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Me-Ti

Rita De Crescenzo e le difficili strade della coscienza e dell’unità di classe

Viola Carofalo

Ieri sera la tiktoker napoletana Rita De Crescenzo è stata intervistata a Belve da Francesca Fagnani. Ovviamente ne stanno parlando tutti un po’ perché, come ha sottolineato la giornalista, il personaggio “è divisivo”, un po’ perché per molti, di fronte al sottoproletario bianco, si sviluppa un certo voyeurismo, quello che provocano i fenomeni ibridi, che si collocano a metà. A metà perchè De Crescenzo è italiana ma parla male l’italiano (come molte persone del Nord, ovviamente, ma su di lei questo marchio pesa cento volte di più); presumibilmente è benestante ma lo è diventata attraverso percorsi opachi; è famosa senza saper fare un granché (come il 90% delle persone che hanno successo in TV o sui social, ma a lei non lo si perdona); non si vergogna delle sue origini, le usa, le spettacolarizza, è contigua ad ambienti criminali e non lo nega (come moltissimi politici, ma loro lo negano). Insomma, non è peggiore né migliore di altri, ma è calamita di un rancore e un disprezzo enormi.

Parlando semplicemente dello spettacolo televisivo, l’unica cosa che viene da dire è che ha dominato il palco e non si è fatta mangiare dal personaggio – né dalla conduttrice – mostrando una certa scaltrezza e soprattutto, alla fin fine, senza prestarsi troppo al gioco macchiettistico di chi la voleva ridurre a oggetto del discorso. Certo sa bene che i suoi strafalcioni e certe esagerazioni suscitano ilarità, ma li padroneggia lei, decide lei. Anche quando Fagnani ha provato a farla commuovere parlando dello stupro che ha subito, del passato di tossicodipendenza e del figlio avuto da bambina, a soli 13 anni, Rita De Crescenzo non si è prestata, come avrebbe anche legittimamente potuto fare, al gioco della vittima, allo strazio e alle lacrime, ma ha dato una prova di essere veramente “una leonessa”, dimostrando e dichiarando che al dolore si sopravvive, che non siamo semplicemente il prodotto di quello che ci hanno fatto. Una dimostrazione e dichiarazione degne – lo dico? Lo dico – del miglior femminismo.

Ma veniamo alla coscienza di classe. Non quella di Rita, ma la nostra.

La figura di Rita De Crescenzo (ci tengo a specificare che non sto qui parlando della persona, ma del simbolo che si porta appresso, che le è stato appiccicato addosso) normalmente provoca due forme di repulsione e di rifiuto. E credo che dovremmo stare ben attenti a non confonderle.

Una è quella, puramente snobistica, dettata dalla distanza. Non è quella di chi rifiuta di pensare che una certa miseria (in senso ampio) possa esistere (quello sarebbe un rifiuto anche a limite rivoluzionario), ma di chi rifiuta che vite come quella di De Crescenzo possano essere considerate propriamente tali. Sono barbari, dicono, bestie che devono scomparire, stare lontane, non contaminare la Napoli “bene”.

Ovviamente senza fare i conti col fatto che la ricchezza materiale di questa città, i suoi affari, la sua classe politica sono da sempre complementari e intrecciati a quella violenza spiccia e criminale, a quella prepotenza e furbizia da quattro soldi che spesso si associa alla vita di chi campa di espedienti. E fanno danni ben peggiori.

L’altra faccia di questa attitudine è quella dell’“esotismo”: proprio perché quelle vite non mi riguardano, non mi toccano, non possono in alcun modo “contaminare” la mia, allora mi affascinano, mi incuriosiscono. E si arriva a imitarne le maniere, l’abbigliamento, i capelli e le unghie, gli accenti. Ma questo sguardo involontariamente antropologico è solo apparentemente benevolo e nei confronti di De Crescenzo pone la stessa distanza e assenza di riconoscimento che possiamo ritrovare in quello dello snob con la puzza sotto al naso che si scandalizza che sia invitata a parlare in RAI e che in qualche modo (non si sa per quale mandato) “rappresenti Napoli”.

Qualche anno fa una nota agenzia di PR milanese ha fatto una festa aziendale a tema “rom”, non mi stupirebbe vederne una – se non c’è già stata – a tema “De Crescenzo” o “Maranza”.

A volte anche nei movimenti si vedono soggetti catturati da questa fascinazione, che scambiano l’essere parte delle classi popolari con simularne lo stile di vita e il look, salvo poi avere il riparo di una vita diversa, possibilità diverse.

Addirittura, c’è chi sposando una sorta di “vitalismo” fuori tempo massimo pensa il sottoproletariato come avanguardia, come agente portatore, pasolinianamente, di una certa verità e purezza. Sono passati tre secoli da quel mito del “buon selvaggio” di Rousseau che tanto critichiamo quando facciamo dibattito sul colonialismo interiorizzato, eppure, quando ci crogioliamo in certi essenzialismi non ci collochiamo poi tanto lontano da lì.

Come se la lotta e la strategia politica nascessero meccanicamente dalla bruttura di certe condizioni sociali o dalle difficoltà della vita. Se così fosse, saremmo già in salvo da un bel pezzo.

