Skip to content
Me-Ti

Se l’amore è conquista, la sua fine sarà una strage

Martina Maccianti

All’annuncio dell’ennesima donna uccisa, la reazione collettiva segue quasi sempre lo stesso percorso, e allo sgomento e all’indignazione fa seguito il bisogno di spiegare, di ricondurre l’accaduto a una causa che lo renda comprensibile e un po’ più distante. Ci si interroga sull’uomo, su chi fosse, su cosa gli sia successo dentro, su come nessuno si sia accorto di nulla, e si cerca nel suo profilo il segno di un’anomalia come una perdita improvvisa di controllo. Interrogarsi su queste direttrici non è un’azione priva di effetti, perché circoscrivendo l’orrore all’individuo e trattandolo come un’eccezione, mette al riparo tutto il resto (resto fatto dalle nostre parole, le nostre storie, il modo stesso in cui pensiamo l’amore) dal sospetto di avervi una qualche parte. 

Non appena si allarga però lo sguardo dal singolo episodio all’insieme, l’ipotesi dell’eccezione diventa insostenibile. Guardare alla struttura non significa ciò che di solito intendiamo con questa parola. Di fronte al fenomeno, la risposta pubblica si concentra – giustamente – su ciò che possiamo fare: leggi più severe, tutele più rapide, sostegno a chi denuncia; è il territorio della prevenzione, ed è indispensabile. Ma la prevenzione, per sua natura, interviene sempre su qualcosa che si è già formato. In questo caso un uomo, un desiderio, un modo di stare nella relazione già plasmati secondo un certo copione. Agisce a valle, quando la costruzione affettiva del soggetto è già scritta, e cerca di impedire che arrivi alle sue conseguenze estreme. È un lavoro necessario, e nulla lo rimpiazza. Resta però, molto addietro nel processo, una domanda in sospeso: che cosa rende un simile gesto anzitutto “pensabile”? Che cosa fa sì che, di fronte a una persona che se ne va, tra le reazioni che affiorano all’orizzonte di qualcuno possa comparire anche l’annientamento di quella persona, come una mossa dotata, all’interno di una certa logica, di una sua terribile coerenza? Questa domanda non riguarda più il singolo, e nemmeno le istituzioni. Ci parla l’immaginario condiviso, le immagini, le storie, le metafore attraverso cui diamo forma all’esperienza prima ancora di agirla. Riguarda il linguaggio. È a questo livello, anteriore all’individuo e anteriore alla prevenzione, che vorrei provare a spostare la riflessione.

Le immagini con cui abitiamo il mondo

Il linguaggio non è un contenitore imparziale dei pensieri, un vetro trasparente attraverso cui guarderemmo una realtà che resterebbe identica anche senza di esso. Non ci limitiamo a descrivere con le parole un mondo già dato, tramite questo lo organizziamo, lo rendiamo maneggiabile, lo pensiamo per mezzo di immagini, di schemi narrativi, di metafore che nel tempo si sono sedimentate fino a diventare senso comune e, quindi, invisibili.

Diciamo che un’argomentazione “non regge”, che una tesi “crolla”, che qualcuno “difende” la propria posizione e “attacca” quella altrui, che “guadagna terreno” o è “costretto a ritirarsi”. Non ce ne accorgiamo neanche, ma stiamo parlando di una discussione come si parlerebbe di una guerra. È questa in realtà è un’immagine tra le tante possibili, perché potremmo pensare il confronto come una danza o come una costruzione fatta a più mani, ma quella è così stabilizzata che la scambiamo per la cosa stessa. Non la percepiamo più come una scelta, ci sembra semplicemente il modo in cui le discussioni sono. Qui per me sta il punto decisivo e su cui vorrei insistere: queste immagini non sono ornamenti retorici sovrapposti a un pensiero che potrebbe farne a meno, sono la forma stessa del pensiero, e soprattutto sono estremamente operative. Ogni immagine porta con sé, implicito, un campo d’azione, un repertorio di mosse che dentro quella cornice appaiono sensate, coerenti, perfino “logiche”, e un altro repertorio che ne resta fuori, impensato. 

