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Mamdani, la vittoria non è del Partito Democratico. Intervista a Claudia De la Cruz

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L’elezione di Zohran Mamdani ha scatenato un intenso dibattito sul neo-sindaco di New York. Al di là del giusto entusiasmo per la vittoria elettorale di un giovane candidato figlio di immigrati e musulmano, che ha messo al centro il “socialismo” come orizzonte trasformativo e che ha affrontato a muso duro il presidente Trump mobilitando decine e decine di migliaia di newyorkesi con la sua campagna, si tratta ora di capire meglio le dinamiche poltiche e sociali che hanno permesso questa vittoria e le reali possibilità di trasformazione di New York e degli Stati Uniti.

Abbiamo parlato con Claudia De la Cruz, militante del Party for Socialism and Liberation (PSL), già candidata presidente degli Stati Uniti alle elezioni del 2024. Ci ha fornito un’analisi della natura del Partito Democratico statunitense, delle possibilità che ha aperto il “momentum Mamdani” e della necessità di riappropriarsi la categoria di “socialismo”.

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Alle ultime elezioni del 4 novembre 2025, Zohran Mamdani ha vinto con il 50,4% dei voti, diventando il nuovo sindaco di New York. Cosa significa la sua vittoria?

Sin dall’inizio della campagna elettorale di Mamdani, ci siamo concentrati sulla sua piattaforma politica, e non sulla persona. Il programma politico infatti si concentrava sulle questioni economiche e denunciava il genocidio in corso contro il popolo palestinese. Così è riuscito a catturare l’immaginazione della gente di New York.

La sua candidatura all’interno del Partito Democratico è stato un duro colpo per l’establishment del partito. New York è il cuore del capitalismo globale dove vengono siglati molti accordi segreti, non solo per gli Stati Uniti, ma per il mondo intero. Il fatto che Andrew Cuomo, proveniente dal Partito Democratico e governatore dello Stato di New York per 10 anni, sia diventato un candidato “indipendente” era una cosa inimmaginabile 10 o 15 anni fa. 

Per comprendere quanto è accaduto, dobbiamo guardare alla consapevolezza che le persone di New York hanno sviluppato negli ultimi anni: il movimento contro la brutalità poliziesca, le rivolte contro l’uccisione di giovani neri come George Floyd, il movimento per la Palestina, ma anche il movimento di lotta per la casa e per i diritti degli immigrati in qualche modo si sono affermati in questa campagna elettorale. E infatti la maggioranza delle persone che sono andate a votare [il 39,91% di fronte al 23,39% nel 2021]  proviene dalle comunità nere, latine e asiatiche della classe lavoratrice, contro ogni narrazione secondo cui questi settori negli ultimi anni si orientano sempre di più verso la destra. In fin dei conti, si tratta di un voto contro l’allarmismo antisocialista.

In tanti ora si chiedono quale è il rapporto da sviluppare dunque a questo nuovo sindaco. Abbiamo già pubblicato un articolo in cui si riflette sulla dialettica tra movimento dal basso e gestione istituzionale della città. Tu cosa ci puoi dire a tal proposito?

Ci troviamo in un momento in cui dobbiamo pensare in modo critico alle modalità di intervento e di rapporto con la nuova giunta. Storicamente, quando qualcuno riesce ad aprire uno spazio di speranza in mezzo al caos, il Partito Democratico è sempre intervenuto per riprendersi la scena, togliere lo slancio che si era creato e cooptare il “momentum”. Questo sta già avvenendo, all’indomani delle elezioni: Mamdani vince, Obama chiama, Hillary Clinton posta, AOC risponde… esponenti del partito che sono sempre stati perfettamente d’accordo con tutte le misure attuate contro il nostro popolo. Oggi li ritroviamo a dire: “È il momento del Partito Democratico”. Ma ripeto, la vittoria non è stata del Partito Democratico, bensì delle masse popolari di New York che si sono organizzate e mobilitate e che hanno fatto tutto il possibile per ottenere questa vittoria.

Quali sono però i reali margini per il nuovo sindaco?

