Pubblichiamo l’editoriale del collettivoLa Tizzasulle minacce imperialiste degli ultimi mesi contro Cuba.
La Tizzaè una rivista digitale che vuole essere una piattaforma di riflessione per discutere il futuro del progetto della rivoluzione cubana, il suo rapporto con le pratiche politiche attuali e i suoi possibili sviluppi futuri.
Gli autori della rivista sono fortemente ispirati dal pensiero critico dell’intellettuale cubano Fernando Martínez Heredia (di cui abbiamo già tradotto un testo sull’attualità dell’antimperialismo e anticapitalismo di Fidel Castro).
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Questa riflessione è ispirata a Fidel Castro, che ha capito meglio di chiunque altro che l’imperialismo non fa trattative, ma conquista.
Questi tempi non sono fatti per andare a dormire
con il fazzoletto in testa, ma con le armi sotto al cuscino
José Martí (1853-1895)
La mattina del 25 febbraio 2026 un nuovo tentativo di incursione militare (tramite piccole imbarcazioni provenienti dagli Stati Uniti) che aveva lo scopo di provocare una ribellione nel Paese – tentativi mai abbandonati da quando furono sperimentati per la prima volta negli anni Sessanta –, è clamorosamente fallito. Dieci mercenari armati fino ai denti sono stati sconfitti da cinque guardacoste, uno dei quali è rimasto ferito. Il tentativo di testare la prontezza della risposta cubana è fallito e di questa operazione non rimane che il clamore mediatico generato a Miami. Nulla di nuovo sotto il sole.
Come avevamo già scritto, il regime di Washington, incoraggiato dai risultati della sua aggressione contro il Venezuela dello scorso 3 gennaio e dal conseguente cambio di regime a Caracas, ha direzionato il suo intervento contro Cuba, la cui Rivoluzione non è mai stata semplicemente “la prossima” della lista, bensì da sempre “la prima”.
I 32 cubani caduti in uno scontro ad armi impari all’alba del 3 gennaio in Venezuela, i loro compagni sopravvissuti e i cinque guardacoste che si sono battuti il 25 febbraio, hanno dimostrato cosa può fare un combattente, anche isolato, di fronte a un nemico in vantaggio numerico e di mezzi, quando crede nella giustezza della propria causa.
La parola resa non fa parte del linguaggio dei nostri soldati e, in ultima analisi, sarebbe associata solo alla soluzione che imambisesproposero nel XIX secolo:guásima, cabuya y sebo.1Il coraggio dei cubani può essere interpretato soltanto in una maniera dagli esponenti della giunta militare-imprenditoriale degli Stati Uniti: con il popolo cubano e il suo braccio armato non ci sarà nessun facile scontro il cui esito possa essere stabilito in anticipo con il solo ricatto di una potenza atomica che minaccia di cancellarci dalla faccia della terra.
Ferito e indignato, il nostro popolo ha mostrata tutta la sua tempra e, pur in mezzo alle carenze e alle privazioni materiali più inimmaginabili, ha reso omaggio con convinzione ai martiri e al coraggio dei nostri soldati, al grido di una parola d’ordine sempre attuale: “Qui non si arrende nessuno!”.
Di fronte alle minacce di Donald Trump – e dei suoi collaboratori di rango inferiore, come Marco Rubio – si sono mobilitati il popolo in armi, le Forze Armate Rivoluzionarie e il Ministero dell’Interno. Le Giornate Nazionali della Difesa, che hanno visto un ampio dispiegamento di truppe e mezzi, hanno lasciato poco spazio ai dubbi su cosa significherebbe per l’imperialismo avventurarsi in una guerra contro Cuba.
La nostra è una rivoluzione armata e, come tale, cercherà di ottenere con mezzi pacifici il rispetto del nemico, ma non esiterà un secondo a difendersi con le armi in pugno davanti alle minacce: questi “sono tempi in cui andare a letto con le armi come cuscino”, come direbbe José Martí. È in queste circostanze e in mezzo alla cortina di fumo che tentano di sollevare con presunte interlocuzioni tra le parti, che è apparsa l’opzione della “presa amichevole” di Cuba da parte degli USA, secondo alcune dichiarazioni di Donald Trump e di altri alti funzionari statunitensi.
