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Me-Ti

Sulla questione dei ruoli (1970)

Toni Cade Bambara

Traduciamo e diffondiamo un estratto del testo di Toni Cade Bambara “Sulla questione dei ruoli” (pubblicato originariamente in “Black Woman: An Anthology”, 1970, tratto da un saggio autobiografico, “The Scattered Sopranoes”, presentato come lezione al Seminario sulla Donna Nera del Livingston College nel dicembre 1969). La ragioni per le quali ci sembra importante rileggere questa analisi ancora attuale del rapporto tra generi, anche e soprattutto nei movimenti, sono essenzialmente due:

1) Sempre più si discute di uomini che si sentono “minacciati” dalla liberazione delle donne e dal possibile superamento dei ruoli tradizionali (la critica alle femministe come “misantrope”, la tendenza alla separazione e alla contrapposizione tra uomini cis, donne, comunità queer, la difficoltà a costruire un fronte comune). In questo testo si mette in evidenza come questa non sia solo una questione attuale, ma che attraversa da sempre i movimenti e le organizzazioni e, in senso più ampio, le classi popolari e i settori oppressi, nei quali la cosiddetta “guerra tra i sessi” è da sempre fomentata strumentalmente dall’alto al fine di contrapporre soggetti che sarebbero altrimenti naturalmente alleati per bisogni e condizioni di vita.

L’azione politica e militante è anche quell’attività capace di trasformarci e mettere radicalmente in discussione modelli che ci opprimono e limitano.

2) Nel testo emerge l’intreccio tra personale e politico (ne abbiamo scritto qui) e la necessità di abbandonare visioni che o prevedono solo l’obiettivo ultimo (la trasformazione totale della società), senza individuare i passaggi intermedi e tattici  – e peccando di astrazione e rischiando di essere inconcreti – o solo micro-battaglie (ultra-specifiche, locali, legate alla propria quotidianità spicciola), divenendo incapaci di connetterle con un orizzonte più complessivo. Riprendendo implicitamente lo slogan del BPP “Sopravvivere in attesa della Rivoluzione”, l’autrice sottolinea la necessità di rendere collettivamente la nostra vita presente degna e sostenibile, mentre prepariamo e lavoriamo alla trasformazione futura.

***

Negli ultimi anni mi è stato chiesto spesso di parlare del tema del “Ruolo della Donna Nera nella Rivoluzione”1. Invariabilmente, all’inizio mi ritrovo con la lingua un po’ legata, cercando di chiarire alcune delle difficoltà che ho già solo con il confrontarmi con il titolo. A quale donna Nera vi riferite? Ognuna di noi, dopotutto, possiede abilità e caratteristiche particolari che ci rendono adatte a compiti specifici nella lotta. Non sono del tutto sicura che concordiamo sul termine “rivoluzione”, altrimenti non avrei così tanta difficoltà con l’espressione “ruolo della donna”.

Credo di essermi sempre opposta alle definizioni stereotipate di “maschile” e “femminile”, non solo perché le ritenevo un mucchio di sciocchezze commerciali, ma piuttosto perché ho sempre trovato l’aut-aut implicito in queste definizioni antitetico a ciò che rappresento e a ciò che la rivoluzione di per sé rappresenta: ovvero la persona nella sua interezza. E sto iniziando a vedere, specialmente ultimamente, che le solite nozioni di differenziazione sessuale nei ruoli sono un ostacolo alla coscienza politica. Che il modo in cui quei termini sono generalmente definiti e utilizzati in questa parte del mondo è un intralcio al pieno sviluppo [dell’individuo]. Ed è un peccato, perché un rivoluzionario deve essere capace, sopra ogni cosa, di una totale autonomia.

