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Il governo più longevo: stabilità o assenza di alternative?

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L’aveva promesso e ce l’ha fatta: il Governo guidato da Giorgia Meloni ha raggiunto il record di longevità fra tutti i governi dall’inizio dell’Italia repubblicana (1946). Oggi, 4 settembre 2026, sono 1413 i giorni al Governo, uno in più del secondo Governo Berlusconi (2001-2005). Sembra che qualcosa sia quindi cambiato nel nostro paese: dalle crisi permanenti dei governi precedenti alla stabilità e governabilità finalmente trovate? Dalla politica fatta di personalismi e semplice gestione del quotidiano alla “grande politica” che risolve i problemi strutturali delle classi popolari italiane?

Ebbene no. Perché Meloni ha raggiunto una sua stabilità sfruttando al meglio la passività delle classi subalterne, imponendo un metodo di Governo più autoritario e approfittando della debolezza dei competitor di sinistra. La longevità è tutt’altro che sinonimo di qualità e quel che maggiormente ha caratterizzato il Governo Meloni in questi ultimi 4 anni è stata la continuità con le politiche neoliberiste, securitarie e antipopolari degli ultimi 35 anni.

Su stabilità e governabilità

Iniziamo dal rapporto con l’Unione Europea (UE). Durante la prima metà degli anni dieci, Meloni aveva ripetutamente espresso posizioni anti-UE, proponendo l’uscita dall’Euro durante la campagna elettorale 2014, definendo l’UE della gestione della crisi greca nel 2015 un “comitato d’affari di usurai” e sostenendo la Brexit nel 2016. Con queste critiche Meloni ha sicuramente colto un reale, anche se minoritario, sentimento critico nei confronti delle istituzioni europee. Una volta vinte le elezioni però, queste posizioni si sono radicalmente attenuate, perché – imparando dalla caduta di Governo di Berlusconi nel 2011 – ha capito che per garantire la “governabilità”, l’austerità e i vincoli europei andavano rispettati. Ed è proprio seguendo questa logica che il Governo ha, per esempio, ridotto il deficit dal 7,2% al 3% del PIL in due anni (2023-2025), conquistato la fiducia degli investitori e dei mercati finanziari.

Vale la stessa logica per i legami con gli Stati Uniti: a dispetto dei discorsi sull’autonomia e la sovranità italiane, Meloni ha allineato il Governo più a destra della storia dell’Italia repubblicana con i governi USA, prima quello democratico di Joe Biden, poi quello MAGA di Trump, cosa che conferma la subalternità ai centri di potere internazionale, Washington e NATO in primis, ma appunto anche la stessa UE di Ursula von der Leyen. Lo confermano, tra l’altro, il sostegno militare, economico e politico all’Ucraina, la complicità nel genocidio contro il popolo palestinese e l’ammissione – senza fiatare – dei dazi imposti da Trump all’Europa.

Proprio questi esempi però dimostrano che dietro questa “stabilità” si nasconde un problema strutturale. Se la “stabilità” ha permesso al Governo Meloni di “funzionare” (ricordiamo la frase “lasciatemi lavorare” pronunciata in diverse occasioni), lo ha fatto per una minoranza e contro gli interessi della maggioranza della società italiana. Proprio sul coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina, sul genocidio in Palestina e sulle questioni economiche internazionali, diversi sondaggi dimostravano che l’operato del Governo non corrispondeva all’opinione pubblica e che, anzi, questa era perlopiù opposta alle posizioni del Governo. La questione palestinese ha fatto emergere queste contraddizioni in modo più palese e dopo due anni di mobilitazioni di massa per la Palestina, il Governo è stato costretto a rivedere alcune delle sue posizioni nei confronti di Israele, anche se non ci sono stati ripensamenti radicali. Dal punto di vista delle classi popolari dunque, questo dimostra che la “stabilità politico-istituzionale” è tutt’altro che garanzia della democrazia. Al contrario: solo vivendo apertamente il conflitto sociale queste possono imporre, almeno in parte, le loro rivendicazioni. 

Dal declassamento sociale alla paura identitaria

La mancanza di conflitto sociale si è fatta sentire proprio nel rapporto capitale-lavoro, cosa che ha permesso a Meloni di portare avanti politiche di compressione salariale e smantellamento del welfare. Malgrado il Governo si vanti di aver diminuito i contratti a tempo determinato e aumentato l’occupazione, le politiche del lavoro non hanno fatto altro che consolidare i problemi strutturali del paese. Contro i salari che continuano a stagnare, il Governo ha perlopiù proposto due misure. Il primo è l’introduzione del “salario giusto” nel decreto 1° maggio 2026: il “salario giusto” non fissa una retribuzione per legge, ma fa riferimento ai minimi economici stabiliti nei contratti nazionali (CCNL) firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative. Per Meloni due piccioni con una fava quindi: si tratta di una misura che seppellisce l’idea del salario minimo legale e marginalizza le organizzazioni sindacali più conflittuali.

