“L’antifascimo è mafia”. Così Luca Marsella, portavoce nazionale di CasaPound, piagnucola ai microfoni di TV e giornali presenti in massa davanti al Parlamento alla notizia dell’annullamento della conferenza stampa prevista per venerdì 30 gennaio presso una sala della Camera dei Deputati.
Nell’occasione, il “Comitato Remigrazione e Riconquista”, di cui Marsella è presidente, avrebbe dovuto lanciare la raccolta firme per una Legge di Iniziativa Popolare1 con l’obiettivo di “tradurre in azione concreta la proposta programmatica sulla remigrazione e di porre un argine deciso e inequivocabile all’immigrazione incontrollata”.
La conferenza stampa non si tiene: annullata per ragioni di ordine pubblico. Alcuni parlamentari delle opposizioni di centrosinistra hanno occupato la sala, intonando “Bella Ciao” e brandendo la Costituzione italiana. Ritengono che i valori costituzionali siano incompatibili con un’iniziativa che prevede tra l’altro la presenza di esponenti dell’ultradestra dichiaratamente fascista: il Comitato Remigrazione e Riconquista è infatti frutto della confluenza dei “fascisti del terzo millennio” di Casapound, dei naziskin del Veneto Fronte Skinheads, oltre che della Rete dei Patrioti e di Brescia ai Bresciani.
La notizia dell’atto di resistenza istituzionale non deve però farci perdere di vista la cornice più complessiva in cui si inseriva l’iniziativa della destra fascista. Sarebbe un po’ come guardare l’albero e perdere di vista la foresta.
Il tema, infatti, è l’arrivo della “remigrazione” anche in Italia, sull’onda dell’avanzata dell’ultradestra in tutto il continente europeo.
Si scrive “remigrazione” si legge “deportazione”
“Remigrazione” è un termine che da qualche anno è uscito dai manuali di sociologia, dove indicava il ritorno volontario di migranti nel luogo d’origine, per entrare nel linguaggio politico. Tanto che il dizionario Treccani lo riporta tra i Neologismi 2025, con la seguente accezione: “ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine”.
Un termine tutt’altro che neutrale; piuttosto una vera e propria parola d’ordine da scagliare come un’arma nella battaglia politica.
Da circa un decennio i movimenti dell’ultradestra, da Génération Identitaire in Francia a Martin Sellner in Austria2, si sono appropriati del termine e l’hanno risignificato. In Germania Alternative für Deutschland (AfD) l’ha lanciato come uno slogan durante i suoi raduni: a febbraio 2025 Alice Weidel, presidentessa del partito, in campagna elettorale ha esclamato: “Abbiamo bisogno di remigrazione per poter vivere qui in sicurezza”. AfD non si è limitato a un uso comiziesco; il termine remigrazione l’ha addirittura inserito nel proprio programma politico.
E pochi mesi prima il concetto aveva attraversato l’Atlantico per finire dritto dritto nell’ultima campagna elettorale per le presidenziali quando a settembre 2024 Trump prometteva di “rimandare i migranti illegali di Kamala ai loro Paesi d’origine (conosciuto anche come remigrazione)”.
Oggi quando qualcuno afferma che “ci vorrebbe la remigrazione”, in realtà ci sta dicendo che “ci vorrebbe la deportazione” dei migranti e dei loro discendenti, indipendentemente dal loro status legale o di cittadinanza.
Non potendo utilizzare il termine “deportazione”, che ancora rimanda a momenti tragici per la storia dell’umanità, l’ultradestra ha dunque costruito una “nuova” parola d’ordine, l’ha riempita di significato e l’ha resa oggi efficace nel tentativo di normalizzare politiche di espulsione di massa.
A questo serve l’“invenzione” del termine “remigrazione”: a poter parlare di deportazione senza usare la parola tabù.
La remigrazione arriva in italia
Rispetto ad Austria, Francia o Germania, in Italia il termine arriva con un certo ritardo. Sebbene l’Accademia della Crusca attesti la sua prima apparizione in questa nuova accezione nel 20173, il passaggio da parola sconosciuta a vocabolo che gode di una certa diffusione avviene solo nel 2025.
E, anche qui, non accade per caso. Un pezzo dell’ultradestra decide di importare il termine nel Belpaese e comincia a usarlo a spron battuto.
È la Lega di Salvini il principale attore politico di questa “invasione”.
8 Gennaio 2025: il deputato della Lega Rossano Sasso, ex sottosegretario di Stato durante il Governo Draghi, interviene alla Camera e afferma: “Bisogna aumentare il numero dei rimpatri, bisogna sostenere le Forze dell’ordine e bisogna dire a certi delinquenti che per loro l’unica soluzione si chiama remigrazione”.
Sempre all’inizio del 2025, un comunicato della Lega Giovani di Como proponeva la “remigrazione anche per gli stranieri senza reati”, ispirandosi all’AfD tedesca.
