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Dieci modi di de-Fidelizzare Cuba

Luis Emilio Aybar

Pubblichiamo l’intervento di Luis Emilio Aybar, membro del Collettivo Editoriale Punto y Aparte, tenuto nel corso del Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro” in occasione del centenario della nascita di Fidel Castro a L’Avana dal 10 al 13 agosto 2026.

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Stavo pensando su come focalizzare l’intervento e mi sono reso conto che in eventi come questo tendiamo a parlare molto dei suoi contributi o di quanto sia ancora presente la sua eredità, e poco di quanto ci manca di Fidel oggi. Per questo ho deciso di focalizzare gli aspetti problematici e contraddittori della realtà cubana. Si chiama “Dieci forme di deFidelizzare Cuba”. Ho iniziato a scriverlo stamattina e sono solo arrivato al punto nove, ma l’importante è affrontare una serie di pratiche sociali e istituzionali che possano influire a che Fidel cessi di essere un fattore rivoluzionario nel nostro paese.

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Ridurre Fidel a un’emozione, rendendo il suo pensiero e la sua prassi superflui e sconosciuti. Il ricordo e la celebrazione ci riempiono di belle sensazioni, però limitarci a questo significherebbe smettere di imparare da lui e di guidare i nostri passi.

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Attribuire esclusivamente a Fidel le creazioni del popolo cubano. Quando parliamo come se avesse fatto tutto lui, dimentichiamo che Fidel è la sintesi di un processo sociale, il simbolo di una capacità collettiva, e ignoriamo la cosa più importante: che questa forza rimane latente nel popolo cubano, cioè in noi stessi.

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Trattare Fidel – e il processo rivoluzionario che ha guidato – come qualcosa di così straordinario ed eccezionale che si trasforma in un fenomeno impossibile da ricreare, come un apice che non raggiungeremo mai più, come un’eredità intraducibile all’attuale contesto. Così, Fidel diventa il passato.

Questo è legato alla tendenza a considerarlo come qualcosa di soprannaturale e onnipotente, destinato ad alimentare l’emozione e la nostalgia. In fondo, togliamo a Fidel il popolo, e al popolo la sua fiducia in sé stesso e la sua forza.

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Paradossalmente, c’è un discorso che afferma sempre che Fidel è presente, che Fidel è in tutti gli atti del governo e che vive nel suo popolo. È una forma di legittimazione del potere costituito con la quale si deve fare molta attenzione.

Non possiamo attribuire a Fidel pratiche e visioni che in realtà lo negano. Bisogna combattere l’uso opportunista di Fidel, il che implica combattere quelle pratiche e visioni, il cui vestiario fidelista (in linea con la pratica e il pensiero di Fidel, ndt) nasce dall’enorme egemonia raggiunta dalla Rivoluzione nell’immaginario collettivo. Per questo, non possiamo perdere di vista che nessuna forma di transizione capitalista, né nessuna pratica corrotta o burocratica, cesserà di usare Fidel come strumento di legittimazione nelle attuali coordinate politiche di Cuba.

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Il purismo, però, non è neanche fidelista. Bisogna ricordare quella formula del concetto di Rivoluzione, che unisce in un’unica frase il realismo e l’audacia. Fidel è stato un maestro delle ritirate tattiche, a cui sottostava un riconoscimento delle condizioni oggettive, senza sottomettersi ad esse. Il suo gesto rivoluzionario è stato quello di ammetterle come tali, cioè come ritirate, passi indietro, sconfitte congiunturali.

Da tale punto di vista, sarebbe un errore presentare l’ampliamento dei fattori antagonisti come avanzamenti ed elementi propri del socialismo. Di fronte a questo tipo di discorso, Fidel sarà sempre scomodo, perché incarna la lotta secolare contro il capitalismo, l’imperialismo e ogni forma di dominio.

Un Fidel malleabile e terapeutico è il sintomo di uno svuotamento ideologico. Considero che il discorso armonico e trionfalista avrà solo l’effetto di incrementare l’impatto ideologico delle attuali politiche di liberalizzazione. Un risultato differente sarebbe possibile se il discorso ufficiale assumesse la contraddizione, e se riuscissimo a sconfiggere gli approcci economicistici nella disputa sul socialismo.

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L’attuale crisi è il frutto delle acute restrizioni geopolitiche che il processo rivoluzionario cubano ha sempre dovuto affrontare. Di fronte a queste, Fidel sceglieva di compensare la nostra piccolezza con la crescita della nostra leadership e un’articolazione efficace con governi e popoli. Così, Fidel generava avanzamenti e resistenze nelle battaglie egemoniche a livello globale.

Viceversa, durante gli ultimi due decenni la proiezione internazionale della Rivoluzione è stata subordinata alla politica estera dello Stato cubano, incentrata sull’adattamento e la sopravvivenza. Il risultato è contraddittorio. Cuba è rimasta, in realtà, più vulnerabile, riducendo il suo ruolo attivo nella modificazione dei rapporti di forza su scala internazionale.

