Il dibattito sul socialismo a Cuba si intensifica dopo 176 misure economiche che riaprono interrogativi sul modello, sul mercato e sul futuro della Rivoluzione. Traduciamo un testo di Michel E. Torres Corona pubblicato su Alma Plus TV. Michel è responsabile del gruppo editoriale cubano Nuevo Milenio e conduttore di ConFilo, un programma televisivo che vuole smascherare la manipolazione mediatica. In questo testo, Michel analizza il carattere delle misure economiche approvate dal governo cubano a metà giugno 2026, senza cadere in cieche idealizzazioni, bensì riflettendo criticamente sul senso economico e politico profondo di tali misure.
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Il socialismo non è un modo di produzione, è uno stadio storico di transizione.
La rapida approvazione a Cuba di 176 misure che trasformano radicalmente il modello economico del Paese è stata accolta con beneplacito da molti che da anni difendevano la necessità di una riforma (a volte così, in astratto), ma in altri ha anche suscitato polemiche, incomprensione, stupore e – come negarlo? – delusione.
L’iter di approvazione, di insolita celerità, si è svolto nel modo seguente: venerdì 12 giugno ci siamo svegliati con un inaspettato incontro con la stampa nazionale del presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel, in cui annunciava misure e cambiamenti che tutti (Tiri e Troiani indistintamente) intuivamo sarebbero stati di maggiore liberalizzazione, ma nessuno – tranne chi era molto coinvolto nel processo – avrebbe immaginato la loro portata e profondità. Meno di una settimana dopo si riuniva il Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba (PCC), il 17 giugno, mercoledì, e si dava il proprio avallo politico-partitico alle “trasformazioni”, si trasmettevano in televisione alcuni discorsi di membri del Comitato Centrale (tra cui un intervento di Díaz-Canel, che è anche Primo Segretario del PCC), però non si pubblicavano i testi di nessuna delle misure.
L’ultimo colpo di legittimità formale sarebbe stata una sessione straordinaria dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare (ANPP), secondo la Costituzione vigente il massimo organo dello Stato in quanto rappresenta il popolo nel suo insieme. Manuel Marrero, primo ministro e capo del governo cubano, ha letto e illustrato ai deputati riuniti, una dopo l’altra, le 176 misure, con la partecipazione di gran parte di essi in videoconferenza e la trasmissione in diretta in televisione, la radio e sui social media.
E nel corso di un pomeriggio di lavoro – con la lettura e la presentazione, prima del dibattito, di una lettera di sostegno alle misure firmata dal Generale dell’Esercito Raúl Castro – si è votato a favore (e all’unanimità) del “giro copernicano” della politica economica di Cuba.
Il discorso ufficiale è stato quello di affermare che queste misure non vengono adottate per pressione degli Stati Uniti (o a causa dell’assedio asfissiante che l’amministrazione dell’imperatore di turno, il signor Donald Trump, ha inasprito), ma che sono il frutto di una decisione a cui in ogni modo dovevamo giungere. È stata citata – come uno slogan, senza la dovuta contestualizzazione o la necessaria analisi critica – la frase di Fidel: “La rivoluzione è cambiare tutto quello che deve essere cambiato”; e ci si è anche serviti del Martí, che avrebbe detto: “Nel comune della natura umana si necessita di essere prosperi per essere buoni”.
Ed è stato rispolverato anche il Lenin della Nuova Politica Economica (NEP), che guidò un processo riformista, di apertura al mercato, nella Russia bolscevica.
La frase letterale di Martí è la seguente: “Essere buoni è l’unico modo per essere felici. Essere colti è l’unico modo per essere liberi. Ma, nel comune della natura umana, si necessita essere prosperi per essere buoni”. Persone più sagge di me hanno già fatto riferimento alla decontestualizzazione di quel frammento della dottrina martiana.
Marlene Vázquez, ad esempio, parla di un “(…) riduzionismo pragmatico che ha poco o nulla a che vedere con l’altruismo martiano”. E aggiunge: “A Martí non interessava essere prospero in primo luogo. Capiva che l’essere umano avesse bisogni materiali che doveva soddisfare, com’è naturale, ma i suoi fini e obiettivi non erano quelli di un uomo comune; egli era al di sopra del materiale e molti dei suoi contemporanei hanno attestato la sua austerità e onestà”.
Luis Toledo Sande, dal canto suo, chiarisce che Martí: “(…) non confondeva strettamente la prosperità con la ricchezza materiale. (…) Avrebbe potuto diventare milionario, e invece legò davvero il proprio destino a quello dei poveri della terra: fu uno di loro, e così visse, anche – poiché era un esempio di onestà – quando gestiva i fondi raccolti per organizzare la guerra con cui emancipare la sua patria”.
