interessi sul debito pubblico. ↩︎
- Ricordiamo soli i più importanti movimenti degli ultimi 10 anni: 2016-2017 movimento contro la Loi Travail e Nuit Debout; primavera 2018 sciopero dei ferrovieri della SNCF contro la liberalizzazione del settore dei trasporti e la fine dello status dei ferrovieri; autunno 2018 primo atto del movimento dei Gilets jaunes; dicembre 2018 sciopero nei licei contro i tagli all’istruzione; 2019/2020 diversi movimenti contro lo smantellamento dei servizi pubblici; prima metà del 2023 movimento contro la riforma delle pensioni; giugno/luglio 2023 proteste contro l’uccisione di Nahel; da ottobre 2023 movimento pro Pal; inizio 2024 proteste degli agricoltori contro i tagli nel settore. ↩︎
- Riferendosi alle periferie urbane e alle province del paese, in Francia si utilizza il termine “les tours et les bourgs”: le torri sono i grattacieli delle banlieues in cui vivono in primis gli indigeni, cioè le persone migranti, di seconda generazione, i figli del colonialismo francese; i borghi invece corrispondono alle province francesi perlopiù “bianche”, operaie e piccolo-borghesi da cui nel 2018 è nato il movimento dei GJ. Si veda Stathis Kouvelakis, Prendre au sérieux l’alliance des tours et des bourgs. Pour un antiracisme de classe, 25 gennaio 2025, online su www.contretemps.eu. ↩︎
- Si tratta della cosiddetta “grève reconductible”, cioè scioperi che non prevedono una fine prestabilita, la cui continuazione viene decisa quotidianamente durante le assemblee generali delle lavoratrici e dei lavoratori. ↩︎
- Se è vero, come scrivono Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista, che “il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l’unione degli operai si estende sempre più”, la sconfitta del movimento contro la riforma delle pensioni del 2023 dopo mesi di scioperi, giornate di azione e mobilitazioni impressionanti è un elemento che pesa ancora oggi sulle spalle sia delle organizzazioni sindacali che sulla classe lavoratrice nel suo insieme. ↩︎



