Skip to content
Me-Ti

Sognare insieme. Per un patriottismo internazionalista

Houria Bouteldja

Traduzione della trascrizione dell’intervento della militante decoloniale franco-algerina Houria Bouteldja alla conferenza “L’alleanza delle torri e dei borghi, ci sto!” il 12 gennaio 2025 a Pantin (Parigi). 

Il titolo della conferenza si riferisce all’alleanza tra le classi sociali delle periferie urbane (abitanti delle torri delle banlieue) e di quelle delle province e aree interne (abitanti dei borghi), o, nel vocabolario di Bouteldja stessa, tra i “barbari” (gli indigeni figli del colonialismo e dell’immigrazione) e i “bifolchi” (i lavoratori bianchi impoveriti).

***

Cominciamo con una constatazione brutale.

In questo periodo, il sogno è di estrema destra. Solo l’estrema destra sogna. Solo l’estrema destra desidera. Solo l’estrema destra ha una libido.

La migliore delle sinistre, nella migliore delle ipotesi, è materialista. Il che non è un difetto di per sé, poiché in questo mondo distopico in cui la verità storica e il reale sono stati aboliti, l’analisi materialista è una condizione essenziale dell’azione politica. Ma questa sinistra, per quanto onesta possa essere, fatica a generare sogni, in particolare a causa dei limiti delle sue qualità: è solo materialista. Non tocca alcuna corda sensibile. Come già osservava lo psicoanalista comunista Wilhelm Reich nel periodo tra le due guerre, “il movimento socialista non difende l’affermazione della vita per quanto riguarda le masse lavoratrici, ma solo alcune rivendicazioni economiche essenziali”. Ma meglio di Reich, Otto Strasser (dell’ala “sociale” del partito nazista) diceva rivolgendosi ai comunisti: “Voi commettete l’errore fondamentale di negare l’anima e lo spirito, di deriderli e di non comprendere che sono proprio essi ad animare ogni cosa”.

Con questa sinistra materialista quindi, si può al massimo sognare di preservare le proprie conquiste, la pensione, i servizi pubblici o il proprio potere d’acquisto. Certo, esiste un’altra sinistra, più romantica ma minoritaria, quella che è internazionalista e comunista. Solo che il suo sogno è condiviso solo da una manciata di idealisti, tanto è utopicamente scollegata dalla realtà, tanto il comunismo ha storicamente deluso, tanto è stato snaturato da una parte, demonizzato e bollato come antiquato dall’altra, tanto non riesce a rispondere ai bisogni immediati, sia materiali che morali, delle classi popolari. In altre parole, se questa sinistra sogna, sogna da sola. Eppure il tema di questa tavola rotonda è “sognare insieme”, e aggiungerei “sognare in massa”. Di conseguenza, la domanda è la seguente: come competere con i sogni dell’estrema destra e come sognare con più passione a sinistra?

Ho avuto modo, in recenti dibattiti, di confrontarmi con questa questione. Una prima volta con Bernard Friot, una seconda con Frédéric Lordon. Entrambi mi hanno detto, e a ragione, che la proposta di una Frexit (uscita della Francia dall’Unione Europea e dall’Euro, ndt) decoloniale che avanzo nel libro Beaufs et Barbares (tradotto in italiano Maranza di tutto il mondo, unitevi!, ndt), per quanto necessaria, non è “entusiasmante”. Lo ammetto senza dubbio. È per questo che loro, Friot e Lordon, continuano a sognare in chiave comunista. Ma in verità, né questo progetto né i mezzi per realizzarlo sono più “entusiasmanti” della Frexit. Infatti, nella fase che attraversiamo, non si mobilitano le masse con l’idea di uno stipendio a vita. E, temo, nemmeno con la proposta comunista di Lordon su cui tornerò e che si basa su un presupposto con cui sono perfettamente d’accordo e che riassumo qui: al centro delle classi popolari bianche vi sono questioni di identificazione legate a questioni di sopravvivenza. Il razzismo, il nazionalismo e il maschilismo sono tutte soluzioni identificative di questo tipo quando tutte le altre sono state distrutte. Egli aggiunge – e anche su questo sono pienamente d’accordo – che occorre inventare soluzioni identificative sostitutive se si vuole andare verso un esito rivoluzionario, e in quanto tali, queste soluzioni devono essere di qualità e procurare lo stesso livello, se non un livello superiore, di soddisfazioni morali e psichiche rispetto al nazionalismo, al razzismo e al maschilismo. La sua proposta può essere riassunta come segue: ritornare al 1917, dove, secondo lui, sono state utilizzate tre risorse passionali per alimentare lo slancio rivoluzionario: 1/ la rabbia e l’odio, 2/ l’esperienza della potenza collettiva dei soviet e 3/ l’orizzonte positivo delle parole d’ordine “terra, pane, pace”. Propongo di esaminarle una per una.