Ancora in quei giorni, Corbetta, capogruppo della Lega in Regione Lombardia, sosteneva che in Italia “dobbiamo parlare di remigrazione”, vale a dire del rimpatrio di “clandestini e criminali, ma anche di stranieri che scelgono di non volersi integrare”.
A settembre 2025, Silvia Sardone, parlamentare europea della Lega, pubblicava un suo intervento alla festa di partito a Pontida, urlando: “di fronte ai danni dell’immigrazione irregolare non dobbiamo aver paura di parlare di remigrazione, soprattutto per i delinquenti stranieri. Basta buonismo!”.
L’ex generale Roberto Vannacci, eletto al Parlamento europeo sempre tra le file della Lega con più di mezzo milione di preferenze, salutava il Remigration Summit 2025 di Varese con un chiarissimo “la remigrazione non è uno slogan, ma una proposta concreta”.
E, infine, indovinate chi è il parlamentare che aveva prenotato la sala stampa della Camera per la conferenza sulle remigrazione? Si chiama Domenico Furgiuele, è grande appassionato di Evola, Mishima e Codreanu, e ovviamente parlamentare eletto con la Lega. Oltre a problemi con la giustizia perché accusato di “turbativa d’asta”, si era fatto conoscere dal grande pubblico nel 2024, quando era stato espulso dalla Camera perché con le braccia aveva fatto il segno della X Mas.
Tutti uomini della Lega di Salvini. Lo stesso che, vicepresidente del Consiglio e Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti nel Governo Meloni, ha accolto nelle sue stanze istituzionali il noto attivista dell’ultradestra britannica Tommy Robinson, condannato più volte per razzismo, droga e frodi.
La foto che li immortala sorridenti non è gossip, bensì il simbolo di come certe idee – quelle di Robinson – considerate marginali se non intollerabili solo pochi anni fa, stiano diventando mainstream ed entrando dalle porte principali dei palazzi istituzionali.
Remigrazione e potere mediatico
L’idea di “remigrazione” non regge però sulle sole gambe degli esponenti del potere politico. Il salto da gergo identitario, d’uso solo in striminziti circoli di nostalgici, a parola d’ordine di uso (quasi) quotidiano sta avvenendo grazie al battage di giornali e TV.
A gennaio 2025 uno dei principali quotidiani dell’ultradestra, La Verità, titola: “Ormai c’è una nuova parola d’ordine: remigrazione”.
I giornali d’area (Libero, Il Giornale, Il Tempo – tutti e tre di proprietà di un parlamentare della Lega e grande proprietario di cliniche private – e La Verità) non si limitano a riportare il termine; lo normalizzano, lo rendono cioè parte di un vocabolario accettabile.
Arano innanzitutto il terreno: l’utilizzo costante di narrazioni allarmistiche sulle “invasioni”, sulla “minaccia alle radici cristiane d’Europa”, sulle “ripercussioni sociali dell’immigrazione” e sulla presunta “sostituzione etnica”, crea il terreno semantico perché concetti come “remigrazione” sembrino di “buon senso”.
Lo stesso compito svolto, di fronte a un pubblico ben più di massa, dalle TV: in particolare i talk show della berlusconiana Rete 4 macinano quotidianamente dibattiti in cui opinionisti, politici e giornalisti (tra i quali spiccano gli stessi direttori dei quotidiani dell’ultradestra), ribadiscono ossessivamente la necessità di un “controllo delle frontiere”, della “difesa dell’identità nazionale”, etc..
È un rullo compressore. Ogni ripetizione mediatica non è casuale, ma parte di una strategia per spostare l’asse del dicibile e per costruire consenso attorno a politiche che una volta sarebbero state considerate impensabili.
Un’idea o una proposta politica inizialmente inconcepibile si trasforma prima in “radicale”, poi in “accettabile”, ancora in “sensata”, fino a divenire “popolare” e poter dare vita a una concretizzazione normativa, vale a dire a una legge dello Stato.
Così funziona la finestra di Overton: attraverso la ripetizione continua, potere mediatico e politico spostano la finestra del dicibile, rendendo “normale” e finanche “desiderabile” ciò che fino a non troppo tempo prima era “inaccettabile”. È questo il campo di battaglia su cui si innesta la proposta di “remigrazione”.
La funzione dell’idea di remigrazione
L’idea di remigrazione ha dunque un suo ruolo nella battaglia per l’egemonia: si inserisce a meraviglia in un discorso in cui le principali categorie della politica – il “noi” e il “loro” – vengono definite sulla base di identità “razziali”. “Noi”, sulla base di una comune identità (linguistica, religiosa, culturale, finanche di colore), dobbiamo difendere la “nostra” cultura, le “nostre” città, i “nostri” figli, perché sotto attacco da parte “loro”. Si sostituisce così il conflitto sociale e politico tra classi con quello – fittizio – tra autoctoni e migranti.
