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Me-Ti

Le ultime elezioni in Brasile le ha vinte l’antifemminismo

Viola Carofalo

Mentre aspettiamo i risultati del ballottaggio del 25 ottobre, possiamo forse già dire chi sono le vincitrici delle elezioni in Brasile che si sono tenute lo scorso 4 ottobre, ovvero le nemiche del femminismo.

A Santa Catarina la quarantunenne Julia Zanatta è diventata la deputata federale più votata nella storia dello Stato, quintuplicando i voti del 2022, la sera delle lezioni festeggiava la sua vittoria brandendo una frusta che faceva schioccare sull’asfalto (se non ci credete c’è il video qui). Ana Campagnolo, che ha definito il femminismo una “perversione”, è risultata la persona più votata all’Assemblea dello Stato. A Rio de Janeiro il primo posto all’Assemblea è di Índia Armelau, che ha incentrato la sua campagna sulla battaglia per impedire alle donne trans di utilizzare i bagni femminili.

Infine, c’è la ventitreenne Eduarda Campopiano (nella foto di copertina) che, con i suoi quasi due milioni di voti è risultata la deputata più votata all’assemblea legislativa di San Paolo (la seconda in assoluto nella storia delle elezioni brasiliane). I punti forti della sua campagna elettorale sono il suo dichiarato antifemminismo, la criminalizzazione dell’aborto, l’idea che le donne debbano sì essere difese, ma non certo attraverso politiche di giustizia sociale ed educazione sessuale e affettiva, piuttosto attraverso la punizione e armi in pugno. La sera dopo il voto ha annunciato che la sua “guerra contro le femministe” è appena cominciata.

A contraddistinguere la campagna elettorale di Campopiano è stato certamente l’uso di una comunicazione social diretta e spregiudicata (di questo uso dei social abbiamo parlato anche a proposito del collettivo identitario femonazionalista Némésis). Le destre, come sottolinea Juliana Diniz, sembrano aver compreso meglio e utilizzato più efficacemente la logica delle piattaforme e il funzionamento dell’algoritmo. La provocazione genera engagement, l’engagement genera voti. L’antifemminismo non è così soltanto una sincera inclinazione politica e ideologica, ma per molte delle giovani candidate diviene soprattutto, questa la tesi di Diniz, parte di una solida strategia di comunicazione. In parole povere: l’antifemminismo funziona ed è per questo che viene evocato con tanta costanza e insistenza. Se è vera questa tesi allora dovremmo porci una domanda che ciclicamente ci facciamo, a sinistra, sull’uso dei social – e alla quale personalmente non so ancora dare risposta – ovvero, se sia giusto rispondere alle provocazioni delle destre amplificandone l’eco.

Come smontare la campagna antifemminista di Campopiano? Ci ha provato la giornalista Adriana Araújo. Ma le critiche che muove Araújo sono esattamente, temo, quelle di cui abbiamo meno bisogno. In premessa la giornalista, infatti, non ha mancato di sottolineare che non considera Campopiano una nemica (Dio mio, quando impareremo da loro?) e l’ha accusata di non ascoltare il dolore delle donne ma anzi di amplificarlo con le sue dichiarazioni, di parlare solo attraverso slogan come in un continuo scrolling su TikTok. Ma veramente il cuore del problema è che nessuno pensa alle donne sofferenti o che la campagna di queste politiche antifemministe sia troppo sloganistica? Probabilmente per non cedere a posizioni così moraliste, pietiste e elitarie è necessario fare uno sforzo in più e comprendere le ragioni di questa strategia e del suo successo alle urne.

Il risultato del primo turno delle elezioni brasiliane ci consegna una verità scomoda ma con la quale dovremmo ormai aver fatto i conti, cioè che rappresentanza femminile (secondo un calcolo di The Intercept Brasil, le sei parlamentari antifemministe del PL hanno raccolto insieme oltre 6,5 milioni di voti) non significa automaticamente un avanzamento per le donne. Anzi l’avere delle donne a destra in ruoli di potere è spesso il segno e, allo stesso tempo, il presupposto di un terribile arretramento per il femminismo, talvolta saccheggiato dei suoi temi e delle sue istanze, in altri casi (è proprio quello della campagna elettorale in Brasile) utilizzato come “negativo debole”: un falso avversario semplice da colpire e da attaccare che nasconde i veri problemi del paese e aiuta a raccogliere facili consensi parlando alla pancia degli elettori.

Che incarnino immagine della moglie tradizionale, della donna in carriera (grintosa e aggressiva, letteralmente con la frusta in mano) o  della giovane attivista, tutte queste esponenti politiche mostrano una semplice verità: non è il femminile in sé (e la sua possibilità di essere rappresentato) ad essere democratico e trasformativo, ma il suo intreccio con posizioni e tematiche razziali e soprattutto di classe.