1/ La rabbia e l’odio sono effettivamente affetti potenti e, secondo lui, bisognerebbe distoglierli dal loro bersaglio primario, i neri e gli arabi, per orientarli verso i ricchi. È ovviamente in questa direzione che bisogna andare, ma il punto dolente è che non si capisce bene per quale miracolo questa pulsione passionale, l’ostilità verso gli arabi e i neri, si rivolgerebbe spontaneamente contro i ricchi, dato il suo radicamento nella cultura popolare, che, vorrei ricordare qui, è legata alle condizioni materiali del contratto razziale. Come operare questa deviazione è ciò che Lordon non ci dice, poiché la coscienza triangolare dei “piccoli bianchi” (lavoratori francesi di ceto medio declassati dalla generale precarizzazione delle condizioni di vita e di lavoro, ndt), che detestano tanto la Francia “alta” quanto quella al di sotto di quella “bassa”, non si lascia teleguidare: è troppo consistente per sperare di spazzarla via a colpi di sermoni e prediche sul nemico principale che sarebbe la borghesia.

2/ Sperimentare i poteri collettivi: un tempo quelli dei soviet, oggi quelli delle rotatorie (il riferimento è alle occupazioni delle rotatorie da parte del movimento dei gilet gialli, ndt). Perché no? Ma questa sperimentazione, per quanto straordinaria e creativa possa essere stata, non può generalizzarsi né durare nel tempo, come si è potuto constatare. In altre parole, come sperimentare i poteri collettivi quando il mercato del lavoro è così frammentato, suddiviso, stratificato in un contesto in cui la classe operaia, molto più eterogenea e in competizione rispetto al 1917, non dispone più di luoghi come la fabbrica dove mobilitarsi e organizzarsi?

3/ L’orizzonte positivo dello slogan “terra, pace, pane”: Lordon non dice che occorre rivendicare proprio questi slogan, ma io, da parte mia, ritengo che rimangono validi. Solo che, per rivendicare la terra, occorre ancora una classe contadina potente o difendere ciò che ne resta, o addirittura immaginarle un futuro dignitoso. Ma essa è stata sacrificata dal neoliberismo e continua ad esserlo. Per rivendicare la pace occorre comunque sentirsi coinvolti dalla guerra. Solo che, per il momento, non siamo noi a morire in massa, ma i popoli che non contano e la cui terribile distruzione viene banalizzata. Rimane il pane. Si dà il caso che non siano necessariamente i più poveri a votare per l’estrema destra. E coloro che, essendo molto poveri, avrebbero tutte le ragioni per rivendicare il pane, sono piuttosto la frangia più rassegnata della popolazione, sia essa bianca o non bianca. Occorrono quindi altre parole d’ordine. Ma quali? Questo è il dilemma.

Pertanto, riprendere la proposta identitaria del primo comunismo: il “per sé” della condizione operaia è oggi un vicolo cieco. Come riprendere questa identificazione quando le condizioni sociali della cultura operaia sono state distrutte e la coscienza operaia si è progressivamente dissolta nell’individualismo, nella cultura liberale, nell’astensionismo o ancora nella deriva di destra e razzista?

Nonostante tutto, e bisogna riconoscerlo, tutte queste proposte sono giuste e degne di partecipare all’elaborazione di una politica rivoluzionaria, ma presentano un enorme difetto. Ciò che mi colpisce di questa soluzione è che non “sporcano”. Da queste proposte si esce puliti come quando vi si è entrati. In nessun momento si è messi in pericolo, mentre Lordon affermava, cito testualmente, “che non esiste proposta politica che aspiri a un qualche successo che non sia accompagnata da una forte proposta passionale e identificativa che si attacchi alle pulsioni negative”. Aggiungeva: “Quando si solleva il cofano e si guarda nella psiche delle persone, si vede solo schifo. La sinistra che si rifiuta di guardare a questo si condanna da sola”.

