I fatti di Lione non ci confermano soltanto un clima politico e sociale particolarmente teso segnato da una crescente polarizzazione della società francese, uno spostamento del baricentro politico a destra (la categoria “estremo centro” descrive esattamente questa tendenza) e un sistema mediatico controllato da grandi proprietari sempre più capace di orientare l’opinione pubblica, ma pongono anche delle questioni sull’agire delle forze politiche di rottura con il sistema dominante in un contesto di forte instabilità politico-istituzionale.
La campagna politica e mediatica da cui è stata presa di mira La France Insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon dopo la morte del 23enne Quentin Deranque ci rivela una sorta di “strategia della tensione” che l’alleanza tra estrema destra, estremo centro e potere mediatico stanno applicando. Gli obiettivi sono chiari: da un lato creare una narrazione in cui LFI viene presentato come mandante dell’uccisione di Quentin in modo da criminalizzare e delegittimare la sua esistenza politica, dall’altro banalizzare sia l’appartenenza di Quentin a organizzazioni di estrema destra che le loro violenze ripetute e sistematiche.
Cosa è successo il 12 febbraio a Lione?
Giovedì 12 febbraio a Lione, città che negli ultimi anni è diventata il cuore pulsante di un’estrema destra sempre più strutturata in Francia, si è verificata quello che in francese si chiama étincelle, una scintilla, un episodio che ha fatto esplodere una situazione già tesa da tempo: a margine di un evento politico tenutosi all’università di scienze politiche in cui era stata invitata l’eurodeputata LFI Rima Hassan, un gruppo di fascisti mascherati e armati di bastoni e spray al peperoncino si è scontrato con un gruppo di antifascisti. In seguito allo scontro, un fascista 23enne è stato ricoverato in ospedale dove è morto dopo due giorni, il 14 febbraio.
Il contesto non nasce dal nulla. Neanche qualche mese fa, in un podcast il media francese Blast aveva fatto una radiografia dell’ascesa dell’estrema destra, ricostruendo episodi di violenza inedita nella terza città di Francia. Proprio di fronte a questa esclation, diversi anni fa era nato il gruppo antifascista Jeune Garde Antifascite, sciolto dal Minstero degli interni in seguito ad una indagine che aveva coinvolto anche l’organizzazione Urgence Palestine nel giugno del 2025, ovvero un gruppo che cercava di tenere testa all’ascesa del fascismo nella città.
Inoltre, come sta accadendo ormai sistematicamente negli eventi elettorali di LFI, dei collettivi di estrema destra intervengono per provocare, tra questi Nemesis (di cui abbiamo scritto nel nostro blog, anche di come si sta sviluppando in Italia) – un’associazione che si presenta in difesa dei diritti delle donne, ma che in realtà è collegata al partito di estrema destra Rassemblement National (RN) – ma anche Nous Vivrons. Proprio questo collettivo, nato all’indomani del 7 ottombre 2023 per “lottare contro l’antisemitismo” (sic!), si è infiltrato in un evento elettorale di LFI a Parigi a fine gennaio 2026 per contestare la candidata sindaca Sophie Chikirou.
Dopo queste ripetute contestazioni, era prevedibile che la presenza di Rima Hassan potesse attivare tensioni già presenti nella città. Infatti, secondo quanto ricostruito dal giornale Le Canard Enchainé, già nel pomeriggio un gruppo di militanti di estrema destra, di cui molti vicini al gruppo Nemesis, si aggirava non lontano dall’università di Lione in passamontagna, con guanti rinforzati e caschi pronti per colpire chi voleva partecipare alla conferenza con Hassan.
Poco dopo, una parte dei militanti antifascisti che era rimasta fuori dalla sala universitaria viene aggredita da una quindicina di militanti di estrema destra. Durante lo scontro parte di questi ultimi fugge, lasciando da sole tre persone, tra loro appunto il 23enne Quentin Deranque che morirà in seguito ai colpi subiti durante lo scontro.
Una singola narrazione politico-mediatica
Sin da subito, una sola narrazione viene ripetuta nei mass media: la persona uccisa era un giovane di 23 anni, studente di matematica, “profondamente cattolico e sensibile ai bisogni dei più deboli e che partecipava alla distribuzione di pasti ai senzatetto della città”. In questo modo viene descritto da un suo amico a BFMTV, in sintesi: un innocente che aveva attirato l’odio e la cieca violenza degli antifascisti.
Ma già il giorno dopo, il 15 febbraio, il racconto del “bravo ragazzo innocente” viene smontato: Quentin già da tempo militava in diversi gruppi di estrema destra, il 10 maggio 2025 a Parigi aveva partecipato alla marcia del Comitato del 9 maggio, gruppo fondato dalla giovanile dell’allora Front National oggi RN. Il 16 febbraio diverse immagini mostrano il gruppo di estrema destra lanciarsi contro gli antifascisti, con bastoni e spray, e non viceversa come era stato inizialmente detto.
