Introduzione
Vogliamo qui ricordare il discorso di Fidel Castro sull’università, tenuto il 13 marzo 1969 sulla scalinata dell’Università dell’Avana, per commemorare gli studenti caduti nella lotta contro la dittatura di Fulgencio Batista. In quell’anno, e in una data così importante per il movimento studentesco cubano, Fidel volle affrontare il tema di ciò che debbano essere le istituzioni universitarie all’interno di un processo rivoluzionario.
Ci sembra saliente rileggere il discorso di Fidel e calarlo nel contesto attuale, la cui tendenza è quella di privatizzare progressivamente il sapere e metterlo al servizio dell’imperialismo e della guerra. È dunque necessario ricordare, soprattutto in questo contesto, la prospettiva indicata dal discorso pronunciato da Fidel: quella dell’universalizzazione dell’università, come amava chiamarla; un sapere che diventa patrimonio comune di tutta l’umanità, un sapere collettivo necessario non solo per lo sviluppo culturale, tecnico e scientifico, ma soprattutto per la creazione di una coscienza collettiva capace di agire e di trasformare il mondo.
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L’Università sarà “universalizzata”
È sempre più presente nel senso comune la prassi di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Così, nelle aule universitarie, rincorriamo il trenta senza aver ben compreso la funzione di una determinata nozione, senza aver maturato la capacità di acquisirla per poi saperla mettere in pratica, per non parlare della capacità di criticarla. Siamo scatole riempite di informazioni che pochi possono realmente usare. O ancora, acquisiamo informazioni perché ci serviranno per un lavoro che ci rende alienati e rispondiamo con la testa china all’applicazione di tali conoscenze per fini che non rispecchiano i valori umani. E spesso, e non è del tutto falso, ci giustifichiamo dicendo che siamo costretti a farlo: accettiamo in silenzio questo schema – in parte deresponsabilizzandoci – oppure la strada è la precarietà, se tutto va bene.
È questo ciò a cui il neoliberismo ci ha educato attraverso la logica della competizione: ci sentiamo soddisfatti quando finiamo gli esami il prima possibile – possibilmente prima di tutti gli altri – e con il massimo dei voti. Il sistema ci allena a produrre sempre più “conoscenza” attraverso pubblicazioni di ogni genere; non importa realmente il contenuto, come dicono in molti: «tanto basta scopiazzare e far funzionare il discorso». L’importante è avere più pubblicazioni degli altri, l’importante è che nelle graduatorie si risulti primi. Insomma, tutto si è ridotto a una questione di quantità – ovvero, quanto sono migliore rispetto all’altro – tralasciando totalmente la qualità della produzione culturale e scientifica.
Ma questo meccanismo non agisce allo stesso modo su tutti: la competizione, per sua stessa natura, è un meccanismo che divide. Ci sono i pochi che, in questa società, dispongono di tutti i mezzi necessari per scavalcare gli altri e raggiungere i propri obiettivi in tempi record, e i molti che, non avendo i mezzi per competere, restano indietro, finendo per farsi la guerra tra loro nel tentativo di accaparrarsi un posto al sole.
Tutto questo è il frutto di una società nella quale il dominio della scienza e della tecnica è patrimonio di un’insignificante minoranza. Se hai accesso alla stanza della conoscenza, allora puoi diventare parte di quella minoranza; se non vi hai accesso, resti a servirla, costretto a strisciare verso di essa nella speranza di potere un giorno farne parte. E non si può neanche immaginare quanti vizi o abitudini viziate derivino dalla circostanza che rende la conoscenza patrimonio di una minoranza. Quando viene meno la possibilità stessa della critica, infatti, gli atteggiamenti esistenti vengono normalizzati e naturalizzati: è così, o ti adatti, oppure poco ci puoi fare.
È piuttosto difficile conciliare l’idea di una rivoluzione con l’idea che, sempre in futuro, esisterà nel seno di questa società una minoranza che possiederà queste nozioni tecniche e scientifiche e una maggioranza che le ignorerà o sarà costretta a servire gli scopi della minoranza.