Ha mille volte ragione. Solo che comprendere lo sporco non significa ancora affrontarlo e tanto meno sporcarsi. Eppure, lo sporco, in questa proposta, viene aggirato. La proposta rimane di grande purezza. I “piccoli bianchi” sono razzisti? Non importa, offriamo loro la testa dei borghesi! Sono maschilisti? Reindirizziamo la loro rabbia contro i padroni! Sono nazionalisti? Offriamo loro le gioie del comunismo! Non voglio assolutamente fare qui un processo ingiusto a Lordon, con il quale ho molti punti di convergenza, poiché è stato uno dei primi e dei rari a sostenere l’uscita dall’Unione Europea e per questo ha subito attacchi in nome del sovranismo. Mi riferisco esclusivamente a questa proposta così come è stata formulata.

Da parte mia, penso che non si possa pretendere di aver compreso la materialità del bisogno di razzismo, di maschilismo o di nazionalismo senza almeno immergere un dito del piede nella palude di queste passioni tristi, così come non si può pretendere di diventare soggetti della storia insieme alle classi popolari così come sono senza condividere con loro una parte del brutto e senza imbruttirci un po’ anche noi stessi. La proposta integra e virtuosa, purtroppo, non esiste. Coloro che la sperano in un progetto di unione tra “bifolchi e barbari” sono destinati al fallimento fin dall’inizio. Qualsiasi progetto di trasformazione che coinvolga le masse popolari dei paesi del centro capitalista, fortemente coinvolte nello sfruttamento e nel saccheggio del mondo e con un forte interesse a difendere questo tenore di vita, è necessariamente un’impresa compromettente, pericolosa e rischiosa. Le forze politiche che si definiscono rivoluzionarie marceranno sempre sul filo del rasoio. Perché, io credo, dobbiamo pagare il prezzo di essere la frazione privilegiata e quindi corrotta del proletariato internazionale. È la natura stessa di questo proletariato e la tentazione di salvaguardare i propri interessi di classe garantiti dallo Stato-nazione, in tutta la sua ambiguità, che rendono arduo il compito e che faranno di noi dei funamboli.

Allora, che fare?

Se il comunismo nel 1917, l’Islam politico nel mondo arabo o la teologia della liberazione in America Latina – per citare solo questi tre esempi – hanno mobilitato i corpi e gli spiriti, è perché non si accontentavano di rimanere al livello degli uomini. Erano più grandi e, in un certo senso, costringevano ad alzare lo sguardo verso un’utopia, o verso Dio. Se cito questi esempi, è innanzitutto per sottolineare un’assenza, un vuoto, una mancanza di trascendenza. Perché sì, ci manca la trascendenza. Questa trascendenza non può più essere il comunismo per le ragioni già menzionate, non può più essere il cristianesimo perché Dio è stato cacciato dai cuori e dalle menti da un secolarismo sfrenato, questa trascendenza non può essere l’islam (e credetemi, me ne rammarico) perché è al tempo stesso una religione perseguitata ma soprattutto una religione minoritaria qui in Francia. Eppure, come sapete, dobbiamo sognare insieme. Dobbiamo quindi proiettarci verso una trascendenza collettiva e ampiamente riconosciuta. Mi affretto a dire che questa deve essere ragionevole – e insisto su “ragionevole” – poiché sono lo stato d’animo generale e il contesto a determinare il livello di esaltazione che deve animarci, ma il contesto è disincantato. Lo stato d’animo è di disillusione, di senso di fallimento. Siamo tutti, collettivamente, tornati con i piedi per terra. Abbiamo provato di tutto, sperimentato di tutto, ma nulla funziona. Nemmeno la semplice salvaguardia di quanto conquistato. La macronie (in riferimento al presidente francese Emmanuel Macron, ndt) ci priva ogni giorno del nostro potere collettivo e ci schernisce. Ecco perché anche l’idea di trascendenza va affrontata in modo ponderato, cioè adattata alle condizioni storiche, sociali e psicologiche del momento, ovvero quelle delle illusioni perdute. Il sogno che immagino non può che essere un compromesso tra i sogni troppo grandi delle avanguardie romantiche e i sogni troppo piccoli a favore del pensionamento a 60 anni.