Per quanto riguarda la frase di Fidel, molti anni fa Iroel Sánchez ci avvertì che veniva citata “(…) per difendere la generalizzazione del ‘libero mercato’, il ritiro dello Stato dalla maggior parte dell’economia e l’eliminazione di qualsiasi regolamentazione sulla concentrazione della proprietà”.
Iroel ci invitava a collocare il “momento storico” in cui fu pronunciata quella espressione: Fidel espose il suo Concetto di Rivoluzione il 1° maggio del 2000, agli inizi di quella che lui stesso definì “battaglia delle idee”, un processo che, secondo le parole di Fernando Martínez Heredia, costituì “un’offensiva che mirava a frenare le disuguaglianze e a rafforzare il socialismo”.
Né è prudente utilizzare Martí per puntellare una retorica pragmatica, né è accorto farsi scudo di Fidel per imbellettare da vittoria un retrocesso, tanto più che egli fu il primo critico delle “ritirate tattiche” che, come fece Lenin, i rivoluzionari devono assumere per garantire la sopravvivenza del processo storico che difendono come causa vitale.
Lì stanno i discorsi di entrambi i leader e la loro onesta ammissione che quelle misure erano “mali necessari” di fronte a determinate congiunture, sia la NEP che la riforma degli anni ’90 a Cuba. Tuttavia, Lenin avrebbe rivisto una volta e un’altra ancora l’applicazione di quella riforma, arrivando ad attaccare duramente i nuovi ricchi, i nepmen; e Fidel avrebbe iniziato il XXI secolo affermando che solo noi avremmo potuto distruggere la Rivoluzione, il socialismo.
Nel famoso discorso tenuto nell’Aula Magna dell’Università dell’Avana, il 17 novembre 2005, Fidel avrebbe anche detto: “L’impero sognava che a Cuba si aprissero molti più paladares [ristoranti privati, ndt], ma potrebbe darsi che non ne rimanga nemmeno uno; o cosa credono, che siamo diventati neoliberisti? Nessuno di noi è diventato neoliberista; ma gli andremo a dimostrare in modo inconfutabile le crisi delle loro teorie, così come gli abbiamo dimostrato il fallimento del loro blocco, delle loro aggressioni, delle loro destabilizzazioni”.
Tra le 176 misure spiccano alcune che, per il loro contenuto, difficilmente possono rafforzare la transizione socialista a Cuba. Parliamo, ad esempio, della banca privata, una porta aperta che consente ai capitalisti di strumentalizzare il proprio potere a Cuba con uno dei loro strumenti più efficaci. Abbiamo forse scelto di dimenticare il Lenin che definiva l’imperialismo come fusione del capitale industriale e quello bancario? O quel diritto di superficie che può estendersi fino a 99 anni (!), il che implicherebbe, di fatto, cedere una parte della terra cubana per un periodo che va oltre la vita di un’intera generazione.
In quale occasione le banche private hanno contribuito al benessere popolare o allo sviluppo di una nazione? La Banca Centrale di Cuba può controllare e regolamentare la nascita e lo sviluppo di questo settore così peculiare? Quali barriere giuridiche potranno essere implementate per impedire che il capitale finanziario internazionale detti il ritmo dell’Isola o affinché la terra di questo Paese non venga completamente alienata?
La misura annunciata relativa alla conversione di tutte le imprese statali socialiste in società per azioni risulta altrettanto preoccupante. Chi deciderà quali azioni si vendono? Quali imprese, in definitiva, continueranno a essere pubbliche? Perché non stiamo parlando di un’astrazione: se lo Stato non è proprietario del tessuto imprenditoriale che, per lettera della Costituzione, è il principale soggetto dell’economia cubana… non stiamo forse accettando lo “Stato minimo” che abbiamo avversato tanto per decenni? Quale potere reale avrà lo Stato sul destino della nazione?
Ci sono decisioni che, certamente, andavano prese. Il decentramento e l’erosione della mentalità burocratica erano imprescindibili, ma… stiamo forse smantellando il potere della burocrazia centralizzata a favore di una socializzazione delle potestà politiche, a favore dell’azione comunitaria? O stiamo semplicemente consegnando le strutture reali del potere sulla vita della società cubana a coloro che dispongono di maggiori risorse finanziarie?
Questi interrogativi e dubbi non sono frutto della meschina diffidenza che in passato avremmo potuto attribuire ai nemici della Rivoluzione. In un Paese in cui il progetto di Costituzione del 2019 è stato discusso in ogni quartiere e luogo di lavoro, dove il Codice della Famiglia è stato sottoposto a consultazione e a referendum, queste 176 misure invece sono state approvate senza dibattito popolare e senza che i cittadini (nemmeno i militanti del Partito) potessero segnalare elementi inopportuni o proporre modifiche.
