Pubblicato sul sito Jadaliyya il 22 giugno 2026. Disponibile al link.
Da quando Israele ha attaccato l’Iran nel giugno 2025, il conflitto è stato analizzato principalmente attraverso la lente dell’escalation militare e delle fluttuazioni nei mercati dell’energia mondiali. Le conseguenze della guerra, però, vanno ben oltre i prezzi del petrolio. I maggiori rischi corsi dalle navi che attraversano il Golfo Persico hanno messo a nudo la vulnerabilità delle catene del valore, che dipendono dal movimento costante di merci, beni e risorse attraverso l’intera regione. Mentre governi, aziende e mercati finanziari quantificano le conseguenze di questo scenario, lo Stretto di Hormuz è diventato la questione strategica fondamentale intorno a cui ora ruotano una serie di altre questioni: la sicurezza dell’intera regione, gli scambi commerciali mondiali, i flussi energetici, i corridoi infrastrutturali, le sanzioni, il processo di ricostruzione e il futuro ordine politico del Medio Oriente. Il punto centrale su cui trattano visioni di quella regione in competizione è se mantenere aperto lo Stretto, renderlo conteso tra più attori, o trasformarlo tramite nuovi accordi logistici.
Per analizzare queste dinamiche più nel complesso, ci siamo rivolti all’economista politico Adam Hanieh, che si è lungamente occupato del posto occupato dal Golfo Persico nel capitalismo mondiale, dell’economia politica connessa all’integrazione di questa regione e della relazione tra potere statale, energia ed impero. In quest’intervista, Hanieh mette in discussione le analisi miopi sulla guerra contro l’Iran, che riducono la sua importanza alle sole fluttuazioni del prezzo del petrolio. Al contrario, analizza il conflitto nella cornice più ampia dell’economia politica imperialistica, evidenziando come l’importanza strategica del Golfo Persico risieda non solo nelle esportazioni di energia, ma anche nel suo ruolo centrale nelle catene del valore mondiali, nei mercati finanziari e nei corridoi infrastrutturali emergenti. L’intervista analizza le implicazioni della guerra per il potere statunitense, il processo di normalizzazione tra i Pesi del Golfo ed Israele, la dipendenza dai combustibili fossili e il processo di ricostruzione della regione, sottolineando come il prezzo del conflitto venga pagato in modo preponderante dalle popolazioni vulnerabili del Medioriente, dell’Africa e dell’Asia meridionale. La tesi centrale di Hanieh è che questa guerra dovrebbe essere letta non come un evento geopolitico circoscritto, ma in senso più ampio come uno scontro sull’organizzazione del commercio mondiale, sui flussi di capitale, sulle infrastrutture e sull’autorità politica in un ordine mondiale che si sta evolvendo rapidamente.
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Editor di Arabian Peninsula (EAP): Nei tuoi lavori più recenti poni l’accento sulla centralità dello Stretto di Hormuz non solo per il trasporto mondiale del petrolio, ma anche per le catene del valore in senso più ampio. Secondo il tuo punto di vista, quali aspetti delle limitazioni al transito attraverso lo Stretto vengono trascurati o insufficientemente analizzati? E, guardando al futuro, cosa significherebbe il controllo iraniano sullo Stretto per l’organizzazione degli scambi commerciali regionali e mondiali?
