Skip to content
Me-Ti

The Boys: il momento in cui la realtà ha superato la parodia

Davide DDL

Guardando Donald Trump costruirsi una statua dorata o Erika Kirk entrare al funerale di suo marito come Triple H in Summerslam 2003, abbiamo tutti pensato più o meno la stessa cosa: “sembra una puntata di The Boys”. Il rapporto tra reale e rappresentazione, nei 7 anni in cui la serie è andata in onda, è diventato sempre più sottile man mano che il linguaggio politico diventava più performativo ed estremizzato, proprio per rendersi immune alla satira. Se la satira funziona tramite distanza, deformazione ed esasperazione e il reale incorpora già queste logiche, la parodia collassa nel reale e perde la sua forza.

In The Boys, la satira usa principalmente lo strumento della parodia. Uno strumento farsesco, che attraverso l’imitazione e l’iperbole mette in evidenza i tratti negativi di specifici personaggi e sistemi di potere, per criticarli in un contesto comico che aumenta la percezione delle sue ipocrisie. Un esempio perfetto è immaginare la logica sovranista di “prima gli italiani” che alle elezioni regionali diventa “prima i lombardi” a quelle comunali “prima i milanesi” e, per esasperazione, potrebbe arrivare serenamente a diventare una tarantella tra coinquilini al grido di “prima la cucina-salotto!”. Uno stile che esiste da sempre con nomi e forme diverse; ad Omero, per esempio è falsamente attribuita la Batracomiomachia, una parodia della Guerra di Troia in cui si scontrano topi e rane, con una trappola per topi (giuro!) al posto del Cavallo di legno. Più recentemente, nel 1940, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, Charlie Chaplin produce Il Dittatore: storia del tiranno Astolf Hynkel, Fiu della Tomalia, alleato di Bonito Napoloni che palleggia nell’ufficio con un planisfero, in quella scena che tutti conosciamo (ovviamente grazie a Blob su Rai 3 prima di Un Posto al Sole). La parodia come strumento della satira ha in ogni caso rivestito sempre un ruolo iconoclasta e anti-sistemico e mai strumentale al potere. Cosa che rischiamo avvenga se è lo stesso potere ad appropriarsi dello strumento per usarlo su sé stesso controllandone l’esecuzione, come nel profilo Truth dove Trump si ritrae in AI come un sovrano taumaturgo tra un chitamm*orto e l’altro al papa o qualcuno in Iran.

Tornando a The Boys, a differenza dell’opera letteraria originale di Garth Ennis, nell’adattamento di Eric Kripke è proprio il contesto a regalarci i migliori momenti comici, esaltando le logiche dei social media e della comunicazione contemporanea. Dai supereroi che si fanno woke per ordine del reparto marketing, all’herogasm che prende in giro i festini di Puff Daddy, fino a Homelander (minor spoiler) che prende Elon Musk e lo lancia nello spazio (godo) perché non gli servivano i soldi per la campagna elettorale, la sensazione è stata che man mano che sia andasse avanti, tutto questo perdesse potere.

Questo accade perché vengono a mancare i tre principi di questo tipo di racconto: non può più estremizzare, avendo appunto un punto di riferimento già grottesco, arriva “dopo” il reale, perdendo quella capacità di anticipare i grandi temi come fa da oltre 20 anni South Park e paradossalmente ⁠rischia di amplificare la visibilità del personaggio politico, invece di attaccarlo, come successe qui da noi con i remix di “Io Sono Giorgia” che rendendo ballabile un tormentone reazionario, gli permise l’accesso su un tappetto rosso nella cultura pop, normalizzandone per osmosi anche il contenuto.

Jean Baudrillard sostiene appunto che nella società contemporanea il reale viene sostituito da una continua produzione di simulazioni e performance. La politica, oggi, ha smesso di essere rappresentazione del potere e diventa invece intrattenimento. Se la parodia funziona esasperando il reale per mostrarne l’assurdità, in un contesto in cui il reale è già caricatura di sé stesso, la parodia non riesce più a superare l’oggetto in un sistema politico che volontariamente e coscientemente si prende in giro da solo per assorbire la critica e neutralizzarla. Tutto questo è reso ancora più facile dalla costante accelerazione di stimoli dei social media che ci hanno catapultati in un’era del comico che potremmo definire post-comicità, dove tutto è meta-narrativo e il contatto con il reale quasi non ha più alcuna importanza. The Boys è entrato subito nel mondo della meme culture, dove tutto deve necessariamente passare da un campo semantico ad altri di riferimento (Homelander con le guanciotte che sbuffa per esempio mi fa molto ridere) all’altro per generare una risata immaginaria (non “irl). 

The Boys, oltre ad averci divertito tra spappolamenti e cose che abbiamo sempre sognato di vedere come Antman che decide di diventare gigante proprio mentre è nel culo di qualcuno, ci lascia proprio con la necessità di riappropriarci e re-immaginare la satira in un tempo in cui i suoi strumenti principali sono stati strategicamente indeboliti dal potere. Il punto di partenza è proprio comprendere le nuove forme del potere, evitare di concentrare la propria critica su persone che a loro volta sono vittime (mi viene in mente il lavoro eccelso in Una Battaglia Dopo L’Altra sul personaggio fascistoide di Sean Penn, che da villain, è a sua volta un perdente) e sperimentare strumenti di scrittura come l’anti-joke che rovescia ulteriormente l’aspettativa, chiudendosi su una mesta e sincera descrizione fattuale della realtà. Una realtà, sempre più lontana dall’esperienza.

Newsletter

Segui gli aggiornamenti sul progetto Me-Ti!

Iscriviti