Constatato lo stato della nostra società e, in particolare, quello dell’università, oggi egemonizzata dalla classe dominante attraverso la riproduzione teorica e pratica delle sue idee, non possiamo dimenticare l’altro lato che Fidel ci mostra: l’università è stata, per eccellenza, un luogo di avanguardia nel processo rivoluzionario, non solo nel campo politico, ma anche in quello tecnico e scientifico. Non è un caso, infatti, che il Movimento del 26 luglio sia nato originariamente negli ambienti studenteschi dell’Università dell’Avana, dove lo stesso Fidel Castro si era formato ed era politicamente attivo. Come egli sottolineava allora e sottolinea ancora oggi: «L’università non è solo un’istituzione, ma è dialetticamente inserita nella società tutta, è parte di essa». L’università, dunque, non può essere pensata come uno spazio separato dal resto della società. Il fatto stesso che la classe dominante riesca a penetrarvi e a utilizzarla come spazio di riproduzione delle proprie idee ne è una dimostrazione concreta.
Se l’università è parte della società e contribuisce alla sua riproduzione, trasformare l’università significa necessariamente interrogarsi sulla trasformazione della società nel suo complesso. Non possiamo, dunque, pensare che questo aspetto non ci riguardi: è proprio nella formazione dei quadri, nella rivoluzione e nella costruzione di una nuova società che dobbiamo interrogarci sull’università.
Fidel si interroga molto bene su questa questione e parte da un’idea che contiene una prospettiva radicalmente diversa di intendere l’università. Egli dice:
Come voi sapete, tutte le idee nuove lasciano sempre un segno; tutte le idee nuove determinano sempre qualche urto. Le idee nuove non risultano sempre facilmente comprensibili. E così, quando in alcune occasioni si è affermato che un giorno l’università si universalizzerà e che quando l’università sarà “universalizzata” sarà destinata a scomparire come università, queste parole — che non sono un giuoco di parole né uno scioglilingua o qualcosa di simile — esprimono un’idea, e un’idea che non tutti accettano facilmente a prima vista, dato che non si concepisce, e non si può concepire, che si universalizzi l’insegnamento universitario e che un popolo intero arrivi un giorno al livello di ciò che oggi noi chiamiamo l’insegnamento universitario.1
Ebbene sì: è necessario affermare l’idea che, per costruire una nuova società, abbiamo bisogno di tutte le intelligenze e non solo di quelle di pochi. Abbiamo bisogno del più grande sforzo che l’umanità tutta abbia mai compiuto e, per questo, è necessario universalizzare il sapere.
Castro è consapevole che la nuova società non potrà realizzarsi senza l’universalizzazione delle conoscenze. Non è possibile, cioè, immaginare un mondo nuovo senza avere tutte le menti coscienti e capaci di affrontare i problemi che la costruzione di una nuova società porrà. È per questo che non possiamo avere una concezione diversa dello sviluppo dell’educazione di un popolo rispetto a quella della sua universalizzazione.
Universalizzare significa estendere lo studio e l’accesso alle conoscenze scientifiche e tecniche a tutta la popolazione, in modo da sviluppare tutte le potenzialità, tutta la potenziale intelligenza di un popolo. È questa la prospettiva che Fidel pone davanti all’università: non un’istituzione riservata a una minoranza, ma uno spazio destinato a dissolversi come istituzione separata proprio perché il sapere che oggi custodisce sarà diventato patrimonio di tutti.
La rivoluzione a Cuba è iniziata praticamente da zero: è iniziata lottando contro l’analfabetismo. Dopo la lotta contro l’analfabetismo, ha cominciato la lotta per l’insegnamento generale, l’istruzione elementare generale. E così continuando fino a toccare l’ingegnamento universitario “universale”. Questo processo, che ha l’obiettivo dell’universalizzazione, è responsabilità di tutto il popolo. Fidel afferma che:
Dobbiamo abituarci a vedere le cose in prospettiva, e capire che questa lotta tenace, questa lotta decisa contro tutte queste manchevolezze, contro tutte queste possibilità che sussistono che un ragazzo non vada a scuola, è compito di tutto il popolo.2
O meglio, non si tratta di un’educazione dall’alto, ma di un processo pedagogico che parte dal basso e che coinvolge e responsabilizza.
La prospettiva dell’universalizzazione delle conoscenze come processo collettivo è di rilevante importanza, perché non è possibile costruire il comunismo senza un insegnamento totale: non solo dal punto di vista della produzione e della tecnica, ma anche dal punto di vista dell’atteggiamento dell’uomo di fronte al lavoro. Proprio perché interrogarsi sull’università significa interrogarsi sulla società nel suo complesso, non possiamo non interrogarci – e questo costituisce uno dei punti centrali del discorso di Fidel – sull’attività dell’uomo: il lavoro.