Non so se esistano modelli validi nelle società pre-capitaliste e non bianche. Non so se posso fidarmi degli studi antropologici che tentano di mostrare e interpretare come operassero i sessi nelle cosiddette società primitive, o come venisse visto l’io. Perché gran parte del lavoro in cui mi imbatto è scritto da maschi bianchi del tutto immersi nella tradizione misogina e capitalista — il che significa che il materiale è sempre orientato a rafforzare il mito della superiorità maschile, dell’inferiorità femminile e della separazione e dell’antagonismo tra i sessi — oppure è scritto da donne che hanno i propri interessi da difendere, cosicché il materiale è sempre orientato a “provare” che la donna nelle cosiddette società primitive fosse dominante e bellicosa.

Quando sono lasciata ai miei mezzi — e non sono né un uomo, né una donna che desidera essere un uomo — tendo a non trovare assegnazioni di compiti particolarmente rigide basate sul sesso. Lo stile di vita pre-capitalista e non bianco sembra valga la pena di essere esaminato. Esso getta una luce sulla follia della “mascolinità” e della “femminilità”, anche se potrebbe non offrirci alcun modello utile in questo momento storico.

In generale, in una società capitalista ci si aspetta che l’uomo sia un procacciatore di beni, aggressivo, intransigente, pragmatico, forte e intelligente; e la donna una consumatrice di beni, schiva, graziosa, emotiva, intuitiva e attraente. La tendenza per secoli è stata quella di renderla un essere subordinato, una figura di sfondo; di considerarla una madre dedita al sacrificio, una moglie amorevole, una partner sessuale disponibile, un membro della famiglia passivo, riservato, fisicamente delicato, non troppo intelligente ma spesso subdolo e astuto, che esercita la professione di docente o al personale di segreteria. Una persona che ha bisogno di costante protezione e guida, poiché ha una natura emotiva che deve essere frenata. Una che non è capace di grandi decisioni economiche, politiche o sociali che vadano oltre la scelta di acquistare prodotti di marca o di sottomarca. Una persona che non è capace di seri contributi artistici o creativi se non gonfiarsi come Moby Dick e sfornare neonati urlanti. Una che rischia il tracollo mentale o almeno lo squilibrio emotivo o la “non-femminilità” qualora scegliesse una professione che la metta in competizione con gli uomini o fosse così pazza da costruirsi una vita come qualcosa di diverso dall’appendice di un uomo. Se dobbiamo credere agli sciamani di questa cultura — gli scrittori e i drammaturghi — la donna è o una vergine appetibile o una potenziale prostituta, ed è certamente nemica degli uomini.

Ora, noi tendiamo a sostenere che tutte queste siano un mucchio di stronzate dei bianchi. Ma sfortunatamente non siamo state immuni al condizionamento. Siamo altrettanto bloccate nei rigidi confini di questi ruoli socialmente costruiti e profondamente oppressivi. Perché se una donna è tosta, è una “rough mamma”, stronza petulante, una rompipalle, una virago. E se un uomo è minimamente sensibile, tenero, spirituale, è un fr*cio. E c’è una tendenza pericolosa osservabile in alcuni settori del Movimento: riprogrammare “Sapphire”2 affinché abbandoni i suoi modi “aggressivi” per aderire al ruolo di donna obbediente, silenziosa e passiva. Le viene assegnato un ruolo irreale di serva muta che dovrebbe neutralizzare la forte tensione che esiste tra l’uomo Nero e la donna Nera. Viene incoraggiata — nientemeno che in nome della Rivoluzione — a coltivare “virtù” che, se ci mettessimo a elencarle una dopo l’altra, suonerebbero come i tratti della personalità degli schiavi.

In altre parole, ci stiamo ancora colpendo a vicenda, forzando l’uno la natura dell’altro — a dispetto di esperienze sia personali che storiche che dovrebbero allertarci sull’orrore di una situazione in cui professiamo di lottare per la liberazione ma poi ci comportiamo in modo oppressivo. Parliamo di essere nel giusto ma ignoriamo il pericolo che metà della nostra popolazione guardi l’altra con tale condiscendenza e forse paura da trovare necessario “rivendicare la propria virilità” negando all’altra metà la propria dignità. Forse dovremmo abbandonare tutte le nozioni di virilità e femminilità e concentrarci sulla “Nerezza” (Blackhood).

