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Me-Ti

Sciopero transfemminista e femminilizzazione del lavoro

Lucia Amorosi

Anche quest’anno l’8 marzo (e anche il 9, essendo l’8 domenica) si configura come una data di mobilitazione e sciopero. Da quasi un decennio infatti – ma attingendo a una storia di mobilitazioni e analisi ben più datate – il movimento transfemminista a livello internazionale prova a rimettere al centro l’importanza di una pratica, quella dello sciopero, declinata nella sua dimensione processuale di progetto politico organizzativo che si espande oltre i luoghi di lavoro per raggiungere la società tutta. La prospettiva transfemminista, infatti, non si riferisce solo alle soggettività effettivamente coinvolte nello sciopero, ma apre a un’analisi strutturale e sistemica dei processi di discriminazione e sfruttamento.

Lo sciopero transfemminista non è lo sciopero delle donne. È uno sciopero contro il processo di femminilizzazione del lavoro, ovvero un modello di lavoro meno pagato, meno garantito e più precario – chiamato così perché storicamente svolto dalle donne, sempre considerate ‘lavoratrici di secondo rango’ – a tutta una serie di soggetti, settori e occupazioni.

In particolare, lo sciopero transfemminista ci permette di cogliere il nesso strutturale che esiste tra sfera produttiva e sfera della riproduzione sociale, ovvero l’insieme di tutte quelle attività che garantiscono la riproduzione della forza lavoro, la sua socializzazione e il mantenimento degli stessi rapporti di produzione. E questo continuum è attraversato anche dalla linea della razza: se le persone migranti razzializzate sono quelle più sfruttate nel nostro sistema economico (donne in primis) è perché, da un lato, si trovano  a vivere in una dimensione di marginalità prodotta socialmente e politicamente da specifiche leggi sull’immigrazione e sulla cittadinanza e, dall’altro, ricevono salari particolarmente bassi perché chi dà loro lavoro spesso  fornisce anche vitto e alloggio a condizioni particolarmente svantaggiose (si pensi alle baraccopoli in agricoltura, o al regime dei dormitori in senso più ampio). Dall’altra parte, ciò consente anche forme di controllo e assoggettamento della forza lavoro in questione molto più coercitive e violente di quelle sperimentate da chi, con il proprio salario, soddisfa le proprie necessità vitali autonomamente, proprio perché si annulla, di fatto, la distinzione tra lavoro e vita. Dunque, il focus sul nesso tra produzione e riproduzione sociale – da cogliere necessariamente anche nella sua dimensione razzializzata – che costituisce da decenni un punto chiave dell’analisi politica transfemminista, riguarda il sistema nel suo complesso, non solo le donne o le soggettività storicamente femminilizzate.

Lo sciopero transfemminista, infatti, travalica il confine del “luogo di lavoro” per riconnetterlo con ciò che accade al di fuori di esso, e ciò è particolarmente essenziale in un periodo storico in cui i meccanismi di controllo e disciplinamento della forza lavoro – funzionali a un’espansione delle forme legali e non di sfruttamento – passano anche attraverso la messa a valore di altri rapporti sociali, ovvero relazioni di potere che si strutturano a partire da specifiche differenze, come quelle di genere o di razza. Ciò non vuol dire in alcun modo che le esperienze e le voci individuali non contino all’interno di questa prospettiva analitica di ampio sguardo. Anzi, una grande lezione del femminismo è che il personale è sempre politico, ovvero che l’esperienza personale, specialmente quando si tratta di soggettività particolarmente marginalizzate o discriminate, ci permette di mettere in luce la complessità dei rapporti sociali, di mettere in discussione tutte quelle narrazioni che invisibilizzano la diversità o, all’opposto, la rendono un fattore di disaggregazione e divisione.

In altre parole, lo sciopero transfemminista non è lo sciopero delle donne, ma è vero che la specifica esperienza lavorativa di donne e persone LGBTQIA+ ci dice molto sull’attuale organizzazione del lavoro e sulla messa a valore delle differenze a livello sociale. Sicuramente non viviamo il mondo del lavoro, così come ogni altra sfera sociale, nello stesso modo: lavorare da donna vuol dire essere pagata di meno, avere accesso in maniera limitata a posizioni apicali, essere sempre individuata come la principale caregiver a livello familiare, essere esposta a specifiche forme di molestie e violenze anche sui luoghi di lavoro. Sicuramente, la dimensione strutturale della violenza di genere fa sì che queste forme specifiche di vivere il mondo del lavoro siano connesse anche con altre dimensioni più fisiche della violenza (è abbastanza intuitivo riconoscere che, per donne che non hanno accesso a un lavoro stabile, sicuro e ben retribuito, è ancora più difficile anche affrancarsi da situazioni di violenza domestica, per esempio).  Ma questa non è solo una nostra battaglia: tutti coloro che si oppongono a una logica di organizzazione sociale basata da gerarchia, oppressione, violenza e sfruttamento dovrebbero sentirsi chiamati in causa da questo sciopero.

