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“Femminismi nemici”: Némésis sbarca in Italia

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A cavalcare la retorica della “sicurezza” all’indomani della manifestazione di Torino in solidarietà ad Askatasuna c’è anche un nuovo gruppo politico: Némésis-Italia. Si presentano come la sezione italiana di un gruppo che opera in Francia fin dal 2019 e che dice di essere “a difesa delle donne contro tutte le violenze”. 

Ma chi sono queste Serena Joy in salsa nostrana? Dobbiamo preoccuparcene? 

Già da un po’ di tempo che ci occupiamo dei cosiddetti “femminismi nemici”, gruppi che declinano il tema della difesa delle donne in chiave securitaria, punitivista, razzista/femonazionalista, transescludente, etc. per questa ragione stiamo osservando come, anche nel nostro Paese, stiano nascendo e consolidandosi gruppi e figure che provano a strumentalizzare e deformare le nostre istanze: da Francesca Pascale, che si presenta come attivista e dice di voler essere la voce liberale delle battaglie per i diritti, a gruppi come Némésis che propongono un “femminismo diverso”, “di destra”1.

Osservando le immagini pubblicate sui social da Némésis-Italia, all’indomani della manifestazione di Torino, immagini che ritraggono uno sparuto gruppo di manifestanti con cartelli sui quali campeggiano frasi come “Le femministe non sono antifa”, “Le femministe con la polizia” c’è una prima cosa che salta subito all’occhio: il presidio, così come i molti altri fotografati e ripubblicati sulla loro pagina, sembra quasi improvvisato. I cartelli sono “artigianali”, scritti con un pennarello – addirittura noi zecche riusciamo a permetterci qualcosa di meglio, uno striscione, una scritta stampata – e anche l’abbigliamento delle partecipanti è estremamente semplice e comune. Tutto farebbe pensare a qualcosa di molto spontaneo: un gruppo di ragazze animate dai “sani valori della destra” che si riuniscono in cameretta, preparano i cartelli e scendono in piazza per manifestare la loro solidarietà alle forze dell’ordine.

Ma se guardiamo le biografie delle giovani donne che più ricorrentemente compaiono nei video e nelle immagini delle iniziative promosse da Némésis questa spontaneità e semplicità ci sembrano più che altro una messa in scena. Giorgia Falbo e Chiara Manganiello sono rispettivamente le figlie di Enzo Falbo, esponente di Fratelli d’Italia, consigliere comunale a Chivasso e coordinatore cittadino di FdI, e di Giuseppe Manganiello, storico esponente della destra di Pinerolo attualmente consigliere di FdI e coordinatore locale del partito. Poi c’è una giovane esponente della destra veronese, Greta Mazo di “Gioventù nazionale” (organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia).

L’altro particolare che ci ha dato da pensare riguardo alla “spontaneità” di queste iniziative è che le attiviste non collegano quasi mai i loro profili personali – che risultano quasi del tutto “impolitici”, ad eccezione di uno o due post – al profilo del gruppo del quale appaiono come esponenti di punta, non un like, non un tag. Certo è più che lecito, ma è molto strano. Che non vogliano collegare direttamente il partito al gruppo “femminista” facendo apparire quest’ultimo come un’iniziativa nata dal basso? Se vediamo come ha operato e opera  Némésis in Francia – rispetto ad esempio a formazioni partitiche come Rassemblement national/Front national – tutto appare molto meno insolito. I collegamento diretti e espliciti riguardano i temi più che le sigle e le figure di spicco, tanto che i due gruppi – ma questo solo la storia ce lo dirà – sembrano delle vere e proprie operazioni messe in piedi a tavolino da partiti di destra e organizzazioni ben strutturate per provare a orientare il senso comune e a occupare un campo storicamente a sinistra, quello riguardante le questioni di genere (su questo rimandiamo a: Femminismi nemici: il caso italiano ).

Un passo indietro: Némésis-Francia

Negli ultimi anni abbiamo assistito al dispiegarsi della potenza trasformativa del femminismo, la cui spinta propulsiva è stata capace di mobilitare un’ampia eterogeneità sociale, accomunata dalla volontà di mettere in discussione le varie forme di una stessa oppressione sistemica. 