Per riassumere, questa trascendenza deve essere in grado di mobilitare gli affetti profondi e duri e quindi con un forte potenziale identificativo; deve essere immediatamente comprensibile perché il fascismo è alle nostre porte, il che richiede l’utilizzo su larga scala di affetti comuni e immediatamente disponibili; non può assumere la forma di un’utopia avulsa dalla realtà, troppo generosa se così si può dire, che fantasticherebbe innanzitutto sulla felicità di tutta l’umanità, sulla fratellanza umana, senza rispondere ai bisogni materiali e morali delle classi popolari, la cui adesione di massa è una delle condizioni essenziali della trasformazione sociale. Questo vuol dire, e a rischio di urtare la sensibilità di alcuni, porre fine alla forma eterea della “rivoluzione permanente”, che è una forma astrattamente “cosmopolita” e universalista. Infine, deve compromettere la nostra virtù non perché la contaminazione sia un fine in sé, ma perché è un passaggio obbligato alla luce di quanto ho detto sopra. Noi, popoli del Nord, non siamo innocenti, che siamo bianchi o non bianchi. Facciamo parte del problema.

L’unica trascendenza che conosco e che riunisce tutte queste qualità è ben nota a tutti i presenti in questa sala. Ma molti la disprezzano perché a sinistra, e nel movimento decoloniale, per ragioni spesso nobili, è stata gettata via con l’acqua sporca. È quindi l’occasione per noi, me compresa, di fare autocritica e di combattere la battaglia contro noi stessi.

Questa trascendenza ha un nome. Si chiama Francia.

La Francia. Il nostro Paese. Il Paese in cui viviamo, in cui cresciamo i nostri figli, in cui proiettiamo il nostro futuro, al quale siamo più o meno legati, che a volte possiamo amare, a volte detestare, che ci plasma e che noi plasmiamo.

La Francia, che cos’è? Sfido chiunque in questa sala a darmi una definizione chiara e precisa di cosa sia. Si può definire uno Stato-nazione, si può definire la repubblica, ma la Francia? È già più complicato.

Perché la Francia è un’idea. Una semplice idea. E di un’idea si fa ciò che si vuole. In particolare, un divenire. Quello che qui voglio chiamare il “diventare Francia”.

Nel suo libro “La teoria del soggetto”, Alain Badiou esordisce con questa frase: “Amo il mio Paese, la Francia”. Più tardi, in un dibattito contro Alain Finkielkraut, con il quale afferma di condividere una sorta di malinconia nel proprio rapporto con la Francia, aggiunge: “È difficile trovare qualcuno più profondamente francese di me”. Ciò che è interessante in questa dichiarazione è innanzitutto il fatto che un comunista non pentito esprima il proprio amore per il proprio paese, poi che lo faccia in compagnia di un nemico che, da parte sua, in qualità di pretendente alla “bianchezza” (ricordo che Finkielkraut è ebreo e che, in quanto tale, è una vittima storica del nazionalismo europeo), ha sovrainvestito nell’idea di Francia, come fanno la maggior parte dei non bianchi, al punto da diventare nel corso del tempo una delle figure principali della reazione. Abbiamo quindi qui due figure: una fedele al progetto comunista e l’altra reazionaria, entrambe innamorate della Francia. Si tratta solo di una contraddizione apparente, poiché, come ho detto sopra, la Francia è innanzitutto un’idea. Ma è anche una storia. E di Francia ce ne sono almeno due. Quella della rivoluzione e quella della controrivoluzione, quella dei comunardi e quella di Versailles, quella della resistenza e quella dei collaborazionisti1, quella del movimento operaio che ha dato vita ai diritti sociali e politici e quella della borghesia che ha dato vita all’Unione Europea.

Ipotizzo qui che, se la sinistra è piuttosto l’erede della prima e la destra della seconda, il popolo bianco è invece una sintesi delle due Francia. È, nelle sue linee generali, patriota per ragioni molto buone e molto cattive. Sventola la bandiera per ragioni buone e cattive. Canta la Marsigliese per ragioni buone e cattive. In altre parole, le due Francia coesistono in lui. È quindi nel cuore di questa profonda contraddizione che va combattuta la battaglia. Il nostro obiettivo finale è che una delle due Francia prevalga sull’altra.