È fondamentale riconoscere che all’interno del sistema capitalistico, anche la persona più ben intenzionata non può fare la maggior parte di ciò di cui abbiamo bisogno. La storia ci insegna: il meglio che abbiamo mai ottenuto in questo sistema sono al massimo concessioni e riforme. Il sistema capitalistico in cui è inserito anche Mamdani non ci darà nulla, dobbiamo essere in grado di sviluppare le lotte sociali per strappare le nostre vittorie. 

Allo stesso tempo, però, sono convinta che in questo momento, con le politiche dure del presidente Trump, con la sua vera e propria occupazione militare di città come Los Angeles e Chicago, con la minaccia di entrare a New York, dire che un trentaquattrenne musulmano, socialista democratico, ha vinto le elezioni nella città più importante del Paese, sia un duro colpo per l’agenda trumpista.

Non dobbiamo soffermarci sull’appartenenza al Partito Democratico – beh, a quale altro partito dovrebbe appartenere? Il sistema politico in cui viviamo impone un vero e proprio “duopolio” all’interno di cui esiste una cosiddetta tendenza progressista, che però non ha mai vinto la lotta per l’egemonia interna, neanche minimamente. Pensate a Bernie Sanders: la sua campagna è stata asfaltata ben due volte ed è stato l’establishment del Partito Democratico a ostacolarla. 

Quindi ci troviamo di fronte a una doppia tendenza, apparentemente contraddittoria. Da un lato un establishment del Partito Democratico che non lascerà il partito in mano alle forze più progressiste al suo interno, dall’altro lato una vittoria elettorale a New York che il partito stesso non è stato in grado di rubare alle persone che si sono organizzate e mobilitate dal basso.

Per noi socialisti che comprendiamo la dialettica, che ci organizziamo nelle comunità e nei territori, si tratta dunque, seguendo gli insegnamenti di Gramsci, di comprendere come passare dal “senso comune” a quello che chiamerei “senso socialista”, al di là dei commenti dei rivoluzionari da salotto. Perché non si può operare pensando che le persone abbiano già acquisito un senso socialista. Questo momento particolare mostra che le persone stanno andando nella giusta direzione. Ora ci tocca lavorare per arrivare al senso socialista.

Più che la vittoria elettorale in sé, si tratta quindi di comprendere quello che il momento elettorale ha prodotto all’interno del corpo sociale della nostra classe di riferimento.

Esatto. Perché le persone oggi non sono più disposte ad accettare la logica capitalista come quadro di riferimento. Coloro che stanno al potere continuano a ripetere che “non abbiamo abbastanza per sfamare la popolazione” – eppure abbiamo intromesso 40 miliardi di dollari nei mercati argentini per salvare il presidente di estrema destra Milei, stiamo inviando armi e denaro a Israele per continuare la pulizia etnica e il genocidio in Palestina, stiamo militarizzando i Caraibi in una guerra contro il Venezuela e la Colombia. 

La classe lavoratrice statunitense sta cogliendo sempre di più questi legami, quindi non possiamo permetterci di lasciare un vuoto in quello spazio politico in cui le persone stanno arrivando a questa consapevolezza. Anche perché in politica non esiste il vuoto, ci sarà sempre qualcuno o qualcosa che lo riempirà. Perciò è fondamentale intervenire in questo “momentum”, con pazienza rivoluzionaria e ottimismo, per preparare il passo successivo. Non ci possiamo permettere di rimanere semplicemente in disparte, né criticando questa vittoria elettorale come qualcosa di insignificante per la classe lavoratrice, né ritirandoci e pensando che ora ci pensa Mamdani a portare avanti la nostra agenda. 

Le persone hanno bisogno di salari dignitosi, di regolamentazioni sugli affitti, di poter disporre di mezzi di trasporto accessibili e gratuiti. Sono tutte cose possibili? Non necessariamente quando il sistema politico dà al governatore l’ultima parola su molte di queste proposte. Ma se le persone si organizzano e si mobilitano per andare alle urne, allora possiamo organizzarle per chiedere di più e per puntare effettivamente al governatore che ha il potere decisionale. Ora abbiamo la possibilità di costruire un movimento, ma se ce lo lasciamo sfuggire, allora sì, queste elezioni saranno una vittoria dei Democratici, non del popolo.