L’ultradestra costruisce così la frammentazione su basi etniche della classe lavoratrice, spostando il baricentro dell’attenzione politica dai problemi concreti di disuguaglianza, salari e diritti sociali verso la paura, la divisione e l’identità etnica.
E sulla base della “sindrome dell’assediato” si costruisce consenso intorno a politiche che rafforzano le attuali strutture di potere: sia in termini di vantaggi economici che di maggiori strumenti di dominio e controllo (a partire dall’approvazione di numerosi “decreti sicurezza”).
Perché sbaglieremmo a pensare alla battaglia delle idee come terreno dell’astrattezza e delle elucubrazioni mentali. Si traduce in fatti materiali: il Governo Meloni ha già iniziato a mettere in atto una forma di “remigrazione”, con la “deportazione” di migranti nei centri costruiti in Albania4. Soldi pubblici per foraggiare i capitali privati che hanno costruito i centri e che li devono rendere operativi a danno potenzialmente di migliaia di migranti.
Portando lo sguardo oltreoceano, appare ancor più chiaro come le politiche “sui” migranti più che con un astratto status di cittadinanza abbiano a che fare con il mondo del lavoro. Quando lo Stato crea una categoria di lavoratori e lavoratrici la cui presenza continuativa sul territorio nazionale è condizionata, e rende concreta la minaccia inviando le squadracce dell’ICE nelle città, fornisce a ogni imprenditore uno strumento di potere da poter esercitare sulla “propria” forza lavoro.
Più è precario il proprio status, più domina la paura; più domina la paura, meno diventa possibile presentare un reclamo sulle condizioni lavorative, denunciare ai microfoni di un giornalista, tesserarsi a un sindacato, testimoniare a favore di un/una collega.
E numerosi studi statunitensi dimostrano che l’implementazione delle “deportazioni”, che datano già dagli anni di Obama, non “libera” buoni posti di lavoro per gli autoctoni; piuttosto peggiora le condizioni tanto della componente migrante della forza-lavoro (immediatamente sotto attacco), quanto della componente autoctona (indirettamente, ma assai rapidamente).
Ecco perché una risposta efficace a questa avanzata non può limitarsi al racconto di ciò che è la remigrazione: una proposta “razzista”, “pericolosa”, “disumana”, pensando che queste che sembrano evidenze siano di per sé e sufficienti a mobilitare.
Di fronte alla complessa operazione messa in campo dall’ultradestra occorre una contro-offensiva che abbia la capacità di determinare innanzitutto l’agenda politica e mediatica del Paese.
Il primo passo è iniziare a smetterla di pensare ai migranti come “altro” da sé. È un’operazione speculare a quella dell’ultradestra: laddove Lega & co. individuano una “minaccia” si vede una “vittima”. Anche a questo progetto paternalista, proprio di gran parte del centrosinistra politico e mediatico, serve contrapporre un progetto di alleanza ribelle di classe, ribadendo continuamente – nel solco del valore della ripetizione – le linee di frattura nel corpo della società. E sulla base di questi cleavages organizzarsi, perché lo scontro in atto è tutt’altro che meramente semantico, ma si dà sui corpi e sul terreno della vita quotidiana dei soggetti di classe delle nostre società.
Non è un caso se negli USA il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici si era dato lo slogan an injury to one is an injury to all (“un torto a uno è un torto a tutti”): era innanzitutto la diagnosi di come Stato e imprenditoria attaccassero il potere della classe lavoratrice. Ed era un monito, frutto dell’esperienza quotidiana: se permettiamo che la parte più vulnerabile venga isolata e attaccata ci stiamo scavando la fossa da soli.
- L’art. 71 della Costituzione italiana prevede che l’iniziativa legislativa possa essere assunta anche da gruppi di cittadini che, nel numero minimo di 50mila, possono presentare Leggi di Iniziativa Popolare che saranno poi sottoposte all’iter parlamentare. Purtroppo questo “potere popolare” quasi mai ottiene un’effettiva traduzione in norma ufficiale dello Stato, svilendo la partecipazione dal basso. ↩︎
- Autore di Remigration. Ein Vorschlag [trad. it. “Remigrazione. Una proposta”]. ↩︎
- A Vercelli (Piemonte), in occasione del convegno “L’Italia sono anch’io”, promosso dall’associazione islamica di Borgosesia, un gruppo fece irruzione e sventolò uno striscione su cui si leggeva “Remigrazione contro l’islamizzazione”. ↩︎
- Copiando in parte un progetto che viene anche da settori “socialdemocratici” e che prevede l’uso di Paesi Terzi per deportare migranti. Emblematici i casi di Australia e Regno Unito. ↩︎