Adam Hanieh (AH): Gran parte della copertura mediatica sulle conseguenze economiche della guerra statunitense-israeliana contro l’Iran si è focalizzato sulle fluttuazioni dei prezzi del petrolio e sul loro impatto sui consumatori negli Stati Uniti o nell’Europa occidentale. Facendo ciò, non si tiene conto del fatto che lo Stretto di Hormuz non è solo un collo di bottiglia per il petrolio, ma è anche una delle maggiori vie commerciali per molte altre merci, inclusi prodotti chimici di base, materie prime petrolchimiche, fertilizzanti e alluminio. In questo senso, la guerra ha dimostrato che dobbiamo dismettere lo stereotipo orientalista che vede i Paesi del Golfo solo come enormi rubinetti di petrolio e che dobbiamo comprendere la loro centralità per le catene industriali del valore in senso più complessivo. E ciò è particolarmente importante perché i principali legami commerciali del Golfo Persico ora si sono spostati considerevolmente ad est, piuttosto che principalmente verso gli Stati Uniti o l’Europa occidentale. Questa regione connette l’Asia orientale, l’Asia meridionale e il continente africano tramite il flusso di merci basilari, che sostengono la produzione agricola ed industriale. A causa di questi spostamenti geografici negli scambi commerciali, le conseguenze economiche della guerra sono potenzialmente molto gravi e si estendono molto oltre lo shock energetico, specialmente in paesi già attraversati da guerra e conflitti. Prendiamo il Sudan, ad esempio, che nel 2024 ha importato il 54% del suo fertilizzante via mare tramite il Golfo Persico (la percentuale più alta del mondo). Il Sudan è anche sconvolto da tre anni di guerra civile – che vede l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti tra i principali protagonisti – che ha visto un terzo della popolazione sudanese sfollata. In questo senso possiamo vedere chiaramente come la guerra statunitense-israeliana contro l’Iran può amplificare crisi preesistenti. Il controllo sul movimento di merci attraverso lo Stretto naturalmente fornirebbe all’Iran una notevole influenza sul traffico marittimo mondiale, sui flussi di energia e sulle valutazioni circa la sicurezza regionale. Tuttavia, credo che uno scenario del genere verrebbe messo sotto pressione dalle richieste dei principali importatori asiatici, che dipendono dai continui rifornimenti tramite il Golfo Persico e credo sia improbabile che accetterebbero una situazione del genere. Nel lungo termine, questo stato di cose potrebbe accelerare gli sforzi per diversificare rotte commerciali e fornitori.
EAP: Negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi sforzi di trovare vie alternative allo Stretto di Hormuz: corridoi terrestri che collegano gli Emirati Arabi Uniti alla Giordani e ad Israele, oleodotti che collegano i pozzi di petrolio sauditi ai porti del Mar Rosso e nuove rotte più improvvisate all’interno degli Emirati Arabi Uniti e tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman. Pensi che questi tentativi possano diventare infrastrutture durature e a lungo termine? Fino a che punto possono ridurre la dipendenza degli Stati del Golfo – e delle catene mondiali del valore – dallo Stretto di Hormuz? E tramite quali lenti dovremmo analizzare la fattibilità e la significatività strategica di queste “alternative”?
AH: L’oleodotto terrestre emiratino verso Fujairah, gli oleodotti sauditi verso il Mar Rosso e i migliorati collegamenti tramite strade e porti negli Emirati Arabi Uniti potrebbero ridurre la pressione su alcune delle esportazioni di greggio, ma non credo che possano facilmente rimpiazzare la densa infrastruttura intermodale che si è andata costruendo nel Golfo Persico in vari decenni. Lo ripeto, dobbiamo tenere presente che gli Stati del Golfo non sono solo esportatori di petrolio – gli oleodotti non possono trasportare fertilizzanti, prodotti chimici, beni alimentari e altre merci che vengono prodotti in quella regione. Inoltre, infrastrutture alternative come quelle menzionate prima sono anche vulnerabili agli attacchi militari e ai sabotaggi. Credo sia importante analizzare i vari programmi infrastrutturali attraverso le lenti della visione complessiva della regione – tenendo specialmente presenti i tentativi statunitensi ed europei di promuovere la normalizzazione delle relazioni tra i Paesi del Golfo ed Israele. Un esempio in questo senso è il corridoio IMEC (India Middle East Corridor), che mira a costruire corridoi energetici e commerciali alternativi per collegare India ed Europa attraverso il Golfo Persico, la Giordania ed Israele. Questa proposta è stata formulata prima del genocidio a Gaza e i colloqui in merito sono andati avanti speditamente dall’ottobre 2023. Il corridoio IMEC viene esplicitamente inquadrato dagli USA e dalle potenze europee come contrappeso rispetto alla nuova via della seta cinese in Medioriente. Sulla stessa falsariga, l’iniziativa sul gas 3+1 che connette Israele, Cipro e Grecia è stata propagandata come un modo di ridurre la dipendenza europea dal gas russo e di ancorare allo stesso tempo più saldamente il Mediterraneo orientale ad un’architettura energetica allineata agli USA. In questo senso, lo sviluppo di queste infrastrutture alternative è un tentativo di riorganizzare gli scambi commerciali ed i collegamenti economici della regione intorno agli USA e ai loro alleati chiave.