Iltimingdelle dichiarazioni del responsabile della giunta, e delle farneticazioni di altri esponenti minori, non è di poca importanza: le loro parole sono state accompagnate da minacce, diventate poi realtà il 28 febbraio, di un’aggressione contro l’Iran. In questo contesto, gli estremisti dell’emigrazione cubana hanno fiutato l’odore del sangue e provano a approfittare della congiuntura per riprendere il loro vecchio sogno d’invasione.
Sotto le spoglie di un “intervento amichevole”, cercano di legittimare quella che non è altro che l’ennesima riedizione della violenza imperialista. La confusione prodotta dalla guerra serve da alibi per legittimare le loro ossessioni contro l’isola. Così, cercano di trasformare la distrazione internazionale in una piattaforma per la loro crociata reazionaria.
In questo momento di guerra è utile ricordare un passaggio del libroLe verità negatedi Bob Woodward in cui racconta come uno degli ex capi della giunta militare-imprenditoriale di Washington, George W. Bush, incoraggiato dai risultati di un recente cambio di regime (quello dell’Iraq di Saddam Hussein), chiese con entusiasmo al generale dello stato maggiore e proconsole statunitense in Iraq,Jay Garner, se volesse “occuparsi” anche dell’Iran.
La risposta di Garner fu che “i ragazzi” e lui stesso “si offrivano” per occuparsi di Cuba, dove “le donne sono più belle”. Bush sbottò: “È tua, conta su Cuba”. La storia, tuttavia, è ben nota: l’Iraq è diventato ingovernabile, Garnier non si è preso l’Iran, Bush è finito nella pattumiera della storia e Cuba, ancora oggi, continua a resistere. Né Garnier, né Bush, né Rumsfeld, né Condoleezza Rice, né Cheney, né Colin Powel, né la “banda di Miami” si sono presi Cuba.
Oltre vent’anni dopo, sembra che si replichi lo stesso copione. La storia, ovviamente, non si ripete mai uguale a se stessa, ma possono esserci dei parallelismi tra le due situazioni: incoraggiato dai risultati dell’invasione del Venezuela, il regime di Trump-Vance-Rubio punta alla guerra contro l’Iran – il cui esito non sarà né quello dell’Iraq del 2003 né quello del Venezuela del 2026 – e inasprisce ilbloqueocontro Cuba come arma di annientamento fisico del suo popolo.
Calato il livello di adrenalina dello scorso gennaio dopo l’aggressione al Venezuela e infranto il sogno di una rapida e imminente caduta della Rivoluzione cubana tramite un’azione armata esterna combinata a un’insurrezione popolare, Trump e i suoi seguaci hanno iniziato a parlare di una “presa amichevole” di Cuba.
L’imperialismo e i suoi sostenitori, sia esterni che interni, non capiscono altro linguaggio se non quello della forza e del dimostrare loro che non abbiamo paura di nulla. Qualsiasi segno di debolezza è carburante per la loro avanzata contro di noi.L’imperialismo non vuole concessioni da parte nostra, vuole la nostra resa incondizionata, dunque non ha alcun senso presentarci come quelli che vogliono essere concilianti e mediare, al fine di evitare, sia pur con disonore, una guerra.
La storia ci insegna con chiarezza che, di fronte a un nemico potente e spietato, tra il disonore e la guerra, chi sceglie il primo per evitare la seconda, otterrà, in definitiva, entrambi: sia disonore che guerra.
I più recenti casi di aggressione imperialista (Venezuela e Iran) si sono verificati nel bel mezzo di negoziati in cui sia Caracas che Teheran avevano offerto concessioni. Alla fine, la loro intenzione di negoziare e di concedere qualcosa non è riuscita a evitare l’aggressione. Ora come ora, il rombo dei cannoni con cui l’Iran risponde all’intervento statunitense è la sua migliore strategia negoziale: l’altra opzione sarebbe cedere del tutto la propria sovranità.Il corollario è chiaro ed è sempre stato al centro della nostra dottrina militare: dissuadere il nemico dalla guerra, facendogli capire quanto gli costerebbe un’avventura militare.
