L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran non è un episodio isolato. Va letto come un tassello della controffensiva imperialista che Washington sta portando avanti negli ultimi anni per ristabilire pienamente la propria egemonia globale. Per comprendere la fase attuale occorre però partire da più lontano.
Con la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la successiva dissoluzione del blocco socialista si è aperta per il capitale statunitense una fase nuova. La scomparsa di un antagonista sistemico ha creato le condizioni per una poderosa espansione del processo di accumulazione su scala mondiale. Ciò è avvenuto con un’accelerazione degli investimenti esteri delle multinazionali statunitensi (ma non solo) ossia con una esportazione massiccia di capitali. In quella che è ormai considerata la “terza fase della globalizzazione”, dopo quella imperialista di fine ‘800 e quella successiva alla Seconda Guerra Mondiale. La globalizzazione di fine ‘900 si è poi accompagnata a una crescente finanziarizzazione dell’economia, all’abbattimento delle barriere doganali e all’apertura di nuovi mercati, insieme alla rivoluzione tecnologica: tutto ciò ha prodotto una profonda ristrutturazione dell’economia globale.
All’interno di questo processo si sono sviluppate rapidamente diverse economie che fino a pochi anni prima erano considerate periferiche o “in via di sviluppo”. Tra queste, la Cina rappresenta il caso più rilevante. La crescita cinese è stata resa possibile da una combinazione di fattori. Da un lato vi sono caratteristiche oggettive: dimensioni continentali, enorme disponibilità di forza lavoro, accesso a risorse e un vasto mercato interno potenziale. Dall’altro lato vi sono fattori politici: lo sviluppo capitalistico è stato gestito in modo fortemente centralizzato e pianificato dal Partito Comunista Cinese.
Inizialmente, cioè a partire dagli anni ’80 e ’90 del ‘900, la Cina è stata soprattutto una destinazione privilegiata degli investimenti esteri delle multinazionali occidentali, attratte dalla possibilità di sfruttare condizioni di maggiore profittabilità grazie al basso costo del lavoro, in particolare nelle produzioni a basso valore aggiunto. Con il tempo, tuttavia, il paese ha compiuto un salto qualitativo. Ha costruito una propria base industriale autonoma, ha recuperato gran parte del divario tecnologico con i paesi occidentali, ha diversificato la struttura produttiva e ha sviluppato un grande mercato interno.
L’economia cinese, soprattutto dai primi anni 2000, è cambiata profondamente: non solo per il tipo di produzioni, oggi spesso tecnologicamente avanzate, ma anche per la proprietà delle imprese, sempre più spesso controllate da capitali nazionali. Questo sviluppo ha dato origine a una nuova grande potenza, estremamente assertiva sul piano internazionale, che si muove in modo autonomo nella ricerca di mercati, investimenti e materie prime e che presta grande attenzione alla costruzione di corridoi commerciali e infrastrutturali capaci di ridurre la dipendenza dal sistema dominato dagli Stati Uniti.
L’emersione di questo gigante economico ha avuto effetti anche su altri attori regionali, che hanno iniziato a immaginare la possibilità di mettere in discussione l’ordine mondiale unipolare affermatosi dopo la fine della guerra fredda. Ciò è apparso in modo ancora più evidente dopo la crisi finanziaria del 2008, quando diversi paesi hanno tentato di costruire margini di autonomia rispetto al dominio statunitense. In questo contesto si sono sviluppate iniziative di cooperazione economica e diplomatica che hanno alimentato il dibattito su un possibile “mondo multipolare”.
Nonostante questi sviluppi, gli Stati Uniti non hanno mai realmente perso la propria egemonia nei campi decisivi: quello finanziario, quello monetario, quello tecnologico e, soprattutto, quello militare. Tuttavia, l’ascesa della Cina e l’emergere di nuovi attori hanno eroso alcuni spazi di dominio e sottratto quote di mercato, mettendo potenzialmente in discussione la leadership globale statunitense. Questa dinamica è diventata ancora più rilevante con l’avvio di una nuova fase di rivoluzione tecnologica, legata in particolare allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e di nuove tecnologie capaci di produrre un ulteriore salto nella produttività. Mantenere il primato in questi settori significa assicurarsi il dominio economico e politico nei prossimi decenni.
È all’interno di questo quadro che va collocata la controffensiva dell’imperialismo statunitense, emersa con chiarezza negli ultimi anni e interpretata in modo particolarmente esplicito durante la seconda presidenza Trump. Questa controffensiva si è sviluppata su scala globale, intervenendo nei principali quadranti geopolitici. Il Medio Oriente rappresenta da sempre una regione strategica per il controllo delle risorse energetiche e delle principali rotte commerciali. Qui l’azione statunitense si è articolata lungo due direttrici.