Abbiamo molto, ahimè, contro cui lavorare. Il compito di decostruzione è sbalorditivo. Forse ci vuole meno fegato a imbracciare il fucile che ad affrontare il compito di creare una nuova identità, un sé, forse un sé androgino, attraverso l’impegno nella lotta.

L’argomento utilizzato è che l’uomo è il capofamiglia e il soggetto, la donna è invece l’aiutante e l’oggetto perché tale è la natura dei sessi, perché è così che è sempre stato, e così e basta. Eppure, le mie letture sull’Africa, l’Asia, i Mari del Sud e l’America (prima che arrivasse l’uomo bianco) — sporadiche quando va bene, approssimative quando va male — mi dicono che le culture hanno concepito i concetti di uomo/donna in una varietà di modi, che la “natura umana” è in realtà piuttosto malleabile. E sono convinta, almeno per quanto riguarda le mie letture delle società africane, che prima dell’ossessione europea per la proprietà come base dell’organizzazione sociale, e prima dell’introduzione del Cristianesimo, una religione carica di ansia da prestazione maschile e disprezzo delle donne, le comunità fossero egualitarie e cooperative. La donna non era né subordinata né dominante, ma partecipava alle decisioni e ai privilegi, aveva libertà, opportunità e dignità. E mentre sembra che lei avesse certi compiti da svolgere e lui doveri particolari da assolvere, non c’erano assegnazioni stabilite e fisse basate sul genere, nessuna separazione rigida e irrazionale basata su tabù sessuali. Lei spesso lo accompagnava nella caccia e indossava abiti da guerriero sul campo di battaglia, e lui partecipava frequentemente alla raccolta del cibo e all’educazione dei bambini.

Nulla indica che la donna africana — che gestiva il mercato, costruiva dighe, si impegnava nel commercio internazionale e nella diplomazia, sedeva sui troni, indossava l’armatura per dare battaglia agli invasori europei e ai capi corrotti coinvolti nella tratta degli schiavi, che veniva consultata da pari a pari negli affari di stato — stesse trasformando i suoi uomini in fr*ci, o che fosse vittima dell’invidia del pene, o altre sciocchezze del genere. Nulla indica che i Sioux, i Seminole, gli Irochesi, o altre nazioni native americane, si sentissero oppressi o minacciati dalle loro donne, che avevano libertà, privilegi e voce in capitolo nel governo degli affari comuni.

Vi è evidenza, tuttavia, che il bianco europeo fosse confuso e allarmato dal sistema egualitario di queste società e che fece di tutto per distruggerlo, creando una frattura tra uomini e donne. Possiamo solo immaginare i danni che farà la mentalità yankee sulle relazioni armoniose che si sono sviluppate tra gli uomini e le donne vietnamiti, uniti in una lotta comune per liberare il loro Paese. Certamente l’enorme corpus di poesie e lettere d’amore che provengono da quel paese rivela che gli uomini si congratulano con le loro donne che sparano con i fucili, partoriscono bambini, costruiscono ponti, tengono accesi i fuochi del villaggio, pianificano strategie e seppelliscono i morti. Così come è ovvio che le donne celebrano i loro uomini che scavano trappole, nutrono neonati e anziani, sconfiggono il nemico, scrivono poesie d’amore e simili.