Come dicevo, bisogna imparare a sporcarsi le mani. È qui che si comincia. Il primo passo in questa direzione, se vogliamo camminare insieme ai “piccoli bianchi”, sarebbe quello di riappropriarci della Francia e, più precisamente, dell’idea di patria. È proprio con questo gesto che inizieremo non a sognare insieme, ma a essere insieme. Insisto sull’essere. Perché se le classi popolari sono legate alla patria, non è solo perché sono mosse da sentimenti primari e sciovinisti, ma anche perché la patria nella sua forma nazionale è un bene del popolo ed è, come sottolinea Poulantzas, un prodotto della lotta di classe. Anche gli affetti patriottici dei bianchi sono legati agli interessi di classe, come ci mostra il movimento dialettico della formazione nazionale. Il termine “patria” è polisemico. Sotto l’influenza della Rivoluzione francese (e poi di altri eventi fondanti come la Comune o il programma dalla Resistenza alla Liberazione), la percezione popolare della patria è innanzitutto legata all’affermazione di principi politici emancipatori, universali, estranei a qualsiasi idea di nazionalità o nazionalismo. In questo contesto, la patria è indissolubilmente legata alla sovranità e pertanto alla nazione.

Ma la nozione borghese di nazionalità dello Stato-nazione va ovviamente a contrastare questa concezione emancipatoria della nazione: il cittadino nazionale si definisce allora come il soggetto di diritto dello Stato, mentre lo straniero si definisce come non-cittadino e non appartenente alla comunità politica costituita in Stato. La nazionalità moderna non definisce quindi realmente l’appartenenza a una nazione, ma il legame con uno Stato. Come afferma Lochak, “il legame di nazionalità è diventato un legame unilaterale e non più contrattuale, di cui lo Stato è praticamente l’unico padrone”. È così che vengono progressivamente liquidati sia la volontà generale (all’origine della sovranità e della Nazione) sia il contratto sociale. Pertanto, la parola “patria”, che oscilla sempre tra la fratellanza universale da un lato e l’esclusione e il razzismo dall’altro, è tutt’altro che pura, ma anche tutt’altro che totalmente condannabile.

Se, nel suo aspetto positivo, la Patria-Nazione è innanzitutto la sovranità nazionale e popolare, diventa evidente che l’erosione dei servizi pubblici e del principio di uguaglianza e giustizia viene immediatamente percepita come una perdita di sovranità. È questo che spinge i diseredati, i veri nazionali, il corpo legittimo della nazione, i “piccoli bianchi” allo sciovinismo e quindi alla difesa del confine razziale che diventa poroso man mano che precipitano nella scala sociale. Il loro terrore è proprio quello di diventare indigeni. La loro salvezza è una versione esclusivista della patria.

Ecco perché, per ripristinare una visione non esclusivista della patria, occorre ripristinare lo Stato sociale e i servizi pubblici, ai quali le classi popolari bianche sono molto legate. Bisogna dimostrare che la giustizia sociale (che passa attraverso l’espropriazione del blocco borghese) è più vantaggiosa che raccogliere le briciole dei neri e degli arabi, dimostrare che la lotta di classe è più vantaggiosa del razzismo. Ma per questo occorre ripristinare la sovranità popolare. Il tema della sovranità nazionale, così come la definisce Gramsci, è oggi più che mai attuale. Ciò implica però una riforma intellettuale e morale. Implica anche costruire un legame sentimentale, affettivo e ideologico con le vittime del neoliberismo, e ciò può avvenire solo attraverso la mediazione del sentimento patriottico. È in quanto popolo-nazione che dobbiamo tornare a essere protagonisti della storia, poiché è a livello nazionale – il livello che mobilita gli affetti più potenti – che deve organizzarsi l’egemonia e, più precisamente, una volontà politica collettiva e nazionale, ciò che racchiude il concetto gramsciano di “nazional-popolare”. È in questo contesto che la Frexit assume tutta la sua dimensione strategica, poiché propone la riconquista della patria e quindi del bene comune e, di conseguenza, della sovranità popolare. E dove c’è riconquista della sovranità popolare, c’è un rapporto di forza. E dove c’è un rapporto di forza favorevole, c’è il potere, c’è l’esistenza politica, c’è la dignità ritrovata. Aggiungiamo qui che si presenta a noi un’opportunità storica che sarebbe sciocco non cogliere. L’estrema destra cosiddetta patriottica gode della fiducia delle classi dirigenti solo a condizione di sottomettersi all’europeismo e, di conseguenza, di tradire la nazione. Più darà garanzie, come ha già fatto Meloni, più avrà possibilità di accedere al potere. Tuttavia, le classi popolari bianche sono piuttosto antieuropee, come ha dimostrato il “No” al trattato costituzionale del 2005. È ora o mai più di dimostrare chi è veramente dalla parte del popolo e chi non lo è.

