Il 22 ottobre 2022 Giorgia Meloni ha preso il potere, con la speranza – propria di ogni capo legislatura – di veder durare il proprio governo. Contrariamente ai suoi predecessori però, sta riuscendo in questa impresa. Meloni è la prima presidente del consiglio della storia del dopoguerra a provenire dalla famiglia politica ereditaria del fascismo. Domenica 19 ottobre il suo governo è arrivato al terzo posto della classifica dei governi più longevi dal 1946 ad oggi.
Una volta arrivata a Palazzo Chigi, Meloni ha subito abbandonato le posizioni politiche per cui era stata eletta, cioè la critica alle istituzioni europee e la difesa del “popolo italiano”. Ha invece rafforzato il suo ruolo da donna di Stato: si è allineata alle posizioni europeiste e atlantiste (sulla guerra in Ucraina e le sanzioni contro la Russia, sulle politiche filo-israeliane in Medio Oriente, sul potenziamento della NATO e l’economia di guerra) e ha continuato le politiche economiche e sociali neoliberiste dei governi precedenti.
A tre anni dal suo insediamento e con l’approfondirsi della crisi economica e sociale europea, sembra però andare affermandosi un altro volto di Giorgia Meloni, cioè quello della militante professionale, che già a partire dalla giovane età di 15 anni aveva fatto sua una cultura politica minoritaria e radicale. Parliamo insomma della dirigente di partito imbevuta dell’ideologia di estrema destra.
È stato l’insediamento del governo Trump 2.0 a gennaio del 2025 a rappresentare un punto di svolta. Da quel momento, Meloni ha moltiplicato le dichiarazioni di fedeltà verso un’amministrazione statunitense in piena deriva autoritaria (protezionismo commerciale, politiche di caccia e espulsioni di migranti, offensiva imperialista in America Latina etc.), così come si è ossequiosamente allineata alle decisioni della Casa Bianca su ogni terreno (dai dazi al genocidio palestinese). Si tratta di un tentativo per usufruire in Europa dei vantaggi di una relazione privilegiata con Trump e presentarsi, al contempo, come capace di difendere gli interessi europei di fronte all’aggressività degli USA.
Questa svolta è evidente soprattutto nell’aumento esponenziale degli attacchi diretti all’opposizione istituzionale ed extraparlamentare avvenuto negli ultimi mesi. Dopo l’assassinio di Charlie Kirk il 10 settembre 2025, Meloni si è lanciata in una celebrazione ad oltranza della memoria dell’icona del mondo MAGA, accusando la sinistra di violenza politica e del desiderio di voler tornare agli “anni di piombo”. Con la partenza della Global Sumud Flotilla e le massicce mobilitazioni per la Palestina, Meloni ha frontalmente attaccato la sinistra, paragonandola ad Hamas e i sindacati (confederali e di base), che hanno organizzato gli scioperi generali del 22 settembre e 3 ottobre e che, secondo la Premier, sono i veri responsabili della rovina del Paese.
Qualcosa sta cambiando. All’arrivo al potere, tre anni fa, Giorgia Meloni si distingueva per un atteggiamento poco rumoroso, se paragonato ai suoi alleati (in primis Matteo Salvini), che all’interno di un’azione di governo blindata da Fratelli d’Italia dovevano ritagliarsi uno spazio con roboanti dichiarazioni mediatiche. Meloni puntava invece sul “lasciatemi lavorare” e “abbiate fiducia nel mio operato”, quasi presentandosi come una figura tecnica. Tuttavia, questo modo di fare politica – fondato sulla de-politicizzazione del dibattito pubblico e sulla gestione “amministrativa” della quotidianità politica – ha provocato una spaccatura con alcuni settori della società italiana. L’indignazione etico-morale di fronte al genocidio a Gaza e alla complicità manifesta del governo italiano ha fatto sì che questa spaccatura si approfondisse.
Questo cambiamento dei toni politici non rappresenta ancora una trasformazione di direzione politica complessiva, ma è sicuramente una delle ultime espressioni di un processo più profondo avviato dal governo Meloni. In continuità con gli alleati dell’internazionale reazionaria europea e mondiale, il governo punta alla trasformazione autoritaria dell’assetto istituzionale dello Stato italiano. Il decreto sicurezza, la criminalizzazione degli scioperi e il premierato sono tutti tasselli di un programma politico-istituzionale più ampio, che va ancora compreso fino in fondo per poterlo combattere meglio.