La prima consiste nel disarticolare tutte le forze che storicamente hanno rappresentato un ostacolo all’egemonia statunitense nella regione. In questo quadro va letto il sostegno incondizionato all’azione di Israele contro il popolo palestinese. La Palestina ha rappresentato per decenni non solo una questione nazionale, ma anche uno dei principali simboli e punti di riferimento della resistenza all’imperialismo nell’area.
All’interno della stessa strategia si collocano le operazioni che hanno colpito negli anni Siria e Libano e, oggi, l’escalation contro l’Iran. L’Iran rappresenta infatti l’attore statale più rilevante tra quelli che hanno cercato di costruire un percorso di sviluppo relativamente autonomo nella regione. Le sue dimensioni demografiche, la sua capacità militare e il tentativo di sviluppare una maggiore indipendenza energetica – anche attraverso il programma nucleare – lo rendono un obiettivo centrale per la strategia statunitense. Per anni l’Iran è stato sottoposto a un durissimo regime di sanzioni economiche, che ha colpito soprattutto le condizioni di vita della popolazione. Oggi la pressione si manifesta anche attraverso attacchi militari diretti. L’obiettivo di lungo periodo resta quello di piegare il paese e ridurne drasticamente la capacità di agire come polo autonomo nella regione.
La seconda direttrice dell’azione statunitense riguarda il rafforzamento del controllo sulle petromonarchie del Golfo. Negli ultimi anni questi paesi avevano iniziato a sviluppare relazioni economiche sempre più strette con la Cina e altri attori emergenti e avevano persino avviato tentativi di riavvicinamento con l’Iran, come dimostrano gli accordi diplomatici mediati da Pechino tra Arabia Saudita e Teheran. La strategia statunitense punta invece a ricondurre questi attori entro un quadro di subordinazione più rigido. Non si tratta necessariamente di impedire i rapporti economici con la Cina, ma di garantirne il controllo politico e la compatibilità con gli interessi strategici di Washington.
Un capitolo importante di questa controffensiva si è sviluppato anche nel continente americano. Il Venezuela rappresenta da anni uno dei principali bersagli della pressione statunitense. Oltre a possedere alcune delle più grandi riserve petrolifere del mondo, il paese ha rappresentato per lungo tempo – con il processo bolivariano – un punto di riferimento simbolico per le aspirazioni di autonomia politica nell’America Latina, storicamente considerata dagli Stati Uniti come il proprio “giardino di casa”. Analogamente, Cuba continua a subire un durissimo regime di sanzioni e isolamento economico. Dal punto di vista strettamente strategico l’isola non rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti. Tuttavia il suo valore simbolico resta enorme: Cuba continua a incarnare la possibilità di una rottura con l’ordine imposto dall’imperialismo.
Un elemento particolarmente significativo di questa fase è rappresentato dalla reazione estremamente limitata della Cina di fronte a queste dinamiche. Nonostante le relazioni economiche e diplomatiche con paesi come Iran, Venezuela o Cuba e lo storico sostegno alla causa palestinese, Pechino ha mantenuto una postura estremamente prudente, limitandosi per lo più a dichiarazioni di principio. Questo comportamento riflette una realtà spesso sottovalutata: la priorità strategica della Cina è la propria crescita economica e la stabilità del proprio sviluppo. La solidarietà internazionalista o la difesa dell’autodeterminazione dei popoli non costituiscono l’asse centrale della sua politica estera. Anche la difesa del libero commercio contro ogni forma di barriera commerciale va letta in questa prospettiva. L’obiettivo principale è garantire l’accesso ai mercati globali per le proprie merci e per i propri capitali a prescindere da quelle che possono essere le conseguenze per le condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari degli altri paesi.
Di conseguenza, l’idea che l’ascesa della Cina possa automaticamente tradursi nella costruzione di un fronte anti-imperialista appare oggi sempre meno fondata. La controffensiva imperialista degli Stati Uniti non verrà automaticamente fermata dall’emergere di nuove potenze o da alleanze economiche come i BRICS, che restano soprattutto strumenti di cooperazione commerciale tra stati guidati da interessi nazionali spesso divergenti.
La possibilità di mettere realmente in discussione l’ordine imperialista dipenderà invece dalla capacità dei popoli di autodeterminarsi e dalla capacità delle classi popolari nei paesi imperialisti di sviluppare una lotta politica capace di colpire l’imperialismo dall’interno. È su questo terreno che si giocheranno gli equilibri del prossimo periodo storico.



