Oggi parliamo di una cosa che non piace a nessuno: di tasse. E nello specifico dell’imposta sul reddito. Questo perché ci sembra che quel – poco – di dibattito che c’è nel nostro paese sul tema sia costruito e orientato a una lettura puramente tecnica della faccenda. Parlare di imposte e della loro distribuzione significa invece parlare di qualcosa di estremamente concreto e politico: di quale giustizia sociale, welfare, rete di protezione sia riservata ai soggetti più esposti. Quello che proviamo a fare noi qui, dunque, è mettere in evidenza un punto politico: provare a capire come sta – più o meno silenziosamente – cambiando il sistema fiscale in Italia e chi paga il prezzo di questo cambiamento (spoiler: sempre i soliti).
Nel dibattito pubblico italiano l’IRPEF continua a essere presentata come il pilastro della progressività fiscale. L’imposta che, almeno nelle intenzioni originarie, avrebbe dovuto realizzare un principio semplice: chi ha di più contribuisce di più. Certo non la tassazione fortemente progressiva o il principio “da ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo i suoi bisogni” che postulava Marx, ma almeno un argine alla polarizzazione socio-economico e un principio di base per una democrazia sana che garantisca almeno il minimo indispensabile ai cittadini (e che è previsto dalla nostra Costituzione).
I dati raccontano però una storia diversa. Un recente lavoro dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani mostra con chiarezza un processo che va avanti da anni: la progressiva erosione della base imponibile dell’IRPEF. Un processo tutt’altro che neutrale, che ha profonde implicazioni e conseguenze politiche e sociali.
Negli ultimi decenni una quota crescente di redditi è stata sottratta alla tassazione progressiva attraverso una molteplicità di regimi “speciali”: cedolari secche, imposte sostitutive, flat tax settoriali, trattamenti agevolati per specifiche categorie di reddito.
Il risultato è che l’IRPEF, pur restando formalmente un’imposta generale, si applica a una porzione sempre più ristretta dei redditi complessivi. Quando la base imponibile si restringe, la progressività perde efficacia anche a parità di aliquote.
in parole povere: la distribuzione del carico fiscale cambia, e cambia sempre nella stessa direzione, a scapito e a vantaggio sempre degli stessi soggetti.
A scapito di chi? Il peso dell’IRPEF ricade in misura sproporzionata su lavoratori dipendenti e pensionati, cioè su quei redditi che sono facilmente tracciabili, non possono essere spostati e non beneficiano di regimi sostitutivi strutturali.
Al contrario, altre forme di reddito — in particolare rendite e lavoro autonomo — risultano sempre più spesso sottratte alla progressività o tassate con aliquote inferiori e scollegate dal reddito complessivo.
L’IRPEF smette così di essere un’imposta generale, che grava su tutti e soprattutto, proporzionalmente su chi ha di più, e diventa, di fatto, un’imposta prevalentemente sul lavoro dipendente (e su chi percepisce una pensione).Questa linea di tendenza non è un caso, non è un’anomalia, ma una precisa scelta politica
Nonostante questa evoluzione ci venga spesso proposta e raccontata come il risultato di aggiustamenti tecnici o tentativi di semplificazione, la sua natura è tutt’altro che “neutrale” (esiste davvero una misura che possa definirsi “tecnica” e “neutrale”?). Anche quando non è del tutto falsa, questa lettura e interpretazione “tecnica” è del tutto insufficiente.
L’erosione della base imponibile è il prodotto di scelte politiche coerenti e ripetute, che rispondono a rapporti di forza ben precisi. Ogni deroga alla progressività rappresenta una redistribuzione del carico fiscale di cui alcuni beneficiano e da cui altri vengono danneggiati.
Nel dibattito pubblico si continua a parlare di riforma dell’IRPEF concentrandosi quasi esclusivamente su aliquote e scaglioni. Ma senza affrontare il nodo centrale — chi contribuisce e chi viene escluso — ogni riforma rischia di essere solo cosmetica.
Discutere di progressività senza discutere di base imponibile significa accettare una rappresentazione ideologica del fisco. Vederlo come un meccanismo astratto e neutrale non ci fa comprendere la sua vera sostanza. Così come concentrarci solo sulle “grandi riforme” e non su questo progressivo spostamento, più o meno lento, ma inesorabile, non ci fa comprendere la natura di questa trasformazione.
Il dato più rilevante – e che qui ci interessa sottolineare – non è solo quantitativo, ma politico: l’IRPEF riflette sempre meno un principio di redistribuzione e sempre più l’equilibrio di potere tra classi sociali. Finché una parte consistente dei redditi potrà sottrarsi alla tassazione progressiva, il carico continuerà a concentrarsi su chi non ha strumenti di difesa fiscale. Ragionare di IRPEF non significa fare un esercizio contabile. Significa interrogarsi su chi paga lo Stato e per conto di chi lo paga.
Senza questo passaggio, il fisco continuerà a essere presentato come un problema tecnico, mentre resta uno dei luoghi principali in cui si cristallizzano i rapporti di forza della società.