Nelle stesse ore, l’attenzione si concentra inoltre su alcuni ex membri della Jeune Garde legati a Raphaël Arnault, deputato LFI e fondatore dell’organizzazione antifascista lionese. È soprattutto uno dei suoi assistenti a essere al centro della polemica politica, accusato di aver partecipato allo scontro in cui è stato coinvolto anche Quentin.
A gettare benzina sul fuoco è poi l’intera classe politica. A poche ora dalla conferma del decesso di Quentin, il ministro della Giustizia Gérald Darmanin ha dichiarato: “È l’ultra-sinistra ad averlo ucciso”. L’intento dietro alla lettura unilaterale dell’accaduto è ancora più netto nella dichiarazione del presidente di RN Jordan Bardella: “Esiste una continuità politica tra i collettivi dell’ultra-sinistra violenta e il mélenchonismo”. È questa, nella sostanza, l’interpretazione che attraversa gran parte dei media. La narrazione che emerge è quindi uno schema che si riproduce quasi automaticamente in un terreno politico e mediatico che ha interesse ad accoglierlo e a legittimarlo.
Uno schema, fondato sulla contrapposizione tra “buoni” e “cattivi”, che richiama modalità rese popolari negli ultimi anni nei discorsi del trumpismo: da una parte i presunti difensori dell’ordine come l’ICE, dall’altra i responsabili del disordine, gli antifascisti perfino definiti “organizzazione terroristica” negli Stati Uniti. In questa rappresentazione, i primi finiscono per coincidere persino con coloro che sono scesi in strada armati di passamontagna e spranghe, mentre i secondi vengono identificati negli antifascisti e, per estensione politica, in Francia in LFI.
L’utilizzo politico dei fatti del 12 febbraio
Di fronte a questa compatta e univoca reazione della classe politica francese, sorgono dei dubbi. Com’è possibile che, se un gruppo di estrema destra circola per le strade di una città, pronto a tendere un’imboscata proprio nel giorno in cui una figura pubblica interviene in una conferenza – per di più in un contesto già noto per la forte presenza dell’estrema destra – le forze di polizia sembrino non essere state informate o che non abbiano garantito quell’ordine pubblico di cui tanto si rivendica la centralità, assicurando la sicurezza di tutte e tutti? Come può un intero blocco politico, che per anni ha accusato LFI di antisemitismo, ignorare il fatto che gruppi apertamente di estrema destra e antisemiti sfilino nelle città per irrompere nelle iniziative all’università e aggredire persone identificate come antifasciste?
Ça va sans dire: nell’attuale polarizzazione della società francese e con la continua crescita di consenso sia popolare che elettorale di LFI1, esiste un interesse comune tra estrema destra ed estremo centro per indebolire l’unica reale alternativa di sinistra. Tanti sono gli indizi per cui questa situazione non sia stata soltanto subita, ma anche prevista e addirittura attesa, soprattutto nel pieno della campagna per le elezioni municipali in corso e in vista di quelle presidenziali del 2027. In questo clima, ogni episodio diventa materiale utile alla delegittimazione dell’avversario politico.
Il “cordone sanitario contro LFI” – espressione usata in questi giorni da Bardella di RN – non si ferma all’estremo centro. Figure come François Ruffin (deputato uscito in polemica da LFI nel 2024) e Raphaël Glucksmann (Place publique, ex Partito socialista, forte oppositore di LFI) hanno insistito sulla denuncia dell’uso della violenza da parte di “una certa sinistra”, contribuendo a costruire una narrazione immediatamente polarizzata. Sulla stessa linea si è collocato anche Bruno Retailleau che ha dichiarato che “Quentin è morto perché difendeva delle giovani ragazze dagli iper-violenti”, chiedendo le dimissioni di Raphaël Arnault. Va ricordato: è stato proprio Retailleau, all’epoca ministro degli Interni, ad aver sciolto Jeune Garde.
Si assiste a un accumulo di violenza letto attraverso un’unica lente dominante, costruita da una narrazione mediatica univoca: nei principali spazi televisivi vengono invitati commentatori e figure che ripetono tutte e tutti la stessa narrazione, provenienti dall’area dell’estrema destra per raccontare e vittimizzare l’accaduto, come nel caso della portavoce di Nemesis Alice Cordier, presente, da venerdì 14 febbraio, su ogni rete televisiva a presentare Quentin come “vittima”.
Ne emerge un coro politico compatto, proveniente da attori che, allo stesso tempo, sostengono politiche di riarmo e hanno votato le recenti manovre di bilancio segnate da tagli alla sanità e all’istruzione e che, solo qualche giorno fa, avevano chiesto le dimissioni di Francesca Albanese sulla base di false accuse.