Di contro, assistiamo alla messa in campo di una strategia insidiosa ingaggiata dalle destre, basata sull’uso strumentale delle istanze femministe in chiave reazionaria, che passa oggi sotto il nome di femonazionalismo. L’appello alle donne, evocate come vittime indifese, bisognose di protezione rispetto a un nemico esterno di cui ne vengono chiaramente delineati tratti etnici e sociali, diviene funzionale alla creazione di consenso intorno a politiche securitarie repressive, presentate come unica soluzione alla crescente incidenza di casi di violenza. La capacità liberatoria del femminismo viene rovesciata così nel suo contrario.

È all’interno di questo quadro teorico e politico che può essere indagato il caso dell’organizzazione identitaria femminista Némésis. Nata in Francia nel 2019 e approdata da poco anche in Italia, risulta evidente il ruolo che l’organizzazione detiene nel fare da sponda sociale alle destre. Potendo contare su appoggio istituzionale e mediatico, Némésis tenta di occupare un posto nelle mobilitazioni sociali e nelle occasioni di discussione pubblica. 

Il collettivo fa per la prima volta apparizione a Parigi, al corteo dell’8 marzo, dove le attiviste, scortate da un servizio d’ordine personale, denunciano con cartelli e slogan l’immigrazione clandestina e la presunta “avanzata dell’Islam” quale principale causa della violenza di genere. Allontanate per le loro posizioni xenofobe, le azioni delle attiviste vengono rilanciate da media conservatori, permettendone la diffusione. Oltre all’evidente sostegno mediatico, il gruppo può contare su un ottimo sostegno politico, come si nota da alcune dichiarazioni di vicinanza da parte di esponenti del governo come ad esempio quelle di Bruno Retailleau, ministro dell’interno francese appartenente alla destra conservatrice dei Républicains

Lo scenario è simile nell’apparizione di Némésis in Italia. Il collettivo può ricavarsi uno spazio all’interno del Salone del Libro di Torino, su invito della regione Piemonte, alla presenza di figure istituzionali appartenenti a Fratelli d’Italia, come ad esempio quella della deputata Augusta Montaruli. Nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa notiamo come la voce delle attiviste si unisca alla voce della destra istituzionale, rafforzandone propositi e assunti. 

Il discorso mediatico di Némésis è quindi quello tipico del femonazionalismo prima descritto. La violenza di genere, attribuita, con riferimento ai casi di cronaca nera, viene presentata come il risultato dell’immigrazione fuori controllo, dell’invasione di uomini inevitabilmente sessisti e violenti per provenienza o credo religioso. Ignorando volutamente la violenza perpetrata dai nostri italianissimi concittadini.

Il mito dello stupratore nero

il richiamo al mito dello “stupratore nero” e la sua strumentalizzazione da parte delle destre non è affatto nuovo. lo vediamo nei manifesti di propaganda fascista e prima ancora nella retorica che ha accompagnato colonialismo, schiavismo, segregazionismo e, oggi, il razzismo negli USA. Il ricorso al discorso razzista in nome della difesa delle donne (di solito bianche e privilegiate) non è, a ben vedere, una strategia inedita. Come dimostra la pratica teorica delle black panthers, infatti, già in altre fasi storiche esso è stato utilizzato dalle classi dominanti bianche per giustificare lo sfruttamento e la messa in schiavitù dei neri e delle nere. Già in Donne, razza e classe, in un capitolo dedicato proprio al rapporto materialisticamente determinato fra stupro e razzismo, Angela Davis spiega come l’uso del discorso razziale, sotteso al mito dello stupratore nero, richiamato anche nelle lotte di denuncia degli abusi, sia utilizzato strumentalmente per perseguire l’intera comunità nera. Davis sottolinea la seguente contraddizione: mentre lo stupro delle donne nere da parte degli uomini bianchi è taciuto e normalizzato come prerogativa del rapporto fra il padrone e la schiava, come espressione del diritto di proprietà del bianco sulla nera, le leggi contro le violenze hanno perseguito a maggioranza uomini neri, spesso con false accuse, “giustificandone” il linciaggio. Il mito dello stupratore nero, dunque, mobilitato in nome delle donne, non intacca l’impiego della violenza sulle nere, ma, anzi, sembra legittimare tanto l’idea della cattiva donna nera – di cui poter impunemente abusare – che, di conseguenza, il ricorso alla violenza anche sulle donne bianche. 