Se c’è una questione cruciale per i Black Studies o i programmi del Terzo Mondo, è lo studio della presenza bianca come distruttiva e corruttrice. Pensiamo di sapere, sentiamo di essere stati sensibilizzati abbastanza a lungo da sapere davvero. Ma dovremmo davvero studiare questo tema con meticolosità. La comunità cooperativa sotto il sistema matriarcale fu distrutta quando il concetto di proprietà fu introdotto nella Madrepatria. La proprietà privata portò a divisioni di classe che posero fine alla società comunitaria. Per garantire la trasmissione della proprietà, fu adottata l’eredità patrilineare3. Per assicurare una chiara linea di discendenza, l’autonomia e la libertà della donna, specialmente sessuale, furono limitate attraverso la monogamia. La famiglia nucleare la isolò dalla società nel suo complesso e trasformò questa persona relegata in casa in una non-persona. Per far sì che tutto procedesse senza intoppi, all’uomo fu insegnato che era suo obbligo naturale mantenere la famiglia, alla donna che era suo obbligo naturale servire la famiglia4. Proprio come i nativi americani divennero il fardello dell’uomo bianco, la sua proprietà, così la donna divenne il fardello dell’uomo, la sua proprietà, e i figli divennero il fardello dei genitori.

Certamente questa è una ricapitolazione della storia piuttosto semplicistica, ma è sufficientemente solida per argomentare contro le tesi secondo cui “questa è la natura dei sessi” e “così è sempre stato”. Naturalmente, il Cristianesimo ha aiutato a rinforzare molte delle suddette condizioni patologiche. L’intera storia della Genesi non è che un esempio dell’odio e della diffidenza dell’uomo bianco verso la sua donna. Che Eva debba nascere dall’uomo — per giunta da una costola superflua — è tipico non solo del tentativo dell’uomo bianco di renderla “altro”, ma illustra anche la sua disarmonia con il naturale. Nel dramma della Caduta, lei interpreta la cattiva, la creatura vile che ha condannato tutti noi a vite peccaminose. Interpreta ancora quel ruolo film dopo film, istigando crimini, manipolando poveri sciocchi che non vogliono davvero rapinare e uccidere ma che sono impotenti contro le sue astuzie, proprio come lo era il povero Adamo. Il bagno di sangue genocida di secoli e secoli di caccia alle streghe getta luce sull’atteggiamento isterico che gli uomini bianchi hanno riguardo alle loro donne.

Sfortunatamente, ciò ha contaminato le relazioni tra uomini e donne in Africa e in esilio5. Proprio come le nozioni di Paradiso e Inferno, quelle di eletti e dannati, hanno rinforzato l’elitismo. E la nozione di santità attraverso il martirio, la sottomissione e l’abbraccio della morte ci ha allontanato tutti sempre di più dal nostro rapporto un tempo armonioso con il sé e la natura.

Tutto questo per dire cosa? Per dire che faremmo bene a reclamare i vecchi rapporti. Fortunatamente, resti del vecchio modo persistono nel continente. Ad esempio, mi è stato detto che in Camerun ogni donna in età adulta viene chiamata “Madre”. Questo è il modo di fare in una società comunitaria senza complessi sul concetto di “mio”. E un amico che ha vissuto lì per un po’ veniva preso in giro quotidianamente perché chiedeva: “Chi è tuo figlio? Chi è tua madre?”.

Siamo così confusi dai modelli occidentali che non sappiamo nemmeno come porre le domande giuste. Ma dobbiamo porle se vogliamo forgiare un senso autentico del sé, se vogliamo sviluppare relazioni armoniose gli uni con gli altri. Di cosa parliamo quando parliamo di rivoluzione se non di una società libera composta da individui completi? Non sto sostenendo la negazione della virilità o della femminilità, ma piuttosto uno spostamento delle priorità, un appello alla “Personalità” (Selfhood), alla “Nerezza”6. (…)