Dopo la presa del potere da parte del popolo, si rende necessaria una trasformazione radicale di questa attività che, nella società capitalista, si è cristallizzata nella forma del lavoro salariato, ed è diventata uno dei principali strumenti attraverso cui si realizza l’estrazione del profitto. Nella nuova società, tuttavia, il lavoro non può più essere organizzato secondo questa stessa logica: se così fosse, come potremmo parlare di rivoluzione?
La questione diventa allora: come trasformare il lavoro e, soprattutto, come trasformare il rapporto dell’essere umano con esso? È proprio a partire da questa domanda che Fidel intreccia lavoro e studio, mostrando come la costruzione della nuova società richieda un diverso atteggiamento dell’individuo nei confronti del lavoro. Proviamo, dunque, a entrare nel discorso di Fidel: trasformare il lavoro significa anche trasformare l’uomo che lavora, e questo processo non può prescindere dallo studio. Si tratta, cioè, di immaginare individui consapevoli e creativi, capaci di dedicarsi all’attività del lavoro non come meri esecutori di un compito prestabilito, ma come soggetti in grado di comprenderlo, modificarlo e reinventarlo, come degli architetti. Occorre, dunque, abbandonare l’immagine che abbiamo ormai cristallizzato nella mente: quella delle api che riproducono incessantemente la stessa opera, sempre identica a sé stessa. Insomma, vediamo come Fidel immagina il lavoro nuovo.
Per un Lavoro nuovo
Torniamo per un momento alla prassi comune del massimo risultato con il minimo sforzo, ormai un’etica penetrata nelle menti di tutte le studentesse e di tutti gli studenti e che sembra contenere in sé ulteriori elementi da indagare, oltre a quelli precedentemente citati. In effetti, lo vediamo innumerevoli volte: quando il lavoro e lo studio diventano abitudinari ed elementari, quando non vi è un dato da ricercare né una tecnica particolare da applicare, l’attività si trasforma semplicemente in un’abitudine meccanica che deve essere portata a termine nel minor tempo possibile.
In queste condizioni, come sottolinea molto bene Fidel: «A chi avrebbero potuto far credere che lo studio, in quelle condizioni, era un piacere? Nel migliore dei casi era una grande necessità, per risolvere problemi individuali»3. Infatti, lo studio viene considerato come un sacrificio per raggiungere un benessere individuale: mi sacrifico per il breve periodo della sessione per poi essere libero di divertirmi; raggiungo il prima possibile la laurea, così poi avrò uno stipendio e sarò “libero”; lavoro pensando che forse nel weekend non sarò troppo stanco e potrò finalmente dedicarmi a un’attività piacevole.
Ma ciò che ci insegna Fidel nel suo discorso è la necessità di iniziare a costruire le condizioni affinché lo studio, così come il lavoro, possano essere intesi non soltanto come una necessità, ma anche come un piacere. Quando l’attività richiede di applicare una tecnica, elaborare dati, effettuare controlli e osservare giorno dopo giorno le conseguenze di ciò che si fa, si risveglia un interesse sempre più profondo.
È proprio qui che Fidel propone di inquadrare lo studio e il lavoro dentro una concezione nuova che li unisce. Come egli afferma, «nel contenuto del lavoro» può risiedere «uno dei (…) più grandi incentivi» per l’uomo, e questa motivazione «si manifesta in proporzione diretta al livello di cognizioni, al livello di cultura»4. Quanto più aumentano le conoscenze, tanto maggiore può diventare la possibilità di trovare nel contenuto stesso dell’attività «una delle più profonde motivazioni della condotta dell’uomo».
Fidel individua questo fenomeno soprattutto nel contenuto del lavoro governato dall’intelligenza e, in particolare, tra gli studenti universitari cubani. Egli descrive gruppi di studenti che si dedicano con «spirito febbrile» a determinate attività, fino a fare del lavoro non più qualcosa che si compie soltanto per senso del dovere o perché necessario, ma un’attività realizzata con piacere, perché il suo contenuto suscita un interesse profondo e la rende «la più gradita attività dell’uomo»5.
