Skip to content
Me-Ti

L’ora della resistenza: dall’ordine mondiale morto all’indipendenza definitiva

La Tizza

Pubblichiamo l’editoriale della rivista cubana online La Tizza. Dopo che l’amministrazione Trump nei giorni scorsi ha inasprito le misure unilaterali volte a mettere in ginocchio il popolo cubano e indurre quello che loro chiamano un “cambio di regime”, si pongono delle domande strategiche di fondo non solo per Cuba stessa, ma per tutte le forze progressiste dell’America Latina e i movimenti di solidarietà con Cuba a livello mondiale.

***

I.

Se c’è qualcosa di valido nel linguaggio di Donald Trump è la sua schiettezza. Non si nasconde dietro eufemismi né si dilunga in giri di parole diplomatici. La sua minaccia di inviare una portaerei a conquistare Cuba una volta terminato il lavoro in Iran non è un’iperbole elettorale, né un altro tassello del suo caotico stile negoziale, né uno scherzo di un improbabile dopocena imperiale. È la confessione testuale di una politica che non è mai stata altro che la preparazione del colpo finale.

Per decenni, ampi settori hanno anacronisticamente discusso di “riforme sì e riforme no”, di concessioni tattiche e gesti di buona volontà, della speranza di una negoziazione ragionevole e del calcolo di quanto cedere affinché la bestia placasse la sua retorica. Trump ha distrutto d’un colpo ogni fiducia in quel presunto scenario e ci aiuta – bisogna riconoscerlo – a togliere il velo da quell’assurda promessa. Tutti coloro che negli ultimi mesi hanno creduto con estrema ingenuità che fosse possibile uno scenario ragionevole di negoziazione, ne sono usciti spennati. A Trump non è mai interessato negoziare, solo guadagnare tempo. La crudezza del suo linguaggio ci ha risparmiato il lavoro di ermeneutica: non è più necessario leggere tra le righe, ora possiamo leggere la fiancata di una nave da guerra.

Meno tempo perdiamo a cercare di districare la dinamica folle dei suoi tira e molla, a tentare di mettere una parentesi tra la sua retorica e la nostra reale capacità di dialogo, o a discutere ossessivamente su cosa possiamo concedere per modificare la politica del nemico nei confronti di Cuba, meno tempo regaleremo a chi ha già deciso. L’unico scenario possibile e realistico oggi è prepararsi senza esitazioni e con assoluta responsabilità a una guerra asimmetrica integrale. 

Cuba ha compiuto ogni sforzo possibile per evitare la guerra, senza che il silenzio dei cannoni implichi affondare nel fango della vergogna.

II.

Ma la schiettezza del linguaggio imperiale rivela qualcosa di ancora più profondo e definitivo. Non è che il presidente in carica disprezzi l’ordine internazionale, è che quell’ordine che apparentemente garantiva condizioni di sicurezza minime a paesi e popoli, è morto. E alcuni si ostinano – anche all’interno delle nostre file – a valutare i segni di vita di un cadavere che, da tempo, sta marcendo.

Cuba è membro dei BRICS, firmataria della grande maggioranza degli accordi che la inseriscono nell’architettura globale delle Nazioni Unite, e da decenni dispiega aiuti umanitari altruisti al Sud del mondo che la rendono creditrice morale di qualsiasi ordine che pretenda definirsi civilizzato. Eppure, una portaerei che annuncia il volersi prendere L’Avana non provoca la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza, né sanzioni preventive, né tantomeno la minaccia credibile di un isolamento diplomatico multilaterale. Provoca silenzi. Provoca meschini calcoli di potenze che si credono al sicuro. Provoca, nel migliore dei casi, comunicati timidi che nessuno teme e che nessuno rispetterà.