Ne abbiamo parlato anche in Femminismi nemici:  esistono molti modi di interpretare il femminile, ed esiste un peculiare potere delle donne, in un’epoca nella quale incarnare una condizione, un vissuto è divenuto così centrale (rimandiamo su questo all’articolo di Chi Chi Shi), di distruggere le conquiste del passato e le condizioni che rendono possibile, nel presente, una vita degna per le altre donne. Esiste una agentività “nera”, mortifera, tipicamente autoritaria e neoliberale, che è quella di chi si presta, a partire dai propri vissuti, a distruggere le possibilità di esistenza di altri soggetti a vario titolo marginalizzati e oppressi (la battaglia sul divieto di accesso per le donne trans all’accesso ai bagni femminili e l’accanimento col quale viene condotta è l’esempio più semplice dell’impiego distruttivo di tale capacità di azione).

Non sarà il femminismo liberale né tanto meno la presa di parola femminile tout court a liberarci. Questo punto paradossalmente è stato assunto e sottolineato proprio in contesti, come quello sudamericano e brasiliano, nel quale oggi sembra invece avanzare un discorso sulle e delle donne di matrice diametralmente opposta.

Come è possibile allora che proprio a queste latitudini sia avvenuto un tale rovesciamento? Il dibattito sulle ragioni della centralità di tali temi nella campagna elettorale per le ultime elezioni in Brasile, e in generale per le destre – non fa eccezione su questo la destra italiana basti pensare alle recenti esternazioni di Vannacci sul tema del femminicidio – può essere inquadrato a partire dall’analisi di due posizioni, che non sono contrapposte, ma a mio avviso complementari. Una è quella della sociologa Jacqueline Pitanguy, figura storica del femminismo brasiliano che tra il 1986 e il 1989 ha presieduto il Consiglio nazionale dei diritti della donna. Pitanguy in un articolo di Brasil de Fato (7 ottobre 2026) sottolinea che dietro a questa centralità e al successo elettorale delle donne politiche della destra c’è una strategia consolidata, alle loro spalle ci sono movimenti religiosi e politici (non solo brasiliani ma che muovono nel quadro internazionale) che lavorano da anni per fare egemonia culturale sul tema del ritorno ai ruoli tradizionali. La sociologa sottolinea che, ma anche questo argomento pare fragile alla luce del successo delle femministe e antifemministe di destra (sulla complementarità delle due posizioni abbiamo detto sopra), se queste donne possono parlare in pubblico e ambire a cariche istituzionali e proprio grazie alle battaglie delle femministe del passato, sono delle ingrate a prendere allora le distanze dal femminismo. Vero, ma a chi importa?

Il punto è che forse le destre hanno saputo costruire negli anni e rendere non più di nicchia ma centrale una certa visione del femminile e delle donne al potere. Non si tratta allora soltanto di denunciare come il progetto delle destre rimetta indietro le lancette della storia e strumentalizzi – sia pur con il loro consenso – figure femminili per veicolare un’idea di subordinazione e forme di naturalizzazione del ruolo delle donne. Si tratta piuttosto di domandarsi, e qui arriviamo alla seconda posizione in campo, quella di Irina Frare, anche quali siano le responsabilità a sinistra di una tale appropriazione e slittamento. Frare, politologa e autrice del libro Política é para Todas, si associa all’analisi di Pitanguy sull’enorme lavoro di costruzione di una classe dirigente al femminile, anche attraverso figure come Michelle Bolsonaro e Damares Alves, che la destra ha fatto attorno a questi temi anche con il contributo di organizzazioni, partiti e movimenti religiosi e non, ma integra il discorso evidenziando le mancanze della sinistra. Una sinistra progressista che, in Brasile come in Italia, non riesce a dare risposte concrete alle domande di sostegno e protezione che le rivolgono alle donne, né fornisce soluzioni rispetto ai temi sociali della salute, della cura e dell’educazione dei figli, del diritto all’abitare, della sicurezza intesa a 360°. Le soluzioni della destra sono per un verso estremamente ideologiche, per l’altro del tutto inefficaci – si pensi in particolare alla prospettiva puramente punitiva attraverso cui viene letta la questione della violenza contro le donne – ma per il modo in cui vengono prospettate e per l’assenza di proposta dal fronte politico opposto appaiono realistiche e immediate.

All’inizio degli anni ‘90, nel suo Blacklash, Susan Faludi ha teorizzato quella che poi in seguito è apparsa come una sorta di profezia: l’idea che a ogni picco del movimento femminista corrisponda un movimento reazionario uguale e contrario. Così le antifemministe, le femministe ultraliberiste, le Tradwife, le donne delle istituzioni che propugnano soluzioni repressive sarebbero il rovescio delle attiviste e rivoluzionare che le hanno precedute. La denuncia della cancellazione della questione femminile, si capovolge nel discorso sul “ginofascismo di Stato”, la rivendicazioni di uguaglianza in quello sul presunto privilegio delle donne e sulla subalternità maschile. Forse l’unica via d’uscita da questo avvicendamento infinito nel discorso pubblico è quella di una politica delle alleanze che spezzi l’idea di un’alternanza di fasi in cui gli uomini che dominano le donne, sentendosi minacciati, immaginino (o fingano di credere) di esserne dominati e che ci renda capaci di guardare – oltre la strumentalizzazione del femminismo, oltre l’antifemminismo, il femminismo “nemico” e quello liberale – la concretezza dei bisogni che, pur nella differenza, ci legano.

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