Ma come possiamo realizzare tutto questo? Come possiamo creare le condizioni affinché un giorno gli uomini lavorino con questo spirito? Se non basta il senso del dovere, che dovrà pur esso essere superato, se non basta la concezione morale, come possiamo creare le condizioni per cui, un giorno, la società sarà capace di assimilare questo contenuto, di dominarlo e di scoprirlo?
È qui che Fidel apre il discorso su una contraddizione tanto fondamentale quanto studiata a partire dall’Ideologia Tedesca6: la divisione sociale del lavoro che diventa tale con la separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, o ancora, la prassi separata dalla teoria. Una contraddizione che esige un superamento dialettico e che potrà essere superata
Nella stessa misura in cui l’uomo dominerà la tecnica e l’applicherà ai processi produttivi e incrementerà la produttività del lavoro; nella stessa misura in cui tutta la società parteciperà a questi processi produttivi, ogni membro della società disporrà di molto più tempo per attività di tipo ricreativo, per attività culturali e per attività intellettuali. In questo modo, le idee di cui si è parlato, e che sono essenziali del pensiero marxista, ossia la combinazione del lavoro intellettuale e del lavoro manuale, non sono semplici frasi: sono idee che contengono l’essenza della società del futuro.7
È la dinamica che rende il lavoro intellettuale e solo intellettuale un’attività penosa per l’uomo, e similmente il lavoro manuale e solo manuale diventa anch’esso un’attività penosa per l’uomo, entrambe diventano attività meccaniche. Senza un rapporto che le unisce diventano attività a compartimenti stagni, senza la socializzazione del lavoro e, dunque, l’universalizzazione delle conoscenze sarà difficile riuscire a costruire una società nuova.
Ma cosa vuol dire combinare il lavoro intellettuale con il lavoro manuale, cosa ci sta dicendo Fidel? Facciamo un esempio concreto: la gestione della pandemia di COVID-19 e, in particolare, lo sviluppo di Soberana. Il vaccino non è stato il prodotto di un singolo laboratorio isolato, ma il risultato di una rete di istituzioni scientifiche, università, strutture produttive e sistema sanitario nazionale, e soprattutto della partecipazione popolare all’organizzazione del piano pubblico per la salute della popolazione.
L’Instituto Finlay de Vacunas, responsabile dello sviluppo di Soberana 01, Soberana 02 e Soberana Plus, collaborò con il Centro de Inmunología Molecular, il Centro Nacional de Biopreparados, i laboratori di diverse università cubane e il Ministero della Salute Pubblica.
L’università non rimase confinata alla produzione teorica di conoscenza: studenti e docenti, messi nelle migliori condizioni possibili e dotati di tutti gli strumenti necessari, furono coinvolti nei centri di isolamento, negli ospedali, nelle attività di assistenza, nel monitoraggio epidemiologico e nell’informare la popolazione. Gli studenti della CUJAE, per esempio, parteciparono alla gestione dei dati relativi ai 48 siti nei quali si svolgeva la fase III della sperimentazione clinica di Soberana 02, mentre altri studenti universitari furono coinvolti nelle attività di pesquisaje – attività di screening e inchiesta – porta a porta, nei centri di isolamento e nell’assistenza materiale alla popolazione. Tutti gli sviluppi del Plan de Medidas para el Enfrentamiento a la COVID-19 venivano trasmessi quotidianamente alla radio e alla televisione nazionale, così da informare tutta la popolazione e rispondere alle esigenze che emergevano.
È proprio qui che il lavoro intellettuale smette di essere un’attività separata dal resto della società. Lo studente non è soltanto colui che acquisisce conoscenze, ma colui che le mette immediatamente in rapporto con un’attività concreta; allo stesso tempo, il lavoro pratico non è più separato dalla riflessione e dalla produzione di sapere. Infatti, la conoscenza epidemiologica si arricchì continuamente grazie all’attività di pesquisaje, la conoscenza ingegneristica si tradusse nella gestione dei dati e dei centri di isolamento, la ricerca immunologica si tradusse nel vaccino e tutta la ricerca scientifica, attraverso la produzione industriale, diventò un bene pubblico, gratuito e accessibile a tutta la popolazione, non solo cubana, ma mondiale.