Bisognerebbe andare oltre: ciò che Trump fa non è decretare la fine del sistema, ma smascherare la spudoratezza del suo reale funzionamento. Ciò che è morto non è il sistema, ma la precaria armonia tra le sue parti forti. Accanto alle vite sacrificabili di sempre, l’ormai nota potenza egemone ha sacrificato anche i gregari del sistema e quell’ossatura chiamata “ordine internazionale”: non vuole vedere intralciata la sua offensiva geopolitica contro concorrenti che non sono più esterni al capitalismo, ma emergono dal suo stesso quadro culturale, razionale e ideologico. Quando la concorrenza si poneva contro ciò che era percepito come “antisistemico” – anche se tale opposizione era più immaginaria che reale, come finì per accadere nel caso dell’URSS –, il sistema aveva bisogno di contrappesi, di equilibri, di uno sfondo per la sua egemonia. Oggi, quando la sfida si pone in termini apertamente inter-capitalisti e proviene da potenze che hanno minato il patto di Bretton Woods – grazie al quale Washington è emersa incontrastata urbi et orbi – , quell’ordine internazionale è diventato un ostacolo. All’ordine internazionale accade ciò che è accaduto al liberalismo classico: quando l’elasticità dello Stato ha smesso di essere utile per assorbire l’energia delle lotte e delle rivendicazioni popolari, il capitale ha generato il Consenso di Washington e la ricomposizione neoliberista delle dittature latinoamericane. La creatura sacrifica ora l’ossatura della sua stessa creazione, perché insufficiente.

Quindi, perdiamo meno tempo a invocare la reazione di un ordine ormai morto e impieghiamo tutte le forze possibili per costruirne uno nuovo a colpi di fucile. Un ordine in cui la garanzia di sicurezza non è un documento depositato a Ginevra, ma la certezza che ogni palmo di terra sarà difeso, e che tale difesa sarà il fatto fondante di una legalità internazionale insurrezionale, nata dai cannoni della dignità e non dagli atti notarili dell’impero o dalle deliranti barzellette settimanali di un pazzo. Ma non è la follia il tratto fondamentale di Trump, bensì un ordine capitalista che ha avuto bisogno di dotarsi di una struttura così delirante per sostenersi a tutti i costi e a qualsiasi prezzo.

III.

Che nessuno si aspetti, tuttavia, che un diciassettesimo Stato1 ci venga a salvare. L’amara realtà ha confermato che l’aiuto energetico russo è stato una finestra temporanea, concertata e negoziata in precedenza con lo stesso impero. Oggi non esiste un blocco geopolitico con la reale volontà e la capacità strutturale di disobbedire a Washington e di modificare l’architettura d’eccezione imposta a Cuba. Questo è il dato nudo e crudo della nostra solitudine tattica, e riconoscerlo non è disfattismo: è il primo atto volto a sviluppare una vera strategia.

Ma c’è un dato che gli Stati Uniti, Trump e il suo ristretto gruppo di fascisti al potere cercano di ignorare con l’arroganza di chi sa leggere solo chilotoni e testate nucleari: l’enorme lezione dell’Iran e dell’Asse della Resistenza, delle forze irachene mobilitate, degli yemeniti che hanno messo in ginocchio la logistica saudita, di Hezbollah che resiste ai persistenti attacchi delle truppe israeliane nel sud del Libano, persino nel bel mezzo di – evitiamo di ridere di fronte a tale drammaticità dei fatti – un “cessate il fuoco” che, come sempre, viene rispettato solo dalle vittime. Questi popoli non hanno portaerei, né un Consiglio di Sicurezza che li protegge, né un blocco geopolitico che li salva. Hanno un’ideologia. Un’autentica e genuina pedagogia della resistenza che l’impero non ha mai saputo decifrare.

L’imperialismo può capitalizzare colpi “chirurgici”, assassinare generali, distruggere infrastrutture e mettere in scena lo spettacolo della propria potenza aerea. Ma c’è una variabile che sfugge a tutti i suoi algoritmi: la resistenza di logoramento. La guerra asimmetrica prolungata dissangua le spese pubbliche, spezza il consenso interno, divora le maggioranze parlamentari e trasforma ogni vittoria tattica in una sconfitta politica. Certo, la resistenza è più costosa in termini di vite umane, ma è infinitamente più efficace politicamente che sottomettersi per conservare una vita che, senza sovranità, non è più vita o che ha solo minime garanzie di esserlo. Scegliere la resistenza non è un atto di eroismo suicida, è il calcolo razionale di chi ha capito che la vita sotto occupazione è una morte posticipata, e che l’unica valuta che l’impero rispetta è il costo inaccettabile che un popolo è disposto a infliggergli e ad assumersi. Non siamo arrivati a questo punto della storia grazie ai poeti; più e più volte, con la forza e con la violenza, ci hanno costretti a scrivere con il sangue per sognare e avere una patria, una bandiera, un popolo, “la terra, l’acqua, l’aria… il fuoco”.2

IV.

Il recente ordine esecutivo firmato da Trump è l’espressione concreta di questo nuovo stato delle cose. Non si tratta di un’ulteriore stretta del bloqueo: è la formalizzazione scritta di uno stato d’eccezione totale imposto contro Cuba. Qualsiasi gesto verso l’Isola, anche di solidarietà o umanitario, viene totalmente vietato dallo stesso ordine esecutivo.

