Ancora un morto in un quartiere popolare: domenica 19 luglio 2026, nel quartiere Pilastro di Bologna, Abderrahim Fakir, uomo di origini marocchine di 42 anni e in Italia da quando ne aveva 5, titolare di una piccola azienda di facchinaggio, è morto dopo un intervento della polizia. Secondo le ricostruzioni pubblicate nei quotidiani e il racconto di chi ha assistito alla tragedia, quel giorno Fakir era in evidente stato di agitazione, chiedeva aiuto a ripetizione, anche se non si capivano le ragioni.
L’intervento di una volante con due poliziotti avviene dopo la chiamata di un passante. Si aggiunge anche il 118 con 4 operatori sanitari. Il resto lo hanno rivelato le immagini: per fermare Fakir, i due poliziotti applicano un metodo di contenimento non adeguato alla situazione; prima utilizzano uno spray urticante, poi lo bloccano tenendogli i polsi dietro la schiena con le ginocchia e schiacciandogli la testa verso terra. Tutto ciò sotto la vigilanza – e il non intervento – degli operatori sanitari. Poco dopo viene constatato il decesso di Fakir.
Ancora una volta è la violenza di Stato a rivelare le cause strutturali della tragedia verificatasi domenica a Bologna. Le semplici spiegazioni che gli schieramenti politici ci hanno fornito in questi giorni sono ridicole e imbarazzanti: a destra, si ripete semplicemente la narrativa della “sicurezza”, della “libertà d’azione” per le forze dell’ordine e della “vera violenza”, che è quella esercitata “dalla sinistra” nelle manifestazioni che chiedono “verità e giustizia per Fakir”; a sinistra, invece, al di là dell’interrogazione parlamentare di Ilaria Cucchi, impressiona soprattutto il silenzio di PD e M5S e la superficialità delle richieste di AVS di “fare chiarezza” sull’accaduto.
L’uccisione di Fakir è l’ennesimo esempio di come le politiche autoritarie e di svuotamento delle istituzioni pubbliche vanno sempre più diffondendosi in Italia e in Europa. Andiamo con ordine.
1. La gestione del territorio. Le politiche urbane neoliberiste stanno intensificando la trasformazione radicale dei centri urbani. Proprio nel quartiere Pilastro a Bologna qualche mese fa si è prodotta una mobilitazione in difesa degli spazi verdi e sociali. Queste politiche si scontrano con i reali bisogni e con la composizione sociale del quartiere, che è storicamente operaia, migrante e popolare: nel Pilastro il reddito medio è nettamente inferiore a quello cittadino e nazionale (23.400 euro contro una media di oltre 30.000 euro a Bologna e 36.000 euro in Italia); inoltre, il quartiere conta una presenza di comunità straniere al di sopra della media cittadina e nazionale (oltre il 26% per il Pilastro, contro il 15% a Bologna e poco meno del 9% in Italia). Questa “intersezione di classe e razza” lo rende particolarmente vulnerabile alle politiche di controllo del territorio. Perché il DL “Caivano” del 2023 è solo la giuridificazione delle politiche di gestione sociale “securitarie”; queste vengono già praticate proprio nei territori come il Pilastro.
2. Questa gestione dei territori ha delle ripercussioni sull’operato delle forze di sicurezza. In un certo senso, la polizia si sente autorizzata dalle politiche dello Stato a utilizzare fino all’estremo, e anche oltre i limiti, l’autorità a lei attribuita. Il DL “sicurezza”, poi convertito in legge (aprile-giugno 2025), del governo di Giorgia Meloni ha inserito il cosiddetto “scudo penale” per “proteggere le forze dell’ordine”: chi commette un reato con “causa di giustificazione” non è più automaticamente indagato, cosa che, potenzialmente, allarga il raggio d’azione della polizia. Questa misura non è affatto limitata alla polizia – vedi il dibattito sulla “legittima difesa” – né si tratta di una particolarità italiana: ad inizio luglio, il parlamento francese ha introdotto la “presunzione di legittima difesa” per polizia e gendarmeria nazionale, misura fortemente voluta da Rassemblement national, partito di estrema destra francese. Queste riforme vanno intese come un tassello delle più generali politiche securitarie rivolte contro l’immigrazione e i movimenti sociali.
3. Le modalità in cui le istituzioni pubbliche intervengono. Il problema delle politiche autoritarie sta anche nel fatto che le istituzioni pubbliche da decenni ormai vengono svuotate economicamente e orientate quasi esclusivamente alla repressione. Questo ultimo caso di Bologna ne è un palese esempio: Fakir era in evidente stato di agitazione, non aveva alcun profilo di particolare pericolosità (per esempio: non era armato) e chiedeva ripetutamente aiuto. Si trattava quindi di un tipico intervento sanitario e non repressivo. La vera sicurezza è garantita quando le istituzioni dispongono di strumenti capaci di intervenire in modo adeguato di fronte alle sofferenze. Per far ciò servono investimenti (meno forze di polizia, più operatori sociali e sanitari), assunzioni nel pubblico e nel sociale e formazione professionale che risponde alle reali esigenze sociali delle classi popolari. Una vera politica trasformativa deve necessariamente integrare questa prospettiva.
Di fronte alle contraddizioni strutturali che la morte di Fakir ci svela, abbiamo un compito ben preciso: la ricomposizione politica e sociale dei “nostri”. Tale appello sembra tanto generale quanto banale, ma risponde alla materialità delle nostre condizioni sociali. Due giorni dopo i fatti di Bologna, il 21 luglio 2026, nella sezione “cronaca” del sito de Il Fatto Quotidiano, agli approfondimenti su Fakir si aggiungevano le seguenti notizie: “Latina, due operai morti in 24 ore”; “Braccianti obbligati a turni di 14 ore per 3 euro all’ora”; “Licenziato dopo un mese per non aver lavorato il sabato”. Negli stessi giorni in cui un lavoratore marocchino muore per mano dello Stato, altri lavoratori migranti e autoctoni continuano ad essere spremuti da un sistema economico che non guarda in faccia a nessuno, in alcuni casi anche fino alla morte.
La vera emergenza per i “nostri” sta quindi tutta qui: l’intensificazione dello sfruttamento, la gestione repressiva delle nostre vite, la divisione della classe (accentuata dall’antirazzismo morale della sinistra) e, nel contesto di una generale precarizzazione, la costruzione di un consenso politico basato sulla “compensazione identitaria”, attraverso la retorica della “pericolosità dell’altro” e della “remigrazione”.
Come già articolato in un nostro precedente contributo pubblicato dopo l’uccisione di Ramy Elgaml a Milano, la ricomposizione dell’artificiosa frattura tra lavoratori autoctoni e migranti è una condizione indispensabile nella lotta contro la svolta autoritaria dello Stato.