Si parla della “variante tempo” e dell’urgenza di questa epoca, ma è a dir poco ingenuo pensare che a Cuba sarà legittimo un processo di trasformazione che non conti sul popolo… e in questo caso sì, si potrebbe citare e per esteso, in primo luogo, proprio Fidel.
La razionalità critica e rivoluzionaria, veramente democratica, è entrata in collisione con il logos tecnocratico: pochi “specialisti” hanno deciso cosa è meglio per il popolo senza tenerlo in conto. Premesse false che un tempo erano patrimonio esclusivo della controrivoluzione, come la tesi cretina del “blocco interno”, oggi vengono pubblicamente validate con la retorica che trasforma la preoccupazione per la disuguaglianza e l’ingiustizia in ostacoli al progresso. Sì, il bloqueo statunitense esiste, ma è stata una decisione del sistema politico cubano quella di non riformarsi per andare avanti: questo è stato affermato da rappresentanti del governo e dello Stato. Questo è stato applaudito.
Ed è proprio il bloqueo una variabile che, con motivo della trionfante riforma, sembrerebbe essere eluso. Il governo statunitense libererà dalla sua persecuzione finanziaria le banche private che facciano affari con Cuba o che vi stabiliscono la propria sede? Lo ha fatto in passato? In una situazione di crisi internazionale – come sottolinea l’economista uruguaiana Gabriela Cultelli –, saranno efficaci le misure volte a garantire agevolazioni e maggiore flessibilità a ogni tipo di investimento straniero? Ne varrà la pena, considerando tutto ciò che verrà sacrificato nella pratica?
Non stiamo parlando qui di un problema di fondamentalismo contro il mercato, che è un luogo comune nel discorso riformista. Nessuno nega che, in un mondo in cui prevalgono i rapporti monetario-mercantili, sia impossibile che Cuba diventi “un’oasi comunista”.
Il mercato esiste ed è una poderosa forza dentro e fuori l’ambito sociale e nazionale [si riferisce a una frase del concetto di Rivoluzione espresso da Fidel in un suo discorso del primo maggio del 2000, ndt], ma è una forza che la Rivoluzione – allungando la parafrasi a Fidel – deve sfidare; il mercato, come affermava un teorico che difficilmente può essere considerato stalinista, di nome Leon Trotsky, deve essere “disciplinato”.
Dal testo delle misure approvate si potrebbe dedurre che tale volontà di esercizio del potere esiste, ma la storia degli ultimi quindici anni è stata quella di uno Stato che ha contemplato impotente alla progressiva depauperazione delle proprie istituzioni e della propria capacità di incidere sull’economia, con l’impatto sul benessere popolare che ciò comporta (e ha comportato).
Il socialismo non è un modo di produzione, è uno stadio storico di transizione, una fase in cui il vecchio regime capitalista non è ancora morto (oggi ben lontano dal cimitero, per inciso), ma non è nemmeno ancora nato un modo di produzione o una formazione economico-sociale la cui natura sia radicalmente diversa; implica, la volontà di lasciarsi alle spalle il capitalismo e di avanzare verso un orizzonte in cui scompaiano lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, il feticismo del denaro, le autorità politiche e ogni forma di gerarchia che non derivi dal consenso sociale. In una parola: comunismo. Il socialismo non si costruisce: lo attraversiamo per giungere alla sua negazione.
In questo divenire, sono logici i passi indietro, gli errori, le incoerenze. Ma non si può né spacciare come un passo avanti un retrocesso, né mascherare come una fatalità un errore; né si può sventolare come bandiera l’incoerenza e considerare una vittoria ciò che ieri era considerato una sconfitta. E sì, noi comunisti abbiamo subito una sconfitta a Cuba: i riformisti hanno vinto questo round, si sono infiltrati nello spazio fisico dello Stato e, cosa ben peggiore, nella mente di coloro che in esso esercitano la loro autorità come rappresentanti del popolo o come funzionari.
Ma anche questo è connaturato al socialismo, a patto che sappiamo chiamare le cose con il loro nome e che il Partito, quell’avanguardia ideologica che non si limita ai suoi massimi dirigenti, sappia condurci oltre le concessioni che, come società, abbiamo fatto.