Ma io, che oggi vi parlo, dopo aver fatto questa passeggiata nell’universo rivoluzionario francese, non dimentico nemmeno per un istante chi sono, o meglio, cosa sono: un’indigena della Repubblica. Un soggetto coloniale. L’oggetto della discordia. La variabile di aggiustamento. Non dimentico l’altra Francia. Non dimentico che i “fachés pas fachos” (letteralmente “arrabbiato ma non fasciste”, gioco di parole che descrive i lavoratori francesi bianchi declassati e quindi arrabbiati, ma per questo non automaticamente fascisti, ndt) sono organicamente legati all’altra Francia. Non dimentico nemmeno per un istante il male che l’altra Francia ha seminato nel mondo; non dimentico il Codice Nero, il Codice dell’Indigenato; non dimentico i massacri di massa, lo sfruttamento e la spoliazione di massa; non dimentico la Françafrique, la Kanaky, l’abbandono di Mayotte, il sostegno ai genocidari israeliani. Insomma, non dimentico, come dice Aimé Césaire (poeta, intellettuale e militante anti-coloniale della Martinica, ndt) che la Francia è indifendibile. Non dimentico la constatazione di Césaire:

“Il fatto è che la cosiddetta civiltà ‘europea’, la civiltà ‘occidentale’, così come è stata plasmata da due secoli di regime borghese, è incapace di risolvere i due grandi problemi a cui la sua esistenza ha dato origine: il problema del proletariato e il problema coloniale; che, chiamata a rispondere davanti al tribunale della ‘ragione’ come davanti a quello della ‘coscienza’, quell’Europa è incapace di giustificarsi; e che, sempre più, si rifugia in un’ipocrisia tanto più odiosa in quanto ha sempre meno possibilità di ingannare.”

Solo che si dà il caso che anche gli indigeni abbiano bisogno di una patria. Del resto, il più delle volte, amano la Francia più di quanto lei ami loro. E queste manifestazioni d’amore, in realtà, sono numerose. E non sono rari quelli che sventolano la bandiera blu, bianca e rossa in occasione delle vittorie ai Mondiali, o durante le manifestazioni contro il razzismo, dove essa funge da alibi. “Guardate quanto siamo francesi”, proclamano. Perché gli indigeni sono privati di una patria. Hanno perso la loro e non ne hanno trovata nessuna. E se aspirano a questa adozione da parte della patria francese, è anche per questioni di sopravvivenza, protezione e sicurezza. Avere una patria è una delle dimensioni della dignità umana ed esserne privati è una ferita; altrimenti, come spiegare il rapporto nevrotico con la bandiera algerina?

I “bifolchi” e i “barbari”, che si trovano dalla stessa parte della barriera di classe ma sono separati dalla divisione razziale, condividono quindi lo stesso sogno. Gli uni rivendicano una patria che sfugge loro (a causa di ciò che chiamano “globalismo”) o che li tradisce (l’Unione Europea), gli altri rivendicano una patria che li esclude e li disprezza. Ma di fronte a ciascuna di queste manifestazioni di desiderio patriottico, le avanguardie politiche, siano esse di estrema sinistra o decoloniali, si tappano il naso. La sinistra perché vi vede solo sciovinismo, i decoloniali perché vi vedono solo integrazionismo. Sostengo tuttavia che le avanguardie che si tappano il naso nei momenti di esultanza popolare come le partite di calcio, o di fronte alle bandiere dei gilet gialli, o ancora alle manifestazioni come quella contro l’islamofobia del 2019 in cui gli indigeni hanno sventolato la bandiera blu-bianco-rossa, si trasformano con questo gesto in retroguardia. So che attribuirsi l’appellativo di avanguardia è malvisto in certi ambienti di sinistra. Ciononostante, mi assumo questo titolo senza falsa modestia. Perché credo nell’importanza e nella necessità di direzioni politiche che assumano questo ruolo di dare impulso, guidare, inquadrare, organizzare e tracciare linee strategiche fondate su una teoria, una pratica e una visione del mondo. D’altra parte, penso che se a volte siamo legittimati a pretendere di guidare le masse, in quanto avanguardia, siamo riluttanti a lasciarci guidare da esse. Eppure dobbiamo imparare a distinguere i momenti in cui dobbiamo guidare da quelli in cui dobbiamo lasciarci guidare. Turarsi il naso di fronte a certe manifestazioni di patriottismo o di fronte all’integrazione spontanea degli indigeni significa perdere di vista la finezza e la sottigliezza degli affetti popolari. Loro sanno benissimo perché hanno bisogno di quella bandiera, sanno benissimo cosa se ne aspettano. Sanno benissimo che la Francia è come l’oro, un bene rifugio. E a differenza di noi, sanno sognare in base alle loro possibilità. E se la Francia incarna il loro sogno, è perché la Francia è alla loro portata. Né troppo grande né troppo piccola.