Cercano di precipitare il collasso interno per asfissia, senza testimoni scomodi, senza cooperanti, senza cibo, senza medicine. È la guerra con altri mezzi, codificata nel linguaggio del decreto. 

Per giustificarla, l’impero mantiene un gioco permanente di doppia narrativa che deve essere smontata urgentemente e con precisione. Da un lato, “Cuba sta per cadere”, “Cuba è la prossima”, “Cuba è uno Stato fallito” che non richiede altro che una spinta finale. Dall’altro, Cuba è una “minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, al punto da dover inviare una portaerei. 

Allora, a che punto siamo? Se siamo una minaccia in grado di infliggere danni di tale portata, come mai siamo sul punto di cadere? Se siamo sul punto di cadere, a che serve uno stato d’emergenza totale e lo schieramento della loro flotta navale?

La risposta è semplice: nessuna delle due affermazioni è vera. Sono pezzi intercambiabili di una macchina propagandistica progettata per giustificare ciò che non è giustificabile. E noi… cosa faremo? Diventeremo specialisti in discorsi di fondo e surrettizi, non visibili?

Tutto si vede in superficie, e chi non vuole vederlo non si aspetti di curare la sua presbiopia con una portaerei a cento iarde dalle coste di Cuba.

Ma prendiamo sul serio, per un istante, la logica dell’avversario. Se Cuba, questo Primo Maggio, ha costretto cinquecentomila persone a marciare davanti all’ambasciata degli Stati Uniti all’Avana nel bel mezzo di questa crisi, se ha costretto più di sei milioni di cubani a firmare una dichiarazione contro le politiche dell’impero, allora siamo di fronte a un regime con un potere di coercizione sovrumano, capace di mobilitare su una scala che lo stesso impero non può eguagliare. Se quel potere è reale, dovrebbero pensarci due volte prima di attaccare: come affrontare un paese che controlla in questo modo la propria popolazione?

Ma se, al contrario, quelle marce e quelle firme non fossero state il prodotto di alcuna coercizione, se fossero nate da un autentico desiderio e da una volontà di difendere Cuba al di là di qualsiasi minaccia, se fossero state il gesto libero di una nazione che non ha bisogno di essere costretta a difendere ciò che è suo, allora dovrebbero pensarci ancora di più. Perché ciò che hanno di fronte non è uno Stato fallito né una popolazione che li accoglierà con i fiori, ma un popolo compatto, disposto a resistere a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo. 

In entrambi i casi, la conclusione è la stessa: invadere Cuba sarebbe l’errore più costoso e prolungato della storia imperiale statunitense.

E come disse prima di morire il nostro Fernando Martínez Heredia: “Che gli venga in mente agli americani, visto che hanno un pazzo come presidente; a noi non importa, sia che si tratti di un tipo simpatico o di un pazzo, per noi sono uguali”.

V.

Ma non siamo arrivati a questa situazione in modo fantasioso. L’attacco alle Torri Gemelle è stato il pretesto per l’instaurazione dello stato d’eccezione attraverso il Patriot Act all’interno degli Stati Uniti, e così è stato rotto quel patto di non interferenza nelle vite private che il capitalismo aveva promesso di difendere. Poi, questo ordine d’eccezione è stato trasferito al mondo attraverso le guerre in Afghanistan e in Iraq: qualsiasi quadro giuridico ha smesso di avere importanza. Le esigenze interne di un ordine mondiale definito e delimitato da Washington sono diventate l’essenziale. 

Trump non è un’anomalia né un caso: è il prodotto del ritorno di quel progetto neoconservatore rimasto incompiuto.

Ma nessuno si illuda, non saremmo arrivati a questo punto senza l’episodio di Gaza. Lì, in quel genocidio trasmesso in diretta, è stato inaugurato questo nuovo ordine d’eccezione globale. La comunità internazionale ha accettato la perpetrazione di un genocidio su vite sacrificabili, senza conseguenze giuridiche o politiche.

Allora non avevamo compreso che a Gaza non si stava semplicemente violando il diritto internazionale, ma che si stava fondando un nuovo ordine, uno in cui la barbarie è pubblica, consentita e trasmessa in diretta. Ed è questo l’ordine sotto il quale oggi una portaerei minaccia Cuba.