In una recente intervista con il giornalista Roberto Cavada, Miguel Díaz-Canel ha affermato che il Paese stava assumendo dei cambiamenti, ma sempre in favore di preservare il socialismo, ovvero ciò che comunemente si intende per Rivoluzione, vale a dire le sue conquiste. Ha parlato della sanità e dell’istruzione come di “cose sacre”, che rimarranno “universali e gratuite”, nonché della necessità di continuare a sostenere l’accesso di massa alla cultura e allo sport. Ha affermato che la riduzione dell’apparato statale avrà una ripercussione sulla diminuzione della spesa pubblica e la possibilità di finanziare altre priorità.
Díaz-Canel ha fatto riferimento anche alla creazione di un unico sistema imprenditoriale, un ecosistema in cui tutti gli attori economici operino in “condizioni simili”, come indica la Costituzione. E ha ribadito un concetto su cui si è posto l’accento nella sfera pubblica cubana, sia da parte delle autorità governative che degli entusiasti “civili” della riforma: la ricchezza che verrà creata sarà ridistribuita.
Lo spirito che traspare da queste dichiarazioni non suscita sospetti. Al contrario, tranquillizza e conforta. Ma l’esperienza storica, la pratica come criterio di verità, orbitano attorno a noi e agitano coloro che si dibattono tra la disciplina militante e la ribellione.
Può lo Stato cubano rompere con la tendenza degli ultimi anni e proteggere i “vulnerabili” nel mezzo della spirale inflazionistica che non si frenerà e che, in ogni caso, potrebbe addirittura accelerare a causa dell’attuazione della riforma? Può il governo invertire gli enormi tassi di evasione fiscale registrati negli ultimi anni affinché quella “ricchezza di pochi” possa essere socializzata? Può verificarsi a Cuba il miracolo, in controtendenza rispetto alla realtà internazionale, per cui i nuovi ricchi non cerchino (e riescano) a corrompere i funzionari che devono controllarli? Non cercheranno, ora che è stata realizzata la riforma economica, una riforma politica che li avvantaggi ancora di più?
In ogni caso, il percorso iniziato in questa calda estate sembra irreversibile. Il consenso politico, anche a livello popolare, non sosterrebbe una “controriforma”.
Tuttavia, nel breve termine queste trasformazioni non allevieranno le difficili condizioni in cui oggi sopravvive la maggioranza del popolo cubano, con blackout lunghissimi e carenza di generi alimentari, e ciò implica che la Rivoluzione e il socialismo affrontano un pericolo maggiore della riforma stessa: un’esplosione sociale che giustifichi un intervento militare statunitense. Il pericolo di un’invasione, anche se si registrasse un miglioramento che iniziasse a farsi sentire nel medio o lungo termine, non diminuisce.
Questa triste tranquillità ci accompagna, d’altra parte: non c’è stato alcun “patto tra élite”, non c’è stato alcun tradimento. La risposta del governo imperialista è stata quella di bollare come “segnali di fumo” le 176 misure e continuare ad approvare sanzioni contro aziende e individui che si associano alla “dittatura”. Loro (i Rubio e i Trump) nemmeno si accontentano delle riforme economiche, vogliono cambiamenti politici; vogliono umiliare i propri avversari, dimostrare senza ombra di dubbio la loro supremazia, la nostra sudditanza.
Finché non ci riusciranno, il bloqueo continuerà e resterà latente la minaccia di un’aggressione militare e, per una curiosa dialettica della politica, resterà vivo a Cuba il “fantasma del comunismo”, la possibilità del socialismo, la possibilità di un modello alternativo diverso da “ciò che è normale”, da ciò che “tutto il mondo fa”. Per questo, e nonostante le circostanze estremamente difficili, questa storia non è finita.
A Cuba è finito il socialismo? Ebbene no. Rimangono molti comunisti, all’interno delle istituzioni o ai loro margini, disposti a superare questa congiuntura che è una sfida in cui ci troviamo ad affrontare, allo stesso tempo, l’aggressività dei nostri nemici e quel “senso comune”, secondo Gramsci, che nega le utopie e i sogni di giustizia.
E se, in definitiva, la rotta è e sarà segnata dalle 176 controverse misure, la invertiremo con l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione – come anche in questo caso diceva il teorico italiano – per conquistare spazi di discussione, per fare del decentramento un processo di partecipazione e controllo popolare, per limitare i flagelli dell’ascesa liberale, per rendere l’esercizio del potere un atto democratico che rafforzi la sovranità del popolo e la giustizia sociale per la quale abbiamo sacrificato tanto, nel corso dei decenni, in diverse generazioni.
Il socialismo è conflitto e contesa di significati. Lo è sempre stato e lo è stato in modo particolare per noi sin dal trionfo della Rivoluzione. Chi può negare che oggi sia più vivo che mai? Non sarà facile… ma sarà.