Eppure, nonostante tutto ciò che ho appena detto, non mi fido né degli indigeni né dei “piccoli bianchi”. Perché so che non posso lasciarmi trascinare dalla deriva nazionalista e integrazionista. Perché in fondo so di avere ragione a non essere né nazionalista né integrazionista. So che loro sanno qualcosa, e so anche che io so qualcosa. So che la soluzione “patriottica” non può bastare a se stessa. L’indigena decoloniale che sono si sentirebbe a disagio. Ma più che a disagio, si sentirebbe incompleta, limitata nel suo essere. Ma peggio ancora, si sentirebbe traditrice. Perché ci sono gli altri del grande Sud. Non gli altri come semplice alterità, ma gli altri come prolungamento della nostra umanità. Eppure questi altri, li maltrattiamo, li torturiamo. Se esiste un imperativo di diventare pragmatici, e quindi patrioti, tale imperativo non può costituire un fine a sé stesso. La difesa della patria-nazione sarà accettabile solo se accompagnata dalla fratellanza con i popoli oppressi. Pertanto, questo patriottismo sarà internazionalista o non sarà. È l’unico modo per sfuggire alla morsa dello Stato borghese, che qui voglio definire Stato razziale integrale. La comunione popolare e la comunione con i popoli oppressi dalle brame imperialiste passeranno necessariamente attraverso la rottura della collaborazione razziale, quindi attraverso la rottura del legame organico che unisce le classi popolari bianche allo Stato borghese e che unisce gli indigeni a quello stesso Stato borghese attraverso il miraggio integrazionista. Pertanto, il compito delle avanguardie politiche che avranno intrapreso la via della difesa della patria e che avranno riallacciato il dialogo con le classi popolari, imparando a parlare la lingua dei più umili, non deve in alcun caso cedere alla demagogia. Poiché gli affetti dei più umili sono tanto pericolosi quanto emancipatori. Occorre gestirli con grande prudenza. La nostra bussola internazionalista deve quindi rimanere intatta. Così come nel movimento decoloniale affermiamo “nessuna lotta di classe senza anti-imperialismo”, “nessun femminismo senza anti-imperialismo”, “nessuna Sesta Repubblica senza anti-imperialismo”, affermiamo ovviamente che non c’è patriottismo senza anti-imperialismo. E a chi dubitasse della possibile risoluzione di questo apparente antagonismo, rimando a quell’episodio della Rivoluzione francese in cui fu messa all’ordine del giorno la questione dell’abolizione della schiavitù. I coloni sostenevano l’idea che l’interesse nazionale dipendesse dalla produzione coloniale, a sua volta dipendente dal lavoro forzato e gratuito. La famosa frase di Robespierre: “Meglio che periscano le colonie piuttosto che un principio” è l’espressione di una razionalità. Se la rivoluzione sancisce dei principi, deve assumersene le conseguenze. È impossibile ridurre un uomo in schiavitù senza essere un criminale. Bisogna quindi assumersene le conseguenze, e se le conseguenze sono la rovina delle colonie, allora è la rovina delle colonie e basta. Ecco perché il voto sull’abolizione della schiavitù avvenne senza dibattito, il che era contrario alle consuetudini democratiche. Ma, come ricorda Badiou, i rivoluzionari ritenevano che sottoporre la questione del voto a dibattito significasse già minarne il valore. Ora, non si discute se un essere umano debba essere schiavo o meno. Si vota contro e basta. È così che l’abolizione della schiavitù è stata sancita senza dibattito, poiché discuterne era disonorevole. Questo gesto fondante, di un’estetica e di una bellezza sublimi, deve tornare a essere il gesto delle avanguardie politiche e deve estendersi alla coscienza collettiva. Non è del tutto un caso che, a differenza di molti paesi europei, abbiamo ancora una forte sinistra di rottura. Se non siamo completamente sconfitti, è perché esistono forti eredità storiche che alimentano il movimento sociale al di là di La France insoumise. Di fronte alla trascendenza, c’è l’immanenza della volontà popolare storica. Ma attenzione, il compito delle avanguardie non si ferma qui, deve anche proporre una visione della totalità, una spiegazione del mondo. Una visione che chiarisca i misteri della nostra impotenza collettiva, di cui le classi popolari hanno sete e che le spinge tra le braccia del confusionismo e del complottismo. Ecco perché a un fenomeno totale bisogna opporre una visione materialista della totalità.