Ora, non ci vuole un’esperienza particolare per osservare che una delle caratteristiche più diffuse della nostra comunità è l’antagonismo tra i nostri uomini e le nostre donne. La madre, la figlia, la zia e la nonna tendono a schierarsi contro l’uomo e i suoi compagni della sala da biliardo, del bar o di ovunque. C’è un intero canone di barzellette volgari sul campo nemico; una serie di frasi che tendiamo tutti a imparare nelle cucine delle nostre nonne su puttane testarde e ne*ri inconcludenti. Mamma dice a Junior che suo padre era un buono a nulla e poi procede a educarlo per essere proprio come suo padre, un abusatore di giovani ragazze, ma fedele, ovviamente, alla Mamma. (…)

Ultimamente si è sviluppato qualcosa di più sano. E si è sviluppato attraverso la Lotta. Eravamo soliti pensare, almeno dove sono cresciuta io, che il pappone e lo spacciatore fossero “Uomini” — vestiti eleganti, scattanti, spendaccioni, sfruttatori di donne, “maschi di lusso”. Pensavamo anche alla celebrità e all’intrattenitore come a degli “Uomini” — gioielli, camicie sgargianti, voce profonda, donne che pendono dalle loro labbra e che gli strappano i vestiti, dei bei maschi. Poi c’era l’atleta — stupido, brutale, giocattolo nelle mani dell’uomo bianco, ma slanciato e sexy, un maschio muscoloso.

Poi sono arrivati Malcolm X e Muhammad Ali e hanno cambiato tutto. Ora tendiamo a pensare a un “Uomo” in termini del suo impegno nella lotta.

Eravamo soliti pensare alle donne solo come attrici — carine, anonime, “sbiancate”, circondate dal glamour. O cantanti — tragiche, tormentate, misteriose, dalla vita breve. Ma ora i giovani guardano e imitano Nina Simone, Abbey Lincoln, Kathleen Cleaver, non perché siano splendide nel vecchio modo, ma perché sono belle in un nuovo modo Nero. Misuriamo la loro femminilità in termini della loro connessione alla Lotta.

Anni fa feci una cosa terribile. Curai la bozza di un saggio di un giovane studente maschio, “Riflessioni sulle Donne Nere”, in modo che tutti i riferimenti a maschi e femmine fossero cambiati in “noi” e “loro”. Dopo diversi mesi, lessi il saggio durante una delle nostre chiacchierate post-lezione davanti a una birra. E, puntualmente, tutti reagirono a frasi come “Non credo nel doppio standard, ma…” o “Stanno cercando di prendere il comando” e concordarono che fosse la solita merda razzista. In effetti, l’autore del pezzo originale fu ancora più violento degli altri nella sua condanna del bigottismo e dell’ipocrisia. Naturalmente, partì con una tirata sulla mia etica quando annunciai che il saggio, il suo saggio, originariamente non riguardava Bianchi e Neri, ma Uomini e Donne. Ma una volta diradato il fumo, restammo tutti seduti a parlare per ore, condividendo esperienze così dolorosamente private e storie così toccanti sulle lotte che ognuno di noi aveva dovuto combattere contro l’idea predefinita di cosa ci si aspetta da un ragazzo e cosa ci si aspetta da una ragazza che la frequenza in classe calò drasticamente e trovammo difficile guardarci in faccia per settimane.

Ma almeno il punto era stato chiarito: il razzismo e lo sciovinismo sono disumani. E un uomo non può avere idee politiche giuste ed essere contemporaneamente un maschilista.

(…) Sembra che ogni organizzazione possibile e immaginabile abbia dovuto, prima o dopo, confrontarsi con il fatto che, chissà perché, i quadri di partito donna mal tolleravano dover rispondere ai telefoni o preparare il caffè mentre gli uomini scrivevano i documenti programmatici e decidevano la linea politica.