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È probabile che l’uguaglianza sia stato il principio più difeso nella pratica da Fidel, per motivi ideologici – tutti abbiamo diritto ad una vita degna – e per necessità politiche – la disuguaglianza frattura l’unità. Poi è arrivata la lotta contro l’egualitarismo, per cui è stato usato il termine equità. In realtà, la combinazione di uguaglianza e giustizia, con realizzazioni significative durante la Rivoluzione, è stata sufficiente per soddisfare e spiegare i problemi dell’egualitarismo.

Quello che ci interessa sottolineare è che l’uguaglianza è diventata quasi una parolaccia per molti anni, fino a che il popolo non se ne è riappropriato in mezzo a questa profonda crisi. La lotta contro l’egualitarismo riflette dispute su che politiche universali dobbiamo mantenere, come deve essere la remunerazione del lavoro in un contesto di bassa produttività, che grado di concentrazione di proprietà e ricchezza è inevitabile, etc.

Non possiamo affermare che queste questioni siano state risolte quando Fidel dirigeva il paese, però oggi più che mai abbiamo bisogno della sua difesa strategica dell’uguaglianza e, soprattutto, dei suoi risultati pratici.

La disuguaglianza produce e naturalizza la disuguaglianza, l’esclusione e la povertà. La crescita parallela delle auto di lusso e dei mendicanti a L’Avana sono due facce della stessa medaglia. Fidel muore quando normalizziamo questa realtà e mentre ascoltiamo senza stupore che i nuovi capitalisti produrranno di più per distribuire meglio. È fondamentale capire che il progetto di una vita degna per tutti dipenderà dalla nostra capacità di organizzare con uguaglianza e giustizia il processo stesso di creazione di ricchezza.

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Quando Fidel vedeva che mancavano le forze per realizzare una determinata trasformazione, si appellava alla forza del popolo. Per questo il nostro Stato è sempre stato uno Stato-movimento sociale.

L’esaurimento provocato dall’intensa mobilitazione della Battaglia delle Idee ha dato il sostegno sociale alla relativa smobilitazione e al predominio della razionalità amministrativa che hanno avuto luogo durante il governo di Raúl Castro. In quel periodo si approfondirono la routinizzazione e burocratizzazione delle organizzazioni di massa.

Si potrebbe dire che oggi si è recuperato l’impulso al protagonismo popolare. La domanda è perché non si riesca a raggiungere la stessa imponenza di prima. Sono propenso a pensare che, tra altri fattori, la risposta sia legata all’obiettivo della mobilitazione e alla sua efficacia.

La mobilitazione di tipo antimperialista ha i suoi limiti: nel breve termine, il popolo cubano può fare ben poco per modificare il bloqueo. D’altra parte, la mobilitazione a sostegno del governo è solo questo, una mobilitazione di sostegno. Invece, la mobilitazione per combattere le tendenze negative del nostro Stato aprirebbe nuove possibilità, perché esistono molti fenomeni che possiamo trasformare.

Dalla mia esperienza come delegato, posso dire che il popolo si mobilita quando ci sono in gioco i suoi problemi e i suoi bisogni più sentiti. Ciò nonostante, è necessario creare le armi affinché la sua partecipazione sia efficace, affinché possa sconfiggere i privilegi, la corruzione e le mancanze. Questo è l’atto inaugurale della Rivoluzione e il gesto preferito di Fidel: la trasformazione dello stato delle cose attraverso la forza popolare, in un senso di giustizia. Da lì, tutto ha acquisito significato.

Sono sicuro che, se affrontiamo a pieno i mali interni e dotiamo il popolo di un vero potere, la mobilitazione antimperialista e in sostegno alla Rivoluzione saranno rivitalizzate.

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Oggi predominano espressioni di evidente fatalismo. “Stiamo già arrivando all’opzione zero”, annuncia una vicina per strada. “Bisogna fare qualcosa”, si pensa quando si oltrepassano certe linee rosse. “Fidel un giorno è andato a cavallo su Fidel” (in riferimento alla poesia di Juan Gelman, ndt) dice, invece, il poeta, e io lo interpreto come che non possiamo arrenderci alle circostanze e che questo atteggiamento inizia da noi stessi.

In realtà, il popolo di Cuba ha già creato la propria risposta per le situazioni estreme. La nostra disponibilità a morire è la nostra arma principale. Vi chiedo, compagni da altri paesi, di non lasciare Cuba sola nella sua attitudine di Patria o Muerte. Esistono due tipi di solidarietà: una diretta, attraverso il sostegno materiale, mediatico e politico, e una indiretta, che è fare le rivoluzioni e promuovere processi progressisti nei vostri paesi. Unirle sarebbe, senza dubbio, il modo fidelista di aiutare Cuba.

Post Scriptum: mentre trascrivevo queste righe per pubblicarle, volevo includere il decimo punto, ma poi ho pensato: la cosa migliore è che non permetteremo che la decima forma di deFidelizzare Cuba venga scritta.

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