Questo processo, infatti, non si arrestò entro i confini nazionali. Cuba promosse forme di cooperazione con altri Paesi. La conoscenza, dunque, non rimase proprietà separata di chi la produceva, ma entrò in un processo collettivo nel quale ricerca, produzione e dunque lavoro vennero messi al servizio del benessere collettivo.
Queste sono le premesse dell’idea che le cognizioni debbano essere universali, comprese le cognizioni universitarie. La vecchia, classica università smetterà di essere tale quando «la stessa produzione, le attività e i processi produttivi costituiranno la base materiale, il laboratorio nel quale tutti i lavoratori riceveranno in futuro il loro insegnamento superiore»8. Quindi, quando riusciremo a unire dialetticamente prassi e teoria, quando non ci saranno più soltanto uomini devoti al “sapere” né soltanto uomini devoti alla “fatica”, ma quando avremo una società che avrà universalizzato il sapere e socializzato il lavoro.
La misura più importante che Fidel individua per valutare l’avanzamento del processo rivoluzionario è data da quanto il popolo avanza sulla strada dello studio, sulla strada del dominio della tecnica e della scienza e nella loro applicazione per la collettività. In merito a questo tema possiamo affermare che gli studenti hanno una grande responsabilità nel processo rivoluzionario.
La modestia come virtù primaria
La prospettiva che Fidel delinea nel suo discorso sembra gigantesca: universalizzare l’università è un’opera troppo grande rispetto alle poche risorse a disposizione, non credi, Fidel? Beh, probabilmente lui ci risponderebbe che la cosa più importante non è l’edificio e non sono i mezzi. La cosa più importante è l’uomo, e quindi la politica e gli obiettivi che essa si pone.
Ed è proprio da questa premessa che parte per individuare un difetto assai tipico tra gli intellettuali: la mancanza di modestia.
Egli identifica questa mancanza come un vizio propriamente di una “élite”, un vizio che impedisce l’universalizzazione delle conoscenze perché riproduce in sé i meccanismi della competizione tipici della società capitalista. Fidel ci racconta di un fenomeno che avviene molto spesso all’interno dell’università, all’interno di un’assemblea, all’interno di qualsiasi contesto collettivo: se in un gruppo esiste una sola persona istruita, questo individuo assume una posizione moralmente privilegiata e, quindi, socialmente privilegiata. Da questa posizione deriva l’abitudine alla gelosia professionale, all’orgoglio e alla vanità di sentirsi superiori agli altri, di sentirsi unici in mezzo agli altri. Insomma, ci si inserisce nel circolo vizioso dell’individualismo.
Tale prassi “piccolo-borghese” è in aperta contraddizione con l’universalizzazione del sapere perché rende impossibile la collaborazione. Ossia, la trasformazione delle capacità individuali in una forza sociale attraverso la loro messa in comune per il raggiungimento di un obiettivo collettivo. La collaborazione non è immaginabile in una stanza chiusa, dove pochi “geni” condividono le proprie conoscenze, ma in uno spazio aperto in cui ci si mette in relazione. Una relazione che diventa positiva quando esiste una “terza cosa” alla quale tutti sono interessati: un obiettivo che supera i singoli individui. Le persone possono agire insieme quando le loro mani si incontrano nel lavoro per muovere qualcosa che va oltre ciascuna di esse e che si orienta verso un obiettivo che le riguarda tutte. Dunque, questa collettività che condivide, collabora e coopera – necessaria per sviluppare e universalizzare le conoscenze – non trova spazio in questi atteggiamenti. Quello che ci dice Fidel è che
importante è il contenuto di ciò che si fa, e non il fatto che ci venga riconosciuto o no il merito, non che ci venga riconosciuta o no la paternità di un’idea, la paternità di una ricerca. Se tutti arriveranno a possedere cognizioni, diventerà obbligatorio imparare a vivere in maniera modesta, imparare a pensare e a lavorare e ad agire in maniera modesta, senza che nessuno si senta superiore agli altri.9
Nella società capitalista accade tutto il contrario: avete presente la proprietà intellettuale? È esattamente questa l’attuazione concreta dell’idea che si debba riconoscere la paternità di una ricerca. Ancora una volta, si manifesta la condizione per cui le conoscenze che vengono prodotte – ad esempio, per restare in tema vaccini – da una casa farmaceutica rimangono di sua proprietà attraverso i brevetti, perché senza tale proprietà non si raggiunge l’obiettivo della messa a valore e del profitto.
