Join Girl Revolution
Abbiamo già parlato delle femonazionaliste di Némésis1 e della loro strategia di penetrazione nel nostro paese: mostrare il loro movimento come nato “dal basso”, informale e spontaneo (pur vantando di appoggi e entrature istituzionali di alto profilo), fare un lavoro di formazione e coordinamento delle militanti di vario livello delle principali organizzazioni politiche di destra provando ad avvicinare alla loro causa giovani donne estranee a questi giri, e condurre una propaganda martellante che colleghi il tema della violenza delle donne a quello della remigrazione, sottolineando, in barba a qualsiasi dato o statistica, l’equazione secondo cui è la presenza di persone straniere in Europa a determinare il fenomeno della violenza sulle donne (e le donne danneggiate di cui si racconta, per converso, sono ovviamente tutte rigorosamente bianche e italianissime).
Ma Némésis non è l’unico gruppo che si muove nella galassia dell’estrema destra italiana portando avanti la sua crociata identitaria e femonazionalista. Ancora più a destra, se possibile, c’è il Coordinamento DAria, espressione dei neofascisti di CasaPound Italia (CPI).
Anche loro cercano di ripulirsi e distanziarsi dell’iconografia classica dei gruppi di estrema destra avvicinandosi a un’immagine più di strada e movimentista: dal logo fucsia (tra l’altro colore simbolo di NUDM) allo slogan “Join Girl Revolution” e ai video accattivanti mentre fanno scritte con gli stencil sui muri e parlano di autodifesa. Seguendo i loro profili è possibile notare la progressiva rimozione di grossa parte dei riferimenti fascisti, fino all’omissione dei nomi delle sedi e all’accurata scelta delle foto degli eventi, nonché il progressivo appoggio di esponenti legati al governo. Degno di nota anche cambio della strategia di comunicazione negli ultimi anni (il loro primo post Instagram è del gennaio 2022): dai post scritti ai reel, dalle iniziative negli ambienti militanti a quelle negli spazi suppostamente “neutrali”, dalle figure storiche di CPI alle giovani attiviste “spontanee” e con “la faccia pulita” messe in primo piano, meno ricollegabili alla galassia neofascista storica (l’immagine di copertina rappresenta uno dei loro manifesti affissi un paio di anni fa in occasione dell’8 marzo).
Vecchie e nuove fasciste
Ma al netto dei tentativi di rebranding non è difficile ricollegare il Coordinamento a figure storiche del neofascismo nostrano. In primis Angela de Rosa, che compare in moltissimi video e iniziative, esponente dell’estrema destra milanese. De Rosa è stata portavoce milanese di CPI, consigliera comunale e assessore a Novate Milanese, prima in quota PDL, poi CPI. Nel 2018 è stata protagonista, assieme ad altri camerati, di un’aggressione squadrista ai danni di due donne colpevoli di stare staccando dal muro di casa in Città Studi, a Milano, uno dei manifesti abusivi con i quali era stata tappezzata la zona in occasione dell’anniversario dell’omicidio di Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi. Le vittime dell’aggressione “stavano staccando in manifesti non per un atto politico, preciseranno quando andranno a sporgere denuncia, ma solo perché ‘rovinavano il decoro della strada’. All’improvviso sentono urla, vedono quattro persone, tre uomini e una donna, scendere da un’automobile e scagliarsi contro di loro urlando e inveendo: ‘Puttane, cosa state facendo?’, ‘Cosa cazzo state facendo?’. La donna [poi identificata come De Rosa] sembra essere la più infervorata: ‘Volete fare le partigiane?’, urla. Insulta, strattona e picchia una delle due” (fonte Radio Popolare). Le due donne, che sono finite al pronto soccorso, hanno riconosciuto e denunciato Angela De Rosa, candidata di CasaPound alla presidenza della Regione Lombardia alle ultime elezioni, in seguito a questa denuncia, nel 2022, De Rosa è stata condannata dal tribunale di Milano a dieci mesi di reclusione. Nel febbraio 2020, durante il processo relativo a un’altra aggressione avvenuta nel 2017 all’interno di Palazzo Marino (che ha visto la condanna in primo grado del dirigente di CasaPound Francesco Polacchi), il giudice della settima sezione penale del Tribunale di Milano ha trasmesso gli atti alla Procura per indagare Angela De Rosa con l’ipotesi di reato di falsa testimonianza, in relazione alla deposizione da lei rilasciata in aula in qualità di testimone e portavoce del movimento.
La figura di De Rosa è significativa non solo per il suo cursus (dis)honorum ma perché dimostra la connessione profonda tra vecchie e nuove figure dell’estrema destra nostrana e tra le due battaglie principali del Coordinamento DAria: la presunta difesa delle donne e la remigrazione. Solo poche settimane fa ha partecipato, con esponenti Del Fronte Veneto Skinhead, organizzazione neonazista e suprematista, alla presentazione del comitato “Remigrazione e Riconquista” supportando in molti incontri pubblici la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare in merito.