EAP: In alternativa, questo momento storico potrebbe essere il segnale di un passaggio storico verso una produzione più localizzata e verso una transizione accelerata all’energia rinnovabile?
AH: Sfortunatamente, non credo che sia verosimile. Di fronte ai problemi di approvvigionamento e alle fluttuazioni dei prezzi, la principale risposta a livello mondiale sembra essere stata quella di una rinnovata spinta verso i combustibili fossili tramite nuovi accordi sul petrolio e sul gas, tramite un’espansione delle infrastrutture per il GNL, tramite sussidi per la produzione domestica di idrocarburi e tramite l’indebolimento o il posticipo della legislazione ambientalista. Gli Stati Uniti, in particolare, stanno provando ad usare il dominio sui combustibili fossili come un mezzo per opporsi alla propria debolezza in altri ambiti. Lo abbiamo visto in Venezuela e ora a Cuba, così come in Iran. L’atto stesso di condurre guerre rinforza la centralità strategica dei combustibili fossili, poiché gli eserciti moderni sono realtà straordinariamente dipendenti dal petrolio. Uno stato di guerra permanente rende il mondo ancora più saldamente dipendente dagli idrocarburi. La guerra in corso ha anche evidenziato come il petrolio debba essere considerato molto più che una semplice fonte di carburante liquido. I prodotti petrolchimici come plastiche, fertilizzanti e altri materiali sintetici derivati dal petrolio e dal gas sono essenziali per settori che vanno ben oltre i mezzi di trasporto e che includono sistemi alimentari ed agricoli e una vasta gamma di industrie manifatturiere. Ma credo che il problema principale risieda nella falsa convinzione che siamo in “transizione” verso l’energia rinnovabile. Nel 2025 c’è stato il maggior consumo di petrolio, gas e carbone di tutta la storia umana. A causa della spinta innata all’espansione infinita del capitalismo, il throughput energetico tende a crescere costantemente. Stiamo assistendo semplicemente all’aggiunta delle energie rinnovabili ai combustibili fossili – proprio come nella metà del ventesimo secolo, quando la transizione “carbone-petrolio” non ha significato una diminuzione del consumo di carbone, ma un suo aumento. Un chiaro esempio della natura additiva dei sistemi energetici si può ritrovare nei Paesi del Golfo, in cui si verificano investimenti corposi nell’energia solare, eolica e in altre forme di infrastrutture a basso consumo di carbonio. I Paesi del Golfo stanno anche fissando obiettivi ambiziosi per la produzione di elettricità tramite energie rinnovabili. Ma tutto ciò sta avvenendo in parallelo con, e non al posto di, previsti incrementi della produzione di petrolio e gas. La principale ragione dietro questa espansione di fonti di energia rinnovabile risiede nel fatto che i Paesi del Golfo vogliono avere più petrolio e gas a disposizione per l’esportazione e quindi non devono usarli per la richiesta domestica di elettricità. Come ha affermato qualche anno fa il ministro per l’energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, le fonti di energia rinnovabile offrono un “triplo vantaggio”: maggiori esportazioni di petrolio, energia domestica più economica e il prestigio derivante dal rispetto degli obiettivi sulla riduzione delle emissioni. Quindi invece di un allontanamento dai combustibili, stiamo assistendo alla sovrapposizione delle energie rinnovabili su una base in espansione di idrocarburi.
EAP: Questa guerra è spesso analizzata come un confronto con l’Iran, ma può anche essere letta come una guerra che tira in ballo estensivamente i Paesi del Golfo stessi. Il dibattito politico statunitense – specialmente durante il mandato Trump – ha spesso posto l’accento sull’esigere concessioni economiche e strategiche dalle economie del Golfo Persico in cambio delle cosiddette garanzie di sicurezza. Come interpreti gli interessi USA nel Consiglio di Cooperazione del Golfo nel contesto di questa guerra? Fino a che punto i Paesi del Golfo sono partner, clienti, o perfino siti di estrazione all’interno di questa strategia geopolitica ed economica complessiva?