Alcuni gruppi hanno avuto la condiscendenza di assegnare due o tre posti nell’ambito dell’esecutivo alle donne. Altri hanno incoraggiato le sorelle a formare un gruppo separato e a elaborare qualcosa che non spaccasse l’organizzazione. Altri sono diventati sgradevoli e altezzosi, costringendo le donne ad andarsene per organizzare spazi separati. Negli anni, le cose si sono in qualche modo stabilizzate. Ma non ho ancora sentito una singola analisi a mente fredda in merito da parte di qualsivoglia gruppo politico. Invariabilmente sento dire a qualche tizio che le donne Nere devono essere di supporto e pazienti affinché gli uomini Neri possano riconquistare la loro virilità. La nozione di femminilità, dicono – e ci riflettono e la affrontano solo se costretti – dipende dalla definizione maschile di virilità. Così la merda continua. Naturalmente ci sono molte donne disposte a camminare dieci passi indietro per dargli l’illusione di camminare dieci passi avanti. Io amo il mio uomo, e mi dispiacerebbe trattarlo con tale paternalismo. Ma forse è perché non devo farlo, dato che lui non è ossessionato dai suoi attributi. E mi chiedo se i tizi che continuano a urlare per le loro palle perse si rendano conto che probabilmente le hanno consegnate o a Mr. Charlie nel mercato, cercando di ottenere quell’Eldorado, o a Miss Anne a letto, cercando di sfogare qualche malata concezione di amore e libertà.

Mi sembra che si trovi il Sé distruggendo le illusioni, frantumando i miti, liberandoci del lavaggio del cervello dei bianchi, essendo responsabili verso una verità, verso la lotta. Ciò comporta, come minimo, andare oltre la facciata delle definizioni di “maschile” e “femminile” di questa società malata.

Frantz Fanon ne I dannati della terra dedicò molto spazio all’impatto che la lotta di liberazione algerina ebbe nel cambiare relazioni tradizionali e codici di comportamento socialmente definiti, liberando le persone da ruoli soffocanti, rendendole libere di forgiare un nuovo senso del sé. Il suo capitolo sulla famiglia algerina è di particolare importanza, poiché dimostra chiaramente sia la possibilità che la necessità di creare nuovi valori e nuove persone. Quando il figlio, ad esempio, assumeva una posizione rivoluzionaria, non poteva più attenersi alla consuetudine di considerare la parola di suo padre come legge. Non rifiutava il padre, lo convertiva. E il padre, per ristabilire un senso di autorità, si univa al figlio e invocava l’autorità del maquis o del leader della cellula rivoluzionaria.

La figlia, fino ad allora relegata a un’esistenza muta come minorenne nella casa del padre o minorenne nella casa del marito, trovava attraverso il coinvolgimento nella lotta una nuova disciplina, un mondo di responsabilità. Non era più semplicemente una voce in un contratto di matrimonio o in un affare commerciale, ma una rivoluzionaria dedita all’azione. E tendeva a vedere gli uomini in una nuova luce: non come benevoli protettori o tiranni, ma in relazione a quanto erano pronti a unirsi al FLN. La madre, per proteggere la sua famiglia, doveva essere coinvolta anche lei, spesso portando messaggi o inventando alibi o seguendo il proprio compagno in montagna con medicine e cibo. Trovava un nuovo senso di autonomia e dignità attraverso la responsabilità. I matrimoni non erano più accordi formali ma unioni liberamente scelte di individui legati a un futuro comune di libertà. La “famiglia” non era più un’unità nucleare socialmente istituita per perpetuare la specie o organizzare la sessualità, ma una parentela estesa di compagni di cellula e vicini legati nella realizzazione di un ideale di società liberata. (…)

Tenete i fucili puntati sul vero nemico. Gli uomini devono aprire la mente e sviluppare un’analisi solida che li metta in condizione di comprendere che quando le sorelle si prendono cura delle questioni che le riguardano e dei propri obiettivi non si stanno preparando a prenderli a calci. Si stanno preparando alla realtà. E le donne devono aprire la mente e sviluppare un’analisi solida per resistere alla tentazione di comprare la pace con il proprio uomo attraverso l’auto-sacrificio e la dissimulazione.