Esiste poi un altro rifiuto che è determinato dalla prossimità, non dalla distanza. A questo rifiuto mi sembra che dovremmo prestare orecchio. È quello di chi in determinati contesti ci vive e con certi modi di vita, con certe piccole e grandi prepotenze, deve farci i conti tutti i giorni. Di chi “la mattina va a lavorare” e si sente, anche giustamente, defraudato e offeso da chi con l’arte di arrangiarsi (e in maniera non sempre lecita) si è costruito un tenore di vita uguale o migliore del suo. Abbiamo assistito e assistiamo continuamente a un dibattito simile, e non a caso, riguardo al Reddito di Cittadinanza o a altre forme di sussidi e sostegni.

“Perché io devo spezzarmi la schiena e qualcun’altro che può stare a casa e ricevere un assegno a fine mese?”; “Perché devo dare soldi ogni sera al parcheggiatore abusivo altrimenti mi ritrovo la macchina danneggiata?”; “Perché io devo pagare l’affitto e qualcuno deve occupare abusivamente una casa assegnata a altri?”. Queste domande non si possono liquidare semplicemente dicendo che chi le pone è troppo snob (!) o troppo legalitario. Nemmeno dicendo che si tratta di “poveri diavoli”, anche se spesso è vero. Bisogna chiedersi quali processi abbiano innescato una guerra tra poveri – che spesso, soprattutto al Nord, segue anche la linea del colore – e provare a capire come disinnescarla, facendo emergere una comunanza di bisogni.

Ma non è semplice.

Perché per alcuni, anche e soprattutto nelle parti più coscienti delle classi popolari di un paese come il nostro, con una così forte tendenza legalitaria data dalla tradizione del PCI, in passato la legalità e il merito sono stati due veicoli di riscatto e di emancipazione. Sono stati principi di identificazione. “Aveva solo un vestito da festa, se lo metteva alle grandi occasioni” cantava Pietrangeli nel suo Il vestito di Rossini, e in effetti in corteo, alla lotta, si andava ben vestiti. La dignità del lavoro e l’onestà sono state per decenni, non solo dal punto di vista materiale, ma anche simbolico e valoriale, la risposta di una larga fetta di proletariato alle ruberie della classe politica, alla corruzione, al degrado e alla miseria di quel sottoproletariato che sempre era così disprezzato, non semplicemente perché più povero o misero (non sempre lo era, anzi!) ma perché quella era gente che si poteva facilmente comprare e arruolare nell’“esercito” del padrone. Si potevano comprare i loro voti e i loro servizi. Mentre chi lavorava, in linea di massima, no, o comunque meno, perché lavoro significava anche indipendenza e possibilità di critica e contrapposizione al potere.

Il successo di Borrelli e del suo metodo “antidegrado” incontra una certa sensibilità di sinistra – non della sinistra dei salotti, elitaria e raffinata, ma della gente cosiddetta “normale” – proprio perché intercetta un bisogno e una richiesta: quello di avere la certezza che l’onestà e il lavoro saranno ripagati. Ovviamente questa retorica, esattamente come quella delle destre, gioca su stereotipi e contrapposizioni artificiose. Ma finché non cogliamo questa richiesta nel suo senso ultimo, probabilmente regaleremo a chi invoca le ruspe e i centri di detenzione in Albania (o a chi punta il dito contro i “baby shower” come massimo problema di Napoli e dell’Italia) una larga fetta dei nostri.

Sicuramente è importante denunciare il razzismo e l’antimeridionalismo di certe retoriche (sulla loro continuità rimandiamo a questo testo scritto subito dopo la morte di Ramy Elgaml), ma è necessario farlo a partire da un assunto: la continuità (che è reale) tra proletariato e sottoproletariato non è autoevidente e va costruita e rafforzata anche a partire dalla comprensione di una non sempre facile convivenza, non rimuovendo il tema o la questione, e derubricandola a pura espressione di intolleranza o elitarismo.

Il rapporto con figure come De Crescenzo richiama alla difficoltà del rapporto con il sottoproletariato, difficoltà che da sempre i movimenti rivoluzionari e le frange progressiste hanno avuto. Perché si tratta di trovare una terza via tra l’esserne fagocitati per fascinazione e puro compiacimento estetico – ma questa è alla fin fine una postura non dissimile da quella degli snob che la disprezzano – e rifiutarle perché non sono chiaramente collocabili e corrispondenti alla figura classica dell’onesto lavoratore sfruttato con la sveglia puntata alle sei meno un quarto del mattino.

Non bisogna innamorarsene ma nemmeno pensare che tutto questo non ci riguardi. Come giustamente ha scritto Donna Haraway: gli ultimi, i marginali, non dicono necessariamente la verità sul mondo (non producono automaticamente riflessione politica, come nessuno di noi) ma sicuramente sono la verità del mondo: fanno emergere una condizione spesso cancellata, disprezzata, considerata “di scarto” e a partire dalla quale invece è possibile e necessario lavorare politicamente a un’alleanza.

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