AH: Sin dalla metà del ventesimo secolo, il Golfo Persico è stato una pietra angolare del potere mondiale degli USA. In primo luogo ed ovviamente grazie alle enormi riserve di petrolio e gas della regione, che hanno contribuito alla transizione mondiale verso il petrolio dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma l’importanza del Golfo Persico non è mai stata riducibile ai soli approvvigionamenti di energia. Sono altrettanto importanti i grandi surplus finanziari generati tramite le esportazioni di petrolio e gas. Fin dagli anni ’70, questi surplus sono stati investiti in asset in dollari, banche occidentali, obbligazioni del Tesoro statunitense e attrezzature militari USA. Attraverso questi flussi finanziari, il Golfo Persico ha giocato una parte vitale nel sostenere sia il ruolo internazionale del dollaro sia la più ampia architettura del potere finanziario USA. La novità che si è verificata negli ultimi vent’anni è la nascita di nuovi centri di accumulazione di capitale fuori dagli USA, soprattutto in Cina. L’ascesa della Cina ha coinciso con un relativo indebolimento del dominio USA in tecnologie chiave, industrie, catene del valore ed infrastrutture. Allo stesso tempo, gli USA ora si trovano a fronteggiare una serie di profondi problemi interni, tra cui disfunzioni politiche, aumento della violenza sociale, incarcerazione di massa, il problema dei senza fissa dimora ed un’infrastruttura pubblica in declino. Credo che le relazioni USA-Consiglio di Cooperazione del Golfo debbano essere analizzate nella cornice del più ampio contesto mondiale. Ciò che gli Stati Uniti stanno provano a fare – ed è un progetto che è iniziato prima di Trump – è riaffermare la supremazia USA nel Medioriente. Un passaggio chiave di questo progetto è intensificare la collaborazione tra USA e monarchie del Golfo e procedere nel progetto di normalizzazione dei rapporti con Israele. Tutto questo va ben oltre il vecchio modello delle “garanzie di sicurezza” (che ho sempre ritenuto un po’ riduttivo). Oggi i Paesi del Golfo sono profondamente parte dell’economia politica statunitense tramite capitali azionari, capitali privati e fondi speculativi, fondi sovrani e altri canali finanziari – oltre che tramite il continuo acquisto di attrezzature militari USA. Inoltre condividono con l’amministrazione Trump l’adesione ad un’idea di mondo basata sui combustibili fossili. Tutto questo conferisce al Golfo Persico lo status di parte attiva nella riproduzione del potere statunitense e non ì quello di semplici clienti passivi.
EAP: Anche tu ritieni che questa guerra sia il segnale del declino dell’impero USA? Credi che il rapporto tra il Consiglio di Cooperazione del Golfo e gli USA ed Israele cambierà in seguito a questa guerra?
AH: Credo che abbiamo sicuramente assistito ad un relativo declino del dominio USA sul mondo negli ultimi vent’anni e questa guerra è un ulteriore riprova di questa tendenza generale. Tuttavia, non credo che questo fenomeno si possa interpretare sic et simpliciter come un collasso del potere USA. Gli Stati Uniti conservano ancora un predominio militare e la centralità del dollaro gli consente un enorme potere nello strumentalizzare l’accesso ai mercati globali tramite sanzioni e controlli extraterritoriali. Ma, come sottolineavo prima, questo indebolimento ha accresciuto l’importanza del Medioriente per gli Stati Uniti, in particolare alla luce della dipendenza della Cina dagli approvvigionamenti energetici della regione e alla luce dell’importanza del Golfo Persico come zona chiave dei surplus finanziari mondiali. In questo contesto gli USA hanno continuato a spingere per la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Paesi del Golfo nella cornice di un blocco allineato agli USA. Sembra ormai chiaro che gli Emirati Arabi Uniti abbiano intensificato le proprie connessioni con Israele e con gli Stati Uniti nel corso di questa guerra e mi aspetto che continueranno quando sarà finita. Rimane da capire se l’Arabia Saudita diventerà formalmente parte degli Accordi di Abramo. Al contrario di quanto ha sostenuto qualcuno, non ritengo che l’Arabia Saudita si sia distanziata dagli Stati Uniti nel corso di questa guerra e non ritengo neanche che la monarchia saudita sia contraria alla normalizzazione dei rapporti con Israele (è semplicemente impossibile che il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti abbiano firmato gli Accordi di Abramo senza il placet dell’Arabia Saudita). Ma ci sono chiaramente delle tensioni all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo stesso e si potrebbero benissimo esacerbare. Un fattore determinante sarà rappresentato dalla natura dell’accordo che potrebbe essere raggiunto tra Stati Uniti ed Iran nel prossimo futuro. Un altro aspetto centrale è la questione della ricostruzione e degli accordi post-guerra per Gaza, Libano, Siria, Golfo Persico e altrove. Il Board della Pace di Trump è ovviamente un mezzo per la normalizzazione dei rapporti, poiché riunisce Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Israele ed altri attori in un’unica cornice istituzionale. In grande misura questi piani di ricostruzione saranno la continuazione della guerra con altri mezzi e si sovrapporranno, inoltre, con i vari piani infrastrutturali che ho menzionato in precedenza.