Se il problema è una battaglia, lo si affronta con l’attrezzatura del combattente; se è un nodo, si cerca di scioglierlo; se è un peso, si cerca di deporlo o di condividerlo. L’immagine preseleziona in silenzio le soluzioni che ci sembrano disponibili e nasconde tutte le altre. In questo senso il campo di ciò che è dicibile delimita il campo di ciò che è pensabile, e dunque di ciò che è azionabile. Così, quando un’immagine diventa automatica, quando smette di presentarsi come una possibilità tra le altre e si dà come “il modo in cui le cose stanno”, ha compiuto il suo lavoro più profondo: si è naturalizzata. E bene, adesso è lei a scegliere per noi il ventaglio delle azioni pensabili.

L’amore raccontato come conquista

Applichiamo tutto questo all’immagine che qui ci interessa. In quale modo raccontiamo l’amore? Da sempre, e in modo pervasivo, con il lessico della conquista. Si “conquista” il cuore di qualcuno, ci si “arrende” all’amore, ci si “dà” e si “prende”, si “cede”, ci si “lascia conquistare”. La persona amata è un traguardo da raggiungere, una vetta da scalare, una roccaforte da espugnare. Questo ahimé non è un dettaglio marginale del nostro repertorio sentimentale, tanto meno è un vezzo poetico circoscritto, assomiglia piuttosto alla sua fondamenta. La ritroviamo nelle canzoni che sappiamo a memoria, nei romanzi e nei film che consideriamo storie d’amore per eccellenza, nelle promesse, nelle dichiarazioni che riteniamo più intense e devote e ha, storicamente, una geometria di genere precisa e tutt’altro che simmetrica, perché nel copione tradizionale è l’uomo a conquistare ed è la donna a essere conquistata cioè, nella logica dell’immagine, il soggetto che prende e l’oggetto che viene preso, il territorio.

Arriviamo al titolo di questa riflessione: se l’amore è conquista, allora la persona amata è un territorio, e un territorio, per definizione, si possiede. E ciò che si possiede si può, inevitabilmente, perdere. Dentro questa immagine, la fine di una relazione non è mai davvero l’incontro concluso di due libertà, la decisione di due persone che smettono di stare insieme restando entrambe intere. È una sconfitta, una spoliazione, la perdita di qualcosa che era mio perché chi se ne va non torna semplicemente a essere una persona autonoma, ma cessando di essere possesso diventa altro, diventa la persona che mi ha sottratto ciò che mi apparteneva. Diventa, letteralmente, un avversario.

La guerra, per l’avversario, conosce una sola logica di fondo: l’eliminazione, l’annientamento, la terra bruciata. Se non posso più tenere quel territorio, posso almeno fare in modo che non lo tenga nessun altro, che smetta di esistere come territorio conteso. “Se non sei mia non sarai di nessuno” è il sillogismo, freddo e perfettamente coerente, di una grammatica che ripetiamo ogni giorno. E questo è tutt’altro che un semplice cortocircuito da riparare della logica amorosa che abbiamo ereditato, è la sua inevitabile conclusione.

Si capisce allora perché il racconto del raptus – dell’amore “malato” o del “troppo amore” – sia ingannevole, perché presenta il gesto come una rottura netta rispetto alla normalità, come un binario che a un certo punto deraglia. Ma se seguiamo quel binario fino in fondo, scopriamo che porta esattamente lì. Il gesto omicida, per quanto mostruoso, è il punto di saturazione di questa storia, il termine verso cui l’immagine tendeva fin dall’inizio. Dire questo non significa in alcun modo attenuare la responsabilità di chi uccide. La responsabilità individuale resta intera, e nessuna cornice culturale la dissolve o la giustifica (sì, milioni di persone abitano lo stesso immaginario senza uccidere nessuno). Ma proprio per questo la questione diventa più scomoda, perché significa che l’immaginario entro cui quel gesto può presentarsi come una delle risposte pensabili all’abbandono non è un immaginario estraneo, importato da chissà quale altrove barbarico, è il nostro, lo stesso da cui traiamo le nostre dichiarazioni d’amore più accese. 