Il nostro compito riguardo ai “ruoli” è dunque quello di mettere da parte tutte le definizioni superficiali di mascolinità/femminilità (o rifiutarle del tutto se non vi preoccupa essere chiamati “neutri”) finché non emergeranno definizioni realistiche attraverso un impegno verso la “Nerezza”. Potrebbe essere una strada solitaria. Certamente dolorosa. Ci vorrà tempo. Abbiamo tempo. Questa è ovviamente un’affermazione impopolare di questi tempi. Il caffè istantaneo è il marchio di fabbrica della retorica attuale. Ma abbiamo tempo. Dobbiamo prenderci il tempo per forgiare sé rivoluzionari, vite rivoluzionarie, relazioni rivoluzionarie.

Le parole non vincono la guerra. Non convincono nemmeno la gente. Nemmeno la fretta, l’urgenza e l’insistenza del “tutto e subito”. Non tutta la velocità è movimento. Correre a ciclostilare un volantino contro i bianchi lasciando il proprio compagno o compagna a rimuginare non è rivoluzionario. Saltare su un aereo per andare a parlare alla “comunità” di qualcun altro mentre tuo figlio lotta da solo con il compito di scuola sul “Continente Nero” non è rivoluzionario. Starsene seduti a sparlare di ne*ri “non corretti” mentre tuo padre picchia tua madre non è rivoluzionario. Pianificare l’occupazione di un edificio quando sei in ritardo nella consegna della tua tesina e la tua borsa di studio è sotto revisione non è rivoluzionario. Parlare di muoversi contro la Mafia mentre tuo nipote scippa le vecchiette alla fermata della metropolitana non è rivoluzionario. Se la tua casa non è in ordine, tu non sei in ordine. È così tanto più facile essere “là fuori” che “proprio qui”. La rivoluzione non è là fuori. Non ancora. Ma è qui. Dovrebbe esserlo. E addurre quell’alibi del caffè istantaneo a dieci minuti dalla mezzanotte per giustificare rapporti frettolosi con il proprio compagno è una stronzata. Non esiste una cosa come un “guerrigliero istantaneo”.


  1. Su questo tema abbiamo tradotto un testo di Leela Yellesetty e la sua intervista alle attiviste e ricercatrici statunitensi nere Ashley Farmer, Mary Phillips, Robyn C. Spencer sul ruolo storico delle donne nel movimento di liberazione afroamericana e in particolare nel Black Panther: parte 1 e 2. ↩︎
  2. L’espressione rimanda allo stereotipo della Angry Black Woman (ABW) e deriva dal personaggio di Sapphire Stevens, una figura della popolarissima serie radiofonica (e poi televisiva) degli anni ’40 e ’50 intitolata Amos ‘n’ Andy. Nella serie, Sapphire è dipinta come una donna bisbetica che rimproverava il marito per la sua pigrizia. Questa rappresentazione ha rafforzato il pregiudizio presente nell’immaginario collettivo bianco statunitense secondo cui le donne afrodiscendenti sono intrinsecamente “arrabbiate” e prive di femminilità. Cfr. https://jimcrowmuseum.ferris.edu/antiblack/sapphire.htm ↩︎
  3. Su questo consigliamo il classico: F. Engels, L’origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato, consultabile qui, in part. Cap. II, La famiglia. ↩︎
  4. Sull’importanza della “de-naturalizzazione” dei ruoli rimandiamo a C. Guillaumin, per una panoramica sulla sua opera e sull’approccio del femminismo materialista al tema: AA. VV., Non si nasce donna. Percorsi, testi e contesti del femminismo materialista in Francia, Alegre 2013. ↩︎
  5. Il riferimento è alle persone afrodiscendenti tratte in schiavitù negli Stati Uniti, e non solo. ↩︎
  6. Noi diremmo alla “classe”, a un insieme più grande nel quale donne e uomini possano lottare alleati. ↩︎

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