La seconda misura è il taglio del cuneo fiscale che prevede una riduzione delle tasse e dei contributi sul lavoro e, di conseguenza, l’aumento dello stipendio netto in busta paga per i lavoratori, senza creare costi aggiuntivi per i padroni. Questo aumento dello stipendio può raggiungere anche i 100 Euro al mese, ma con i rincari energetici, l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e un’inflazione generale che ha di nuovo raggiunto il 3%, la beffa per i lavoratori è doppia: primo, perché l’aumento del salario netto non corrisponde a un aumento del salario reale, l’aumento dei prezzi si “mangia” direttamente i 100 Euro in più in busta paga; secondo perché il taglio al cuneo fiscale significa che meno soldi vanno allo Stato e agli enti previdenziali, cosa che, a sua volta, produce tagli al welfare sociale (pensioni, sanità e scuola in primis). Nota non secondaria: queste misure sono state applicate senza che i sindacati confederali o i partiti di centro sinistra abbiano chiamato una giornata di mobilitazione o uno sciopero generale per difendere i diritti della classe lavoratrice.

Quello che il Governo ha “tolto” con le misure antipopolari, lo ha “restituito” con una decina di “decreti sicurezza”, facendo leva sulle paure prodotte dal declassamento sociale nel contesto della crisi globale. Dall’inasprimento delle pene per l’ordine pubblico e la sicurezza urbana alla criminalizzazione delle manifestazioni e proteste non violente, dall’aumento delle pene per le occupazioni abitative allo scudo penale per le forze di polizia, dalla sospensione temporanea di Schengen, passando dall’introduzione del reato per i trafficanti di esseri umani (decreto Cutro) fino al Patto europeo sulla migrazione e l’asilo – le misure sono tante, ma nessuna di questa va realmente ad incidere sulle condizioni materiali delle classi popolari. Inoltre, dall’ottobre 2022 ad oggi, sulle 340 leggi che sono state approvate, il 75% sono state proposte su iniziativa governativa, tra cui la stragrande maggioranza delle misure securitarie (e non su iniziativa parlamentare come previsto dalla separazione dei poteri nello Stato borghese). Il Governo Meloni ha quindi rafforzato la tendenza a combinare politiche securitarie e metodo autoritario. 

La “piccola politica” del centro destra e del campo largo

Fare poco per durare a lungo – così si potrebbero quindi riassumere i primi quattro anni di Governo Meloni. Perché di fronte alle promesse di radicali cambiamenti ha piuttosto prevalso la continuità nelle questioni centrali della politica italiana. Anche le “grandi riforme” come il premierato e l’autonomia differenziata sono di nuovo spariti dalle priorità del Governo. La così fortemente desiderata separazione delle carriere dei magistrati ha persino subito una netta sconfitta referendaria, cosa che conferma la presenza di importanti anticorpi rispetto alla trasformazione in senso autoritario delle istituzioni dello Stato. Così, il Governo va avanti con la “piccola politica”, quella del giorno per giorno che riguarda i conflitti quotidiani tra fazioni all’interno di un equilibrio già costituito e che non tenta di superare l’equilibrio stesso.

Ma i 1413 giorni di Governo Meloni ci parlano anche di altro: la “piccola politica” non è solo tipica del Governo Meloni, essa vale anche per il centro sinistra. Incapace di cogliere i momenti di crisi del Governo, i partiti che appartengono a questo campo sembrano piuttosto concentrarsi sui litigi interni. Ne hanno dato prova all’indomani della vittoria al referendum sulla giustizia in cui, invece di chiedere le dimissioni del Governo per accelerare un processo di polarizzazione e possibile cambio di Governo, i due principali partiti PD e M5S hanno preferito discutere sul candidato alla leadership della coalizione, mancando un’occasione. Inoltre, le loro proposte politiche per uscire dall’attuale crisi rimangono strettamente inserite nell’equilibrio istituzionale costituito: l’abbandono al fatalismo tecnocratico dell’UE, le politiche antipopolari e securitarie, la tendenza all’accentramento del potere, ma anche le risposte totalmente insufficienti di fronte alla catastrofe ambientale fanno parte del DNA di questo blocco di potere tutt’altro che anti-establishment.

I primi quattro anni di Governo Meloni ci insegnano quindi che nessun Governo può raggiungere una reale stabilità senza rispondere alle istanze delle classi popolari. Le mobilitazioni per la Palestina prima, il No al referendum sulla giustizia dopo e l’attuale incapacità di presentare una legge elettorale confermano che il Governo continua a sopravvivere in una “stabilità precaria” che paghiamo a caro prezzo ogni giorno con politiche ultraliberiste e autoritarie. Una stabilità che significa “non disturbare”, “non parlare al conducente” più che alla giustizia sociale, infatti, non ha niente a che fare con la democrazia, ma solo con l’avvicendamento, più o meno cadenzato, di forze politiche che rispondono allo stesso schema di difesa degli interessi padronali e di scambio tra compressione dei diritti e salariale e moneta simbolica: per le destre si tratta di ripagare ciò che è stato tolto attraverso il “supplizio pubblico” dei soggetti marginali (razzializzati, già discriminati, etc.), per le sinistre progressiste di sventolare la bandiera di presunte battaglie umanitarie e per i diritti civili – che però non vengono mai portate fino in fondo o agite su un piano concreto.

L’impresa – difficilissima, ma necessaria – è allora quella di aprire una crepa in questo avvicendamento ciclico, mostrando la possibilità di un’alternativa e di una trasformazione reale.

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