La condizione di possibilità

È qui che diventa importante la distinzione da cui siamo partiti. La prevenzione lavora a valle, su soggetti già formati, quando l’automatismo che lega l’immagine al suo campo d’azione è già installato. Il piano del linguaggio lavora a monte, sulla condizione di possibilità stessa. Sono due piani diversi, e nessuno dei due sostituisce l’altro. Una società può, e deve, proteggere, educare, e insieme interrogare le immagini che la abitano. Ma è utile non confondere i livelli, perché confonderli produce una stanchezza ricorrente, un piano in cui ci si domanda perché, nonostante le leggi e le campagne, i numeri non calino davvero. Una delle ragioni è che gran parte degli sforzi si concentra a valle, sull’argine, mentre la sorgente – l’immaginario che rende quel gesto concepibile – continua a essere alimentata ogni giorno, indisturbata, dalle stesse storie di sempre.

Ora io capisco che il primo pensiero che può sovvenire sia: non staremo sopravvalutando il peso delle parole? Non è persino un po’ ridicolo pensare che qualcuno uccida “a causa” di una metafora, o che si possa incidere su una tragedia simile cambiando il modo di parlare d’amore? È un pensiero che capisco e che ho affrontato spesso, perché contiene un pericolo reale, quello di ridurre tutto a una questione di etichette, di correttezza del vocabolario, di censura delle parole, credo che però poggi su un equivoco.

Nessuno sostiene che una metafora, da sola, armi una mano. Il rapporto non è meccanico né immediato, si tratta di una dimensione ambientale. Le immagini che ripetiamo costituiscono lo sfondo condiviso sul quale certi gesti appaiono pensabili e altri no, sul quale certe reazioni sembrano “comprensibili, anche se sbagliate” e altre semplicemente assurde. È la differenza tra appiccare un incendio e lasciare che per anni si accumuli materiale infiammabile: la seconda cosa non è la causa del fuoco, ma è ciò senza cui il fuoco non attecchirebbe. Prendersi cura del linguaggio vuol dire accorgersi di quale mondo, con quelle parole, continuiamo a rendere abitabile.

Scardinare l’automatismo

Mettere in discussione queste immagini cristallizzate significa riconoscere che il legame tra un’immagine e il campo d’azione che essa contiene è un automatismo, e che ogni automatismo, per definizione, è stato costruito. Si è prodotto nella storia, si è sedimentato per ripetizione e, proprio perché è storico, può essere storicamente smontato. Non c’è nulla di naturale nel raccontare l’amore come guerra e la persona amata come territorio. È una scelta collettiva antichissima, ereditata e continuamente rinnovata, che a forza di essere ripetuta ha finito per sembrare l’unica possibile. Ma non lo è mai stata. Scardinare quell’automatismo significa aprire lo spazio ad altre configurazioni. Se riusciamo a denaturalizzare l’amore-conquista, se torniamo a percepirlo come una metafora tra le tante, e non come la struttura stessa della cosa, allora tornano pensabili altre immagini, che c’erano già e che nella nostra cultura non sono mai del tutto scomparse. Per esempio l’amore come incontro, e non come presa, come ospitalità offerta a una presenza che resta altra da me, e non come occupazione di un territorio.

Immagini diverse rendono possibili azioni diverse e ne rendono altre semplicemente impensabili. L’obiettivo ultimo è rendere quel gesto impensabile, farlo uscire dall’orizzonte delle risposte disponibili, perché la grammatica che lo generava non è più la nostra. Non è magia o fantascienza, solo il codice che ci programma.

Newsletter

Segui gli aggiornamenti sul progetto Me-Ti!

Iscriviti