Mamdani è stato eletto con un programma “socialista” all’interno del Partito Democratico. Per tanti commentatori, anche in Italia, questo è la dimostrazione del fatto che si deve lavorare all’interno dei Democratici per costruire uno spazio alternativo. Cosa ci puoi dire a tal proposito?

Prima di tutto va detto che i Socialisti Democratici d’America (DSA) non sono un partito politico, ma piuttosto e sotto molti aspetti una corrente ideologica. Il DSA ha quindi molti aderenti e un sostegno importante e presenta molti candidati propri, ma questi si candidano attraverso il Workers Families Party, una costola del Partito Democratico, o attraverso lo stesso Partito Democratico.

Il vero partito politico è quindi il Partito Democratico che è un’estensione – e non l’opposizione – del Partito Repubblicano. È come un uccello con due ali diverse. Se per diversi anni il Partito Democratico aveva utilizzato una comunicazione e applicato una linea politica meno aggressiva rispetto al Partito Repubblicano, questo approccio è stato di nuovo abbandonato. Un buon esempio sono le elezioni presidenziali del 2024 con Joe Biden prima e Kamala Harris che gli è subentrata. Quest’ultima al Comitato Nazionale dei Democratici ha detto che era disposta a potenziare la forza militare più letale al mondo, ha parlato di come il sindacato della polizia di frontiera, cioè di coloro che terrorizzano i migranti al confine, stava sostenendo la sua campagna etc. La leadership del Partito Democratico si è quindi spostata sempre più verso destra.

Questo ha un impatto anche sulle correnti più progressiste all’interno del partito, come appunto il DSA. Perché sebbene si aderisca al partito con una certa ideologia progressista, si entra comunque in un sistema di potere con un establishment che sceglie chi fa parte della propria squadra. Anche Mamdani ha dovuto “negoziare” la propria piattaforma programmatica con la dirigenza del partito – e, di conseguenza, fare delle concessioni. È stato questo il caso con il capo della polizia di New York Jessica Tisch che proviene da una delle famiglie più ricche del paese e che si è opposta a chi si mobilitava contro il genocidio in Palestina. Mamdani ha dovuto promettere che la manterrà al suo posto. La stessa cosa vale per gli incontri con i magnati dell’immobiliare e alcuni banchieri a cui ha promesso di non attaccarli per non provocare una “fuga di capitali” da New York.

Con questo voglio semplicemente farvi capire cosa significa operare all’interno di quello che ho chiamato “duopolio”, e non possiamo essere ingenui a tal riguardo. Per questo insisto sul fatto che non ci dobbiamo concentrare sul carisma, la brillantezza o la passione che ha messo in campo Mamdani. In un tale sistema di potere come si è sviluppato storicamente negli Stati Uniti, le buone intenzioni politiche non sono sufficienti per esistere in tale spazio, per essere in grado di portare avanti le politiche di rottura. In definitiva, abbiamo bisogno di un movimento indipendente della classe lavoratrice capace di lottare per il potere.

Ma voglio aggiungere un altro elemento secondo me fondamentale. Il Partito Democratico come istituzione ha perso molta credibilità e ora prova a utilizzare la vittoria di Mamdani – che ha effettivamente prodotto un certo senso di “possiamo sconfiggere Trump” – a suo favore mettendo in avanti tutti questi candidati giovani e progressisti per cui poter votare. Ma non ci possiamo illudere: questi giovani progressisti non saranno mai alla guida del Partito Democratico, perché quest’ultimo fa parte di un sistema di potere dell’Impero statunitense. Ci sono molti esempi che dimostrano che se diventi “scomodo” all’interno del partito, l’establishment non esita un momento a renderti la vita impossibile e ti abbandona. È successo a Cori Bush quando ha condannato il genocidio e preso posizione a favore della Palestina. Il Partito Democratico è stato ben contento che perdesse le primarie a favore di una candidata più moderata. È quindi più probabile che il partito perderà forza e perfino scomparirà prima di cedere il passo a qualsiasi esponente progressista.

In un’intervista Mamdani ha definito i governi cubani e venezuelani come “repressivi” e in contrasto alla visione socialista da lui difesa. Di fronte all’attuale offensiva imperialista in America Latina, come ci dobbiamo comportare a tal proposito?