Oltre a rafforzare tale dinamica di dominio razziale e di genere, questo racconto razziale, spiega Davis, ha una particolare funzione nello spezzare i rapporti di possibile alleanza politica e di classe, rendendo i bianchi reticenti nel sostenere la causa di emancipazione dei neri o nel dissuadere le bianche dall’unirsi alle donne nere nella lotta per l’uguaglianza. Pertanto, lungi dall’essere una mera strategia politica, la pratica teorica materialista ci permette di comprendere come il discorso razziale, legittimato dal richiamo alla difesa del corpo delle donne, rappresenti più ampiamente un meccanismo di rafforzamento dei legami di dominio, razziali, di classe e di genere. 

La conclusione che ne trae Davis risulta paradigmatica per orientare le nostre pratiche politiche in senso realmente trasformativo, a partire dalla capacità di leggere le variabili concatenazioni di genere, razza e classe, nel tentativo di decifrare le trappole tese dalle classi dominanti nella dinamica di sfruttamento e messa a valore. Se «sia il razzismo che il sessismo, centrali per la (…) strategia di sfruttamento economico sempre più intenso, vengono alimentati oggi più che mai» Davis sostiene che «la minaccia di violenza continuerà a esistere fino a quando l’oppressione delle donne farà da stampella al capitalismo. Il movimento contro lo stupro e la sua importante attività (…) deve collocarsi in un contesto strategico che punti alla sconfitta definitiva del capitalismo monopolistico». 

Rivelare la funzione materiale della strategia femonazionalista può permetterci di disattivare la trappola tesa, non solo al femminismo, ma a ogni progetto di emancipazione radicalmente trasformativo. Anche in termini di costruzione di consenso questa strategia può rivelarsi molto efficace: alimentando la paura rafforza la retorica della sicurezza, del punitivismo. la caccia all’”uomo nero” ha allora un doppio scopo, cancella il problema “a casa nostra” – non è necessario provvedere a rafforzare le strutture di sostegno per le donne che hanno subito o sono a rischio violenza, promuovere l’educazione sessuo-affettiva, etc. basta cacciare l’“invasore” che minaccia la nostra quiete – e alimenta una guerra tra poveri che individua nelle persone straniere la causa di ogni forma di degrado, immiserimento, peggioramento delle condizioni di vita nel nostro Paese.

Oggi, forse, gruppi come Némésis ci fanno sorridere, ci sembrano caricature grottesche. Siamo purtroppo da sempre abituate a sottovalutare le capacità di costruzione di discorso politico e di senso comune dell’avversario – pensiamo che le persone di destra siano stupide e rozze – ma ci sbagliamo di grosso. Questi gruppi non solo hanno, con tutta probabilità, un forte apparato organizzativo alle spalle ma anche un certo armamentario teorico al quale attingere. Non è il nostro, non ci piace, ma c’è. Facciamocene una ragione e iniziamo a capire qual è il modo migliore, il più concreto, per arginare l’onda nera dei “femminismi nemici”.

Continueremo nei prossimi giorni ad approfondire la questione, intanto vi lasciamo con un po’ di articoli:

https://www.telerama.fr/debats-reportages/collectif-d-extreme-droite-nemesis-elles-utilisent-la-cause-des-femmes-pour-faire-avancer-la-cause-nationaliste-identitaire-et-securitaire-7024655.php

https://www.franceinfo.fr/societe/on-vous-presente-le-collectif-d-extreme-droite-nemesis-dont-le-ministre-bruno-retailleau-a-salue-le-combat_7034237.html

https://www.repubblica.it/cultura/dossier/robinson-arena/2025/05/17/video/il_collettivo_femminista_di_destra_nemesis_e_al_salone_discussioni_accese_tra_disabato_e_montaruli-424269078

https://edizionialegre.it/product/femonazionalismo

  1. Nota delle autrici: per noi non esiste un “femminismo di destra”, ci sembra una contraddizione in termini – oltre che una bestemmia! – ma utilizziamo l’espressione che questi stessi gruppi impiegano per autodefinirsi proprio per evidenziare la loro volontà di appropriazione del termine e dei temi. ↩︎

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