Delle istituzioni profondamente razziste
Questi ultimi giorni hanno ancora una volta fatto emergere il carattere profondamente razzista delle istituzioni francesi. All’indomani della morte di Quentin, l’Assemblea Nazionale francese gli ha dedicato un minuto di silenzio, esattamente come era avvenuto dopo l’uccisione di Charlie Kirk negli USA qualche mese fa. Il problema non è il minuto di silenzio in sé, bensì il doppiopesismo: perché non è avvenuta la stessa cosa dopo la morte di Hacen Diarra all’interno di un commissariato del XX arrondissement di Parigi nella notte del 16 gennaio, esattamente un mese prima degli avvenimenti di Lione? Morte tra l’altro ripresa in un video, in cui si vede un agente colpire l’uomo durante lo stato di fermo. Di fronte a questo episodio, non vi è stata alcuna richiesta di minuto di silenzio né una tale mobilitazione mediatica.
La lista dei casi del tutto assenti dal dibattito pubblico è infinita, ma ne vogliamo ricordare alcuni. Hichem Miraoui, tassista tunisino di 45 anni ucciso nel maggio del 2025 dal vicino di casa, un appassionato di armi che aveva diffuso in precedenza video nei quali incitava a sparare contro la popolazione maghrebina. Nessuna parola dallo Stato francese neanche sull’omicidio di Djamel Bendjaballah, assistente sociale di nazionalità algerina, ucciso a Dunkerque nel 2024 davanti agli occhi della moglie da un militante dell’estrema destra o su quello dell’ex rugbista argentino Federico Martin Ambara, assassinato nel 2022 da due militanti legati al gruppo di estrema destra GUD.
Solo negli ultimi 4 anni, sono 12 le persone uccise per mano di esponenti dell’estrema destra. Le statistiche confermano infatti che la stragrande maggioranza delle violenze politiche provengono dall’estrema destra e che il 70% di queste rimane totalmente impunito, come rivela una ricerca della rivista Rue 89 per i casi di Lione. Come diceva Franz Fanon ne I Dannati della terra, il mondo coloniale è diviso in due, un mondo e una narrazione che stabiliscono chi è umano e chi non lo è.
L’alternativa che fa traballare il sistema
Quello di giovedì sera è stato, in effetti, il pretesto per diffondere paura. Mercoledì 18 febbraio, un allarme bomba accompagnato da minacce esplicite e inquietanti ha portato allo sgombero temporaneo della sede parigina di LFI. Diverse sedi del movimento e dei candidati alle elezioni municipali sono state imbrattate con scritte di estrema destra. In LFI, le misure di sicurezza sono state aumentate e diversi eventi legati alla campagna elettorale sono stati annullati.
Allo stesso tempo, la reazione della sinistra radicale è stata forte e compatta: tante organizzazioni politiche hanno espresso solidarietà a LFI, capendo che gli attacchi che sta subendo il movimento di Mélenchon non si limiteranno ad un partito istituzionale e alle organizzazioni antifa, ma che mirano a tutta la sinistra radicale. Anche LFI, dopo un primo momento difficile, è passato all’offensiva. Il momento politico di Mélenchon il 17 febbraio è stato un vero momento politico e comunicativo, una possibilità per puntare il dito contro i veri responsabili della morte di Quentin – coloro che gli hanno riempito la testa di idee violente e sbagliate –, riportare l’attenzione sui veri problemi sociali e internazionali e ricompattare i suoi verso le prossime scadenze politiche.
La morte di Quentin sta mostrando il vero volto del sistema: il fascismo serve a questa classe politica, è la loro carta preziosa. Quando le classi popolari si uniscono contro la chiusura delle scuole, degli ospedali, per difendere le pensioni e diventano troppo presenti all’interno della società, l’estrema destra serve per garantire alla borghesia i suoi bisogni e lo Stato accetta il fascismo per il mantenimento degli equilibri della classi dominanti, come nei momenti peggiori della storia. Questo spiega la campagna d’odio a reti unificate contro LFI che rappresenta l’unica forza politica di rottura, l’unica con una visione alternativa di società.
Se i primi giorni hanno portato con sé perplessità, questa scintilla – che ha rivelato tante storture e ha mostrato le forme più orribili del sistema – potrebbe trasformarsi ora in uno slancio, una nuova energia, l’inizio di un’offensiva collettiva contro il capitalismo e l’estrema destra.
- Ricordiamo che alle ultime elezioni presidenziali il candidato LFI Mélenchon aveva raccolto oltre 7,7 milioni di voti, cioè quasi il 22%, e alle ultime legislative del 2024, il Nuovo Fronte Popolare aveva preso quasi 9 milioni di voti, cioè oltre il 28%. ↩︎