Come disse il Che, “non ci si può fidare dell’imperialismo neanche un po’, per niente”.
Cuba non ha nulla da negoziare con il regime di Washington se non la revoca totale e incondizionata delbloqueoe della guerra economica, la cessazione delle ostilità politiche e la rinuncia alla richiesta di un cambio di regime, l’uscita dell’esercito statunitense dal territorio illegalmente occupato a Guantánamo e il riconoscimento del fatto che il destino di Cuba si decide a Cuba e non a Miami.
Coloro che credono di parlare a nome e per conto del popolo cubano – e anche tra quelli che stanno a Cuba c’è chi pensa e agisce come a Miami e in nome degli interessi del capitalismo di Miami – e propongono una resa “a rate”, una sorta diZanjón[N.d.T. accordo del 1878 tra l’esercito indipendentista cubano e corona spagnola che ha sancito la continuazione dell’occupazione coloniale e della schiavitù a Cuba] al fine di salvare i loro interessi di classe, dovrebbero prendere nota di quel che è successo in Venezuela e in Iran. Questi recenti accadimenti dovrebbero anche servire da monito a quelli, nelle fila della burocrazia cubana talvolta più attenta a preservare il propriostatus quoche la sovranità nazionale, che credono che le élite imperialiste non preferiranno amministratori più efficienti e leali di quanto loro si siano dimostrati.
Nel frattempo, il popolo cubano è stato costretto, dalbloqueo, dal sottosviluppo, dagli innumerevoli errori interni, a una lotta per la sopravvivenza. Forse molti, stanchi di questa estenuante battaglia quotidiana, credono che non valga più la pena resistere, che il governo dovrebbe cedere a una coesistenza pacifica con l’imperialismo yankee.Ma chi lo fa non deve dimenticare che tale coesistenza deriverebbe dall’abbandono della sovranità.Ovvero, come ha detto Marco Rubio, a un cambiamento del modello socioeconomico, cioè a una transizione al capitalismo antillano: sistemi politici corrotti e servili, una società profondamente diseguale, senza politiche sociali, un’economia malata e con i cartelli della droga come Stato parallelo. Il popolo non trae alcun vantaggio da questo tipo di transizione, solo un peggioramento delle proprie condizioni.
Nelle circostanze attuali e prevedibili, conviene tenere ben a mente l’incredibile danno che l’aggressione degli Stati Uniti ha causato al nostro popolo. Siamo ancora una volta soli di fronte all’imperialismo. Il regime di Washington crede che sia giunta “l’ora finale della Rivoluzione” e ha applicato una vasta gamma di misure dibloqueoselettivo e sempre più classista, cercando di allontanare sempre più il popolo dallo Stato – simbolico erede della Rivoluzione del 1959 – e così di preparare una “presa amichevole” di Cuba. Gioca alla vecchia strategia di alternare il bastone e la carota. Ci sono quelli che si spaventano per il bastone e quelli che aspirano a mangiare la fetta di una torta che, per definizione, esclude gran parte del popolo cubano: entrambi sono, allo stesso modo, traditori e complici.
Qualche singolo uomo e qualche singola donna possono essere comprati o piegati dalla superiorità del nemico e dalla mancanza di fiducia nella propria gente, ma mai un intero popolo. Non siamo i primi rivoluzionari a pensarla così! E, come hanno dimostrato i nostri compagni il 3 gennaio, non saremo gli ultimi!
- Laguásimaè un albero molto comune nella montagna cubana. Lacabuyaè una fibra vegetale multiuso. E ilseboè grasso animale. Il senso del capoverso è equiparare la resa al tradimento e per il quale la soluzione è quella de losmambises, i guerriglieri cubani che hanno partecipato alle guerre d’indipendenza nella seconda metà del XIX secolo: il palo, il grasso, la corda. ↩︎