La figura della madre
Tra i simboli di questo movimento anti-immigrazionista c’è quello di Alessandra Verni, madre di Pamela Mastropietro, che ha partecipato come ospite e oratrice durante il comizio finale al corteo nazionale “Remigrazione e Riconquista” che si è tenuto a Roma sabato 13 giugno. La storia di Verni è nota e terribile: sua figlia Pamela di soli 18 anni è stata stuprata, uccisa e fatta a pezzi a Macerata da un uomo nigeriano di 36 anni, Innocent Oseghale. Un altro fatto di sangue è poi collegato indirettamente alla vicenda di Mastropietro: Luca Traini, ex candidato della Lega che non ha mai nascosto le sue simpatie di destra, il 3 febbraio del 2018 seminò il panico a Macerata andando in giro con una pistola in mano e sparando più di venti colpi, rivolti a persone di origine africana, ferendone sei, venne alla fine arrestato dai carabinieri davanti al monumento ai caduti, avvolto nel tricolore, per questo attentato terroristico a sfondo razziale ha scontato 7 anni di carcere. Disse di aver compiuto il gesto per vendicare la morte di Pamela Mastropietro.
Verni fa eco a uno dei principali punti che fondano la propaganda femonazionalista, in una breve intervista social del 13 giugno dice: “chi è che protegge questa gente?”. Le persone razzializzate non sarebbero “solo” più violente, pericolose per le donne, naturalmente inclini al crimine – come viene spesso sottolineato dai fautori della remigrazione – sarebbero soprattutto iper-tutelate. Se una donna viene uccisa o molestata da uno straniero, sostengono le militanti di DAria, viene colpita due volte: dalla violenza in sé e dal presunto silenzio che calerà sulla sua vicenda. Il politically correct, la paura di essere accusati di essere razzisti faranno sì che media e politici non potranno occuparsi della vicenda in questione. Questa tesi è anche al centro del libro Le vite delle donne contano: Lola, Pamela e Desirée: quando l’immigrazione uccide di Francesca Totolo giornalista che ha collaborato, tra gli altri, con Primato Nazionale, presentato in alcuni incontri pubblici proprio su iniziativa del Coordinamento Daria.
Come per i pogrom di Bristol, uno degli argomenti forti diviene quello del presunto privilegio delle persone razzializzate. La polizia non interviene, la magistratura è più indulgente, i giornali tacciono a causa della supposta dittatura woke che impedirebbe di riservare un uguale trattamento a persone bianche e non bianche, a scapito delle prime. Ma la realtà delle persone razzializzate che vediamo ogni giorno è del tutto opposta: processi sommari, spesso per ovvie ragioni portati avanti da avvocati meno qualificati e senza l’ausilio di traduzioni adeguate, impossibilità di accedere alle misure alternative al carcere, pestaggi che restano impuniti fuori e dentro le mura delle prigioni. Grandissima rilevanza mediatica data alla nazionalità di criminali e aggressori se questi sono di origine straniera. Razzismo di stato e razzismo di strada.
Quanto alla dittatura woke: l’esistenza stessa di cortei come quello del 13 giugno, l’enorme copertura giornalistica di cui ha goduto nonostante i numeri non certo straordinari, la presenza mediatica costante di Vannacci, Sardone, etc. e delle loro uscite razziste e islamofobe sono già la prova sufficiente che questa dittatura non esiste.
Le madri delle persone uccise per mano di uno straniero, l’immagine delle vittime stesse hanno allora la funzione di rendere inattaccabile una tesi altrimenti insostenibile. È più che naturale e comprensibile che una persona offesa desideri giustizia, addirittura vendetta. È questa la ragione per la quale Laura Macaya sottolinea che le vittime – o le persone a loro vicine – sono le persone meno adatte a un giudizio equo su quanto è loro accaduto. Non lo si può pretendere e nemmeno ce lo si dovrebbe aspettare. Strumentalizzare queste storie tragiche significa tappare la bocca a qualsiasi obiezione: chi potrebbe mai contestare le affermazioni di una madre che ha perso così prematuramente e ingiustamente sua figlia? Ma è qui che è necessario spostare il piano, dalla percezione al dato. Dobbiamo impedire che alcune storie ingiuste e tremende vengano strumentalizzate.
Pur dichiarando costantemente di non voler aderire a un paradigma vittimario, il Coordinamento DAria e le femonazionaliste utilizzano costantemente i nostri vissuti tragici per sostenere le loro politiche suprematiste, violente, escludenti. Ma è surreale che l’accoglienza del nostro dolore, la necessità di prendere parola nel discorso pubblico e il nostro desiderio legittimo di giustizia passino proprio per il rebranding di una destra che ha attivamente contribuito, per decenni, a costruire le condizioni della nostra discriminazione.