Nel neoliberismo, l’idea che sta alla base della proprietà intellettuale è entrata nella quotidianità di casa nostra e ha forgiato individui devoti al merito e pronti a mettere il timbro sul proprio lavoro, proprio come fanno le aziende. Lo Stato non è di certo estraneo alla riproduzione di questa dinamica. In Italia, il governo Meloni ha cambiato la denominazione – e non si tratta di una semplice questione di forma – del Ministero dell’Università e della Ricerca in Ministero dell’Istruzione e del Merito, concorrendo allo stesso interesse delle grandi imprese.
Risultato di questo sistema? La conoscenza in mano a pochi meritevoli, pronti a pianificare centri urbani di lusso nello stesso luogo in cui accade un genocidio o a trarre profitti record da una pandemia mondiale.
Nessuno è mai partito da zero: quando studiamo, raccogliamo sempre l’eredità che la storia ci ha lasciato e, grazie alla messa in relazione delle nostre conoscenze, riusciamo a superare il nostro stesso pensiero. Dunque, è davvero improbabile – forse impossibile – essere gli unici ad aver fatto quella scoperta. Riprendendo le parole di Fidel:
Colui che farà di più, colui che apporterà di più, sarà tuttavia insignificante rispetto a tutte quelle cognizioni e idee che avrà raccolto e che gli saranno servite in un determinato momento come strumento per dare ciò che si chiama un contributo concreto.10
Insomma, non ci serve a nulla mettere il nostro nome per attestare la paternità della ricerca, se decidiamo che il nostro obiettivo è l’emancipazione umana. È per questo che dobbiamo lottare contro questo vizio, «contro l’immodestia, lottare contro la vanità, lottare contro l’individualismo». È nella prospettiva dell’universalizzazione delle conoscenze – detto altrimenti, dell’open source – e nella costruzione di una società nuova che dobbiamo agire secondo modestia.
Ma cos’è la modestia, se non imparare a condividere le conoscenze di cui si è fatta esperienza, imparare a collaborare nella creazione di un bene collettivo e imparare a cooperare per organizzare il lavoro affinché tale attività produca una forza sociale maggiore della semplice somma delle attività individuali? In breve, sapersi mettere in relazione con l’altro per il raggiungimento di uno scopo condiviso. Senza la modestia, ci è difficile immaginare una collettività che sia in grado di compiere un’opera così grande.
Concludiamo con l’organizzazione
Fino a qui abbiamo percorso quasi tutto il discorso di Fidel. Abbiamo parlato della sua prospettiva sull’universalizzazione dell’università attraverso la dialettica tra lavoro manuale e lavoro intellettuale e della capacità collettiva di saper agire secondo modestia. Vi è però un’ulteriore difficoltà da affrontare, ovvero quella di dover imparare a vincere diverse battaglie nello stesso tempo, di dover imparare a realizzare diversi piani contemporaneamente. Questo è un problema di organizzazione!
Abbiamo l’urgenza di unire i molteplici piani e di superare i limiti presenti nell’attuale società, che restringono la conoscenza a pochi – costituendola come proprietà privata – e utilizzano questo sapere per interessi che non sono di certo i nostri. Abbiamo dunque bisogno di un’organizzazione che sappia pianificare il lavoro che dobbiamo svolgere per ampliare la conoscenza, la quale, solo grazie alla sua universalizzazione, potrà essere uno strumento per l’emancipazione umana.
È questa, forse, la sfida che Fidel lascia ancora aperta nel suo discorso: costruire una società nella quale tutti possano diventare capaci di conoscere, comprendere e trasformare il mondo.
- Castro, Fidel 1969, Rivoluzione nell’Università, in Granma, n. 62, 14 marzo 1969, trad. it. di Saverio Tutino, Milano: Libreria Feltrinelli, pp. 8-9. ↩︎
- Ibid, p. 18. ↩︎
- Ibid, p. 24. ↩︎
- Ibid. ↩︎
- Ibid. ↩︎
- Il riferimento è al testo di Marx, Karl e Engels, Friedrich 1845-1846, L’Ideologia Tedesca. ↩︎
- Castro, Fidel 1969, p. 25. ↩︎
- Ibid, p. 37. ↩︎
- Ibid, p. 43. ↩︎
- Ibid. ↩︎