Per concludere, vorrei richiamare la vostra attenzione sulle fondamenta di questa proposta di “patriottismo internazionalista”. Dicevo prima che il comunismo non faceva sognare. Certo. Ma non ho mai detto che bisognasse rinunciarvi. Farò persino una confessione. Penso che il comunismo sia l’unica e sola ancora di salvezza per l’umanità. Qualunque sia la sua veste. Innanzitutto perché è l’unica alternativa razionale alla barbarie capitalista, ma anche perché non abbiamo altra scelta di fronte all’imperativo ecologico e climatico. L’opzione comunista è l’unica opzione vitale. Lo dico senza la minima ambiguità. Ecco perché bisogna rendere omaggio a persone come Friot e Lordon che perseguono questo sogno, ecco perché non l’ho mai scartato. Se analizzate la proposta di patriottismo internazionalista, constaterete che il ritorno alla dimensione nazionale (Frexit decoloniale), la riconquista della sovranità nazionale-popolare, la lotta per l’egemonia di un blocco sociale accompagnata da un vero e proprio programma di rottura con il neoliberismo, unito a un internazionalismo nella sua forma anti-imperialista – ricordo che secondo Lenin l’imperialismo è lo stadio supremo del capitalismo e che, in quanto tale, essere anti-imperialisti significa essere automaticamente anticapitalisti – costituiscono una proposta risolutamente e implacabilmente comunista. La differenza tra un comunismo che si presenta a un popolo refrattario a volto scoperto e un comunismo dal volto patriottico è che il primo manca il bersaglio, mentre il secondo ha qualche possibilità di raggiungerlo. Ma questo comunismo dovrà essere il comunismo del suo tempo. Dovrà essere decoloniale. Non solo anti-imperialista. Potrà essere cristiano, potrà essere islamico, potrà essere curdo, palestinese, cinese, potrà persino essere regionalista. Perché per diventare una vera trascendenza, deve accogliere al suo interno la diversità umana, la diversità delle situazioni, la diversità culturale, ma anche tutti i bisogni dell’anima.

Come potete vedere, questo sogno che promettevo modesto e ragionevole è tutt’altro che ragionevole e modesto. È persino un po’ folle. Ma come sapete, beati i pazzi, perché lasciano passare la luce.


  1. La Resistenza non era solo una questione di lotta armata contro l’occupante, ma anche di riflessione su quale Francia costruire dopo la Liberazione (da qui il fatto che De Gaulle disprezzasse la resistenza interna della Francia – nella quale i comunisti hanno svolto un ruolo importante). Grégoire Madjarian scrive in particolare: “Ciò che è in gioco direttamente in Francia non è solo la liberazione del territorio, ma anche l’esistenza di un regime, la natura del potere politico e la direzione di tale potere. L’insurrezione dell’estate del 1944 non ha semplicemente un carattere nazionale: provoca il crollo dello ‘Stato francese’ ed è lo strumento di una presa di potere”. Da qui deriva il fatto che gli statunitensi nutrivano grande diffidenza nei confronti della Resistenza interna. Insomma: diverse concezioni della Francia si scontrano. In visita a Marsiglia alla Liberazione, dove i partigiani sfilavano a camicia aperta, trainando un veicolo tedesco su cui si trovavano ragazze in abito da sera (faceva caldo) che gridavano sventolando bandiere, De Gaulle avrebbe borbottato (secondo Lucie Aubrac) “Che farsa”. A Tolosa, la situazione rischiò di degenerare dopo che De Gaulle aveva apertamente disprezzato i partigiani. Del resto, è interessante notare che una delle prime richieste avanzate da De Gaulle agli alleati fu la fornitura di uniformi militari per distinguere i “regolari” dagli irregolari ed eliminare le forze armate a cui erano ostili. ↩︎

Newsletter

Segui gli aggiornamenti sul progetto Me-Ti!

Iscriviti