Oggi l’Iran è ciò che è stato l’Esercito Sovietico ai suoi tempi: l’unica potenza con la reale volontà di non cedere e di modificare, contro l’imperialismo, l’attuale rapporto di forze. Ma la domanda che brucia nella Nuestra América è un’altra: dov’è l’Asse della Resistenza in America Latina? È urgente costituirlo, e per farlo le logiche di Stato non ci serviranno a molto. Da esse provengono solo appelli al dialogo, al rispetto di un ordine internazionale ormai morto, e l’invito a un multilateralismo che puzza di morte prima ancora di essere nato.

La guerra nel Golfo Persico ha dimostrato che in uno scenario asimmetrico è decisivo il controllo sulle vie e sulle risorse strategiche. Pertanto, è necessario avvertire con tutta chiarezza: tutte le basi degli Stati Uniti in America Latina diventeranno di fatto obiettivi legittimi. Ogni paese dei Caraibi che presti il proprio territorio per movimenti di truppe contro Cuba, o che lasci libere le proprie vie navigabili per il transito di portaerei, o il proprio spazio aereo per il passaggio di aerei e droni statunitensi, si collocherà sul campo di battaglia. Anche tutte le basi in Florida e nel territorio costiero statunitense che possano servire per il rifornimento saranno obiettivi legittimi, così come le zone di transito delle merci utilizzate dagli Stati Uniti.

Questa non è una minaccia né una spacconata da trincea. È la descrizione tecnica di ciò che significherebbe una guerra asimmetrica prolungata contro un impero logisticamente dipendente da una rete di basi militari, rotte marittime e punti di appoggio in tutto l’emisfero. Il nemico ci costringe a pensare in termini di guerra totale. Dobbiamo farlo con la freddezza e la foga di chi difende la propria esistenza, che in realtà non è solo la sua.

Tutti i gruppi di solidarietà con Cuba, tutti i movimenti disposti al massimo internazionalismo possibile, devono prepararsi a scatenare scenari di resistenza all’interno dei propri paesi che includano le basi statunitensi come obiettivi legittimi, dentro e fuori dagli Stati Uniti. Solo una resistenza organizzata e regionale potrà permetterci di modificare il rapporto di forze. Non si tratta solo di sconfiggere questo nuovo scenario di aggressione che l’impero impone a Cuba e a tutta la regione. Si tratta di eliminare una volta per tutte l’imperialismo statunitense dalla Nuestra América.

Trump, senza saperlo, ci offre la possibilità storica per scatenare la vera lotta per l’indipendenza dei nostri popoli e chiudere quel capitolo nefasto della nostra storia che è l’impero nordamericano. Ciò che offre come minaccia di morte lo accogliamo come opportunità, a lungo rimandata, di completare l’indipendenza incompiuta.

Non chiediamo il permesso di difenderci. Non ci appelliamo a un ordine che non esiste più. Non chiediamo la protezione di istituzioni che hanno avallato il genocidio. Diciamo all’impero, con la calma di chi si gioca cose ben più sacre del permesso per ricevere un investimento economico, che ogni portaerei schierata, ogni base militare utilizzata, ogni drone lanciato, ogni nave da rifornimento, avrà una risposta nei tempi, nei luoghi e nelle forme che sceglieremo noi.

E diciamo al popolo degli Stati Uniti che c’è ancora tempo per evitare di essere  trascinato in uno scontro, disegnato nei comodi saloni di Washington, da coloro che voltano le spalle ai gravi problemi sociali che lo affliggono. Uno scontro di cui saprà con precisione il momento in cui vi entrerà, ma non quando ne uscirà né a quale costo. Ai popoli dell’America Latina e dei Caraibi diciamo che è giunto il momento di decidere.

Non ci sarà neutralità possibile in questo momento. Sarà o resistenza organizzata o la complicità codarda, o indipendenza definitiva o servitù permanente. 

Noi abbiamo già scelto.


  1. Ndt: Riferimento al numero delle Repubbliche socialiste sovietiche che componevano l’Unione Sovietica (URSS). ↩︎
  2. Ndt: Questa citazione si riferisce alla canzone di Silvio Rodríguez Me acosa el carapálida (L’uomo bianco mi perseguita): “La terra vuole strapparmi via; l’acqua vuole strapparmi via; l’aria vuole strapparmi via; e solo fuoco; e solo fuoco darò; io sono la mia terra, la mia acqua; la mia aria, il mio fuoco”. ↩︎

Newsletter

Segui gli aggiornamenti sul progetto Me-Ti!

Iscriviti