EAP: Hai fatto riferimento alle conseguenze sociali globali di questa guerra che si estendono oltre i prezzi del petrolio e le limitazioni agli scambi commerciali. Come potrebbero svilupparsi queste dinamiche all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo stesso? In Bahrain, ad esempio, stiamo iniziando a vedere tensioni che montano – proteste, arresti e casi come quelli di Sayed Mousawi – mentre altri Paesi del Golfo sembrano sempre più attenti alle loro popolazioni migranti, arrivando a sottolineare i temi dell’inclusione e dell’unità nella comunicazione istituzionale. In che modo questo momento storico potrebbe ridisegnare le dinamiche sociali e politiche interne ai Paesi del Golfo e fino a che punto potrebbe seguire i passi delle – o divergere dalle – traiettorie seguite dalle proteste del 2011?
AH: Questa guerra ha significato un netto aumento della repressione nei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e uno degli esempi è l’arresto e la morte durante la detenzione di Sayed Moustafa Mousawi in Bahrain, o la revoca della cittadinanza per migliaia di persone in Kuwait. In altri Paesi del Golfo si sono verificati arresti per dei post sui social media, restrizioni sul filmare o sulla condivisione di informazioni, moniti contro le “dicerie” e una sorveglianza più serrata della libertà di parola. Queste misure si inscrivono in una più ampia tendenza storica per cui i conflitti e le tensioni regionali vengono usati per giustificare la repressione e il restringimento dello spazio politico. Dobbiamo anche pensare a cosa significherebbe una crisi nel Golfo Persico per i lavoratori migranti della regione. I lavoratori migranti rappresentano una parte molto consistente della forza lavoro all’interno delle monarchie del Golfo e milioni di famiglie in Asia meridionale, nel Medioriente e in Africa dipendono dal denaro che viene inviato dai lavoratori nei propri paesi d’origine. Durante le crisi precedenti, come quella del 2008 e quella della pandemia COVID-19, molti di questi lavoratori hanno perso il lavoro e hanno rischiato la deportazione. Una diminuzione del denaro inviato dai lavoratori migranti avrebbe un impatto che si estenderebbe ben oltre il Golfo Persico, fino ai loro paesi d’origine. Come nel 2011, le rivendicazioni economiche possono rapidamente collegarsi ad altre rivendicazioni politiche e possono anche rivelare le divisioni all’interno della popolazione. E ciò vale particolarmente per il Bahrain, dove le disuguaglianze economiche sono connesse al carattere settario del potere. In Kuwait le revoche della cittadinanza si verificavano anche prima di questa guerra, ma il conflitto ha fornito un motivo per accelerare (E giustificare) queste misure. Ma il panorama politico nel Golfo Persico non è lo stesso del 2011, quando i movimenti di protesta erano parte di una sollevazione regionale più ampia. Le capacità repressive dei Paesi del Golfo ora sono più strutturate di quanto lo fossero allora e credo che il perimetro del dissenso ora sia più circoscritto e attenzionato. Ma un’altra differenza è rappresentata da quanto la normalizzazione dei rapporti con Israele, e il più complessivo progetto degli Accordi di Abramo, rappresentino una linea di faglia all’interno delle società del Golfo Persico. Il sostegno popolare per la Palestina rimane alto e tutto ciò crea tensioni con gli sforzi delle monarchie del Golfo di intensificare i rapporti con Israele.