Lo sciopero transfemminista poi, ha anche un altro merito: risignificare in senso espansivo lo stesso strumento dello sciopero, che torna ad essere calato nella sua dimensione intrinsecamente politica. Non è l’unico caso in cui questo avviene: si pensi allo sciopero antirazzista di Black Lives Matter organizzato nel 2020, o agli scioperi climatici degli anni scorsi, ma soprattutto ai più recenti scioperi contro il genocidio a Gaza. Tutte queste forme di sciopero definito come processo politico restituiscono questa pratica nelle mani delle lavoratrici e dei lavoratori, anche al di là del ruolo dei sindacati.

Nel farlo, il piano vertenziale – che resta assolutamente cruciale – viene inserito in un orizzonte di senso più ampio e, appunto, tutto politico. Rivendicare salari migliori per le insegnanti in questo paese, per esempio, vuol dire riconoscere l’educazione come lavoro a tutti gli effetti e non come una vocazione femminile; ma vuol dire anche pretendere che più soldi vengano stanziati per l’istruzione pubblica e non persi nell’economia di guerra. Partire dalle rivendicazioni vertenziali è, ovviamente, essenziale, ma trascenderle e politicizzarle è altrettanto importante. E su questo punto, forse, le strutture sindacali dovrebbero tornare ad ascoltare la voce viva di lavoratrici e lavoratori, accettando che il luogo di lavoro non è più, o non solo, il luogo privilegiato del riconoscimento reciproco e della soggettivazione politica. L’abbiamo visto chiaramente durante gli scioperi di settembre e ottobre contro il genocidio a Gaza: in quell’occasione ci si è riappropriati dal basso della pratica dello sciopero, la si è fatta vivere nei luoghi di lavoro e nelle piazze, nei quartieri e nelle comunità, con il sindacalismo di base che si è assunto la responsabilità politica di organizzare uno sciopero generale su certi temi, capendo che c’era una specifica e chiara richiesta dal basso. E, tuttavia, troppo spesso i sindacati, specialmente le grandi organizzazioni confederali, fanno fatica ad assumere una chiara posizione politica e a portarla avanti con gli strumenti dell’azione collettiva anche sui posti di lavoro. Troppe volte abbiamo sentito che il diritto allo sciopero è sotto attacco e che, quindi andrebbe usato con razionalità e parsimonia. E tuttavia, se l’attuale organizzazione produttiva rende lo sciopero vertenziale particolarmente difficile da organizzare nel superare l’oggettiva frammentazione di classe in cui viviamo, allora è proprio la politicizzazione dello sciopero, che inserisce specifiche rivendicazioni in un quadro più ampio fatto di obiettivi politici comuni, a rafforzare questo strumento. E dobbiamo invece dirci che negli ultimi anni lo sciopero transfemminista, che ha di fatto questo enorme potenziale, è stato in genere chiamato dalle strutture sindacali spesso in maniera incoerente e randomica, senza uno sforzo organico e coerente di organizzazione sui posti di lavoro, al netto dello sforzo portato avanti quasi a titolo individuale da molte donne dentro diverse strutture sindacali.  

Eppure gli scioperi in solidarietà con la causa palestinese ci hanno fatto chiaramente capire anche un’altra cosa: se il luogo di lavoro non è più l’orizzonte ultimo e unico della mobilitazione politica, resta comunque fondamentale in ogni altra forma di mobilitazione. È lo sciopero produttivo, inteso nel suo senso più classico, che blocca, che crea disagio, che dimostra l’impatto concreto e la forza di una mobilitazione. In altre parole, senza la partecipazione concreta di lavoratrici e lavoratori sui posti di lavoro mancherà sempre un pezzo importante. Politicizzare lo sciopero, portarlo nelle case, nelle relazioni, nei consumi, nelle comunità, dunque, non può significare abbandonare l’organizzazione sui posti di lavoro: è in tal senso che lo sciopero transfemminista è potenzialmente uno strumento di avanzamento per tutta la classe se non abbandona i luoghi di lavoro – ma anzi, se riesce ad arrivare anche in quei settori particolarmente femminilizzati dove i sindacati sono spesso assenti e dove l’invisibilità è dominante.

È questo tipo di sciopero che si configura come pratica processuale di creazione di reti, di relazioni e di intersezioni tra lotte e rivendicazioni diverse, che mette in discussione automatismi organizzativi e rapporti di potere. È un processo politico che riconnette e tiene insieme, che apre e moltiplica la forza collettiva, che parte sì dall’esperienza di vita e lavorativa di donne e persone LGBTQIA+ per rendere conto del funzionamento della nostra società nella sua totalità e complessità. È per questo che se ci fermiamo noi, si ferma il mondo, ma è anche vero che quello che vogliamo è che tutto il mondo si fermi con noi e insieme a noi in questi tempi di guerra e violenza, perché quello che vogliamo costruire è un mondo che sia sicuro per tutte le persone, e libero da ogni forma di discriminazione, sfruttamento e violenza.

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