Torniamo alla dialettica e alla comprensione della politica che non è semplicemente bianco o nero, dentro o fuori, una cosa fissa e rigida, bensì è come un campo di battaglia, un campo relazionale. Mamdani non avrebbe mai vinto se avesse dichiarato di sostenere le rivoluzioni cubana e venezuelana. In quanto candidato del Partito Democratico, non potrà mai assumere delle posizioni anti-imperialiste. 

Ancora una volta la questione palestinese ci aiuta a comprendere le contraddizioni in campo. In quanto musulmano Mamdani si è sentito chiamato moralmente in causa, ha sostenuto la Palestina e condannato il genocidio in corso. Ma in un’intervista ha anche criticato gli studenti pro Pal perché utilizzano il termine “intifada globale”.

Lo stesso vale per il fatto che ha condotto una campagna utilizzando il termine “socialismo”. Effettivamente il socialismo ha vinto queste elezioni, proprio perché si è creata una situazione in cui le persone non lo temono più. Si tratta di una cosa che ho fortemente sentito anche durante la campagna presidenziale del 2024: ovunque andassi a parlare, le persone erano preoccupate delle condizioni materiali, di portare avanti le proprie lotte, di cosa fare per trasformare lo stato delle cose. Le persone si identificano con il “socialismo”. E se oggi Trump attacca Mamdani minacciando di togliere i finanziamenti alla città e di schierare l’esercito, non è perché attacca il politico, bensì le aspirazioni socialiste che si sviluppano nella classe lavoratrice.

E questo ci pone di fronte a un altro problema: non possiamo permettere che il socialismo venga diffamato. Se quindi oggi il “socialismo” torna ad essere immaginabile con dei candidati come Mamdani, se fallisce la sua politica, rischiamo che fallisca anche il concetto di “socialismo” tra le classi popolari. Quindi dobbiamo essere molto netti: Mamdani non è il centro delle nostre aspirazioni, ci dobbiamo concentrare sulle persone, sulle rivendicazioni che hanno sollevato durante la campagna, sulle loro aspirazioni, sulla loro gioia, sul loro malcontento. Dobbiamo organizzare tutto questo e dobbiamo costruire un legame di fiducia con il nostro popolo per poterlo fare.

Parliamo del movimento socialista dunque. Cosa sono i nostri compiti nel futuro immediato? A cosa sta lavorando il tuo partito, il PSL?

Come PSL abbiamo sempre puntato molto sulla formazione politica, sia all’interno dell’organizzazione che all’esterno, in una prospettiva di classe. Lavoriamo per far crescere la consapevolezza sul funzionamento della società capitalistica e sul ruolo determinante della classe lavoratrice. Negli ultimi decenni ci sono stati molti attacchi ai diritti dei lavoratori e degli immigrati, ma siamo noi a far funzionare questo Paese, quindi dovremmo essere noi a gestire la società. 

Gran parte del nostro lavoro politico è quindi volto all’educazione politica, ma non perdiamo mai di vista l’agitazione e la mobilitazione intorno a questi temi, attività volte a far crescere il potere dei lavoratori e delle comunità. In queste ultime settimane di massicci attacchi da parte dell’agenzia federale responsabile del controllo dell’immigrazione e delle frontiere, l’ICE – sostenuta dall’FBI e dalla Guardia Nazionale – lavoriamo a stretto contatto con persone impegnate nelle campagne contro la militarizzazione delle nostre città, in sostegno ai lavoratori immigrati e alle loro famiglie.

Infine interveniamo esplicitamente come socialisti e in rottura con la linea del Partito Democratico nella lotta istituzionale. In diversi Stati federali del Paese parteciperemo alle elezioni di metà mandato. Nel Bronx a New York, per esempio, abbiamo un nostro candidato che si presenta contro Ritchie Torres, esponente del Partito Democratico noto per essere un sostenitore dell’AIPAC, la lobby israeliana negli USA, per strappargli il seggio alla Camera.

Siamo presenti quindi su ogni fronte e uniamo la costruzione dell’organizzazione e del movimento con la politica elettorale.

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