Il vertice internazionale presieduto dal Segretario di Stato Marco Rubio e tenutosi il 16 luglio 2026 a Washington non può essere considerato semplicemente come un’ulteriore messa in scena spettacolare dell’amministrazione Trump. Il Ministerial on the Resurgence of Political Terrorism, l’incontro ministeriale sulla rinascita del terrorismo politico a cui hanno partecipato oltre 60 rappresentanti internazionali (tra cui anche l’Italia), ha avuto due principali obiettivi: affermare che l’anticomunismo non è affatto sparito dall’agenda politica delle forze conservatrici e di destra, malgrado la dissoluzione dell’Unione sovietica come incarnazione del comunismo e la debolezza storica del movimento comunista internazionale; e, allo stesso tempo, allineare gli alleati degli Stati Uniti attorno agli obiettivi di dominio imperialista in tutto il mondo.
Il vertice è solo l’apice di crescenti attacchi repressivi contro il mondo della sinistra radicale da parte dell’amministrazione Trump. Già a settembre del 2025 il presidente statunitense aveva firmato un ordine esecutivo con cui definisce “Antifa” una “organizzazione terroristica interna”. Poi, a maggio 2026, il governo USA ha pubblicato un documento sulla nuova strategia di antiterrorismo degli Stati Uniti in cui vengono definite le tre categorie di gruppi terroristici: i narcoterroristi e le gang transnazionali, i terroristi islamisti, e gli “estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e antifascisti”.
L’accanimento anticomunista nel contesto delle politiche imperialiste
Questo rinnovato anticomunismo si inserisce perfettamente nella recente controffensiva dell’imperialismo statunitense e ne compone, in pratica, il quadro discorsivo che legittima l’aggressività delle politiche trumpiane su tre piani.
Il primo è il pivot to Asia. Sviluppato dall’ex segretaria di Stato Hillary Clinton durante la presidenza di Obama nel 2011, il riorientamento strategico verso l’area Asia-Pacifico risponde all’emergenza della Cina come potenza mondiale che mette in discussione l’egemonia economica, commerciale, monetaria, tecnologica e militare da parte degli Stati Uniti nel mondo. Negli ultimi 15 anni, la Cina ha di fatto superato gli Stati Uniti in tre dei cinque ambiti strategici (economico, commerciale, tecnologico), cosa che ha spinto le ultime quattro amministrazioni statunitensi (Obama II, Trump I, Biden, Trump II) a puntare a un maggiore confronto militare contro la Cina. Nel 2013 l’amministrazione Obama aveva annunciato di voler spostare il 60% delle forze navali statunitensi verso l’Indo-Pacifico entro il 2020, lasciando la gestione del Medio Oriente in mano ad Israele, l’alleato strategico che attraverso gli Accordi di Abramo doveva trovare anche una pacificazione con gli alleati arabi degli USA. Questo riorientamento strategico è poi stato confermato al vertice NATO del 2022 a Madrid, il cui documento finale definiva la Repubblica Popolare Cinese governata dal Partico Comunista come una minaccia che richiede un maggiore impegno militare nell’Estremo Oriente, spingendo così l’Europa ad assumere più responsabilità militare nel proprio continente.
Il secondo piano è quello dell’emisfero occidentale. Il documento strategico degli Stati Uniti pubblicato nel novembre del 2025 definisce come area prioritaria per garantire la sicurezza degli Stati Uniti il continente latinoamericano, quindi il vecchio “cortile di casa” che deve tornare sotto controllo statunitense. Effettivamente, negli ultimi decenni gli USA hanno dovuto concedere non poco in America Latina: l’onda rossa di governi progressisti e socialisti degli inizi anni 2000 aveva favorito rapporti politici e commerciali con la Cina, cosa che ha di fatto portato la Repubblica Popolare ad essere il primo partner commerciale di tutti i paesi del continente e a sviluppare progetti infrastrutturali strategici. Inoltre, la Rivoluzione cubana e il processo bolivariano continuavano ad essere la forza trainante dello “spostamento a sinistra” dei governi della regione. L’ingerenza politica ed elettorale da parte degli Stati Uniti in sostegno delle forze più reazionarie del continente ha capovolto radicalmente il quadro latinoamericano. Il sequestro del presidente venezuelano Maduro il 3 gennaio 2026 e le nuove misure volte ad asfissiare Cuba sono solo gli ultimi episodi del tentativo USA di riprendere il controllo del continente. In un nuovo documento pubblicato dal Dipartimento di Stato degli USA il 20 luglio 2026, proprio Cuba viene definita il centro di una rete che negli ultimi 67 anni avrebbe collegato guerriglieri latinoamericani, movimenti sociali statunitensi, organizzazioni politiche etc. Il documento non fornisce nessuna prova e serve unicamente per legittimare i nuovi attacchi contro Cuba e criminalizzare la solidarietà internazionale, in pieno stile maccartista.
Il terzo piano è quello interno. I movimenti politici e sociali statunitensi degli ultimi anni hanno costituito una sfida all’apparente strapotere di Trump. Iniziando dal movimento per la Palestina che ha politicizzato le giovani generazioni, prodotto un’alleanza con le organizzazioni ebree antisioniste e fatto emergere tutte le contraddizioni delle politiche imperialiste. Allo stesso modo, le violenze dell’ICE e l’uccisione di Alex Pretti e Renee Good nel gennaio del 2026 – non a caso definiti da Trump come appartenenti a reti della sinistra radicale e comunisti – hanno svelato il vero volto del “sogno americano”. E infine, l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York (leggi qui, qui e qui) – anche lui definito comunista da Trump – come traduzione del malcontento sociale in opzione elettorale che può effettivamente realizzare delle politiche di rottura.
La polarizzazione discorsiva che legittima la repressione
Le politiche imperialiste hanno quindi bisogno di un quadro discorsivo capace di ancorare nel senso comune una netta distinzione tra “amici e nemici”, “civilizzati e barbari”, “vincitori e falliti”. Il discorso di Marco Rubio al vertice del 16 luglio si è di fatto inserito in questa logica.
Così, i “nemici dell’occidente” assumono un volto concreto: coloro che nutrono un “risentimento velenoso nascosto in un linguaggio di uguaglianza, giustizia e liberazione”. Questi “nemici” non sono più guidati da un ideale o da un’utopia, ma l’antitesi del “mondo libero”: “il mondo in cui il comunismo ci vuole costringere è piccolo, piatto, grigio […] è un mondo senza coraggio, senza creatività e ambizioni, un mondo senza eroi e gloria […] è un mondo senza Dio”. E, infine, il nemico vuole “distruggere le cose costruite da grandi uomini e rovinare le cose belle e giuste […] attraverso la violenza e il terrore”.
Questi concetti ricordano quelli utilizzati nel secolo scorso per diffondere la “paura rossa” e legittimare la repressione violenta contro i “nemici”: dalla condanna a morte dei militanti sindacali italiani Sacco e Vanzetti nel 1927, passando dal maccartismo degli inizi anni ‘50, fino alla definizione dell’Unione sovietica come “Impero del male” da parte di Ronald Reagan nel 1983. Nella stessa logica si inseriscono i recenti bombardamenti extragiudiziali dei peschereggi del Mar dei Caraibi definiti “narcotrafficanti” e che hanno preparato il sequestro, sempre extragiudiziale, di Maduro.
La pericolosità quindi non sta semplicemente nel discorso anticomunista, nella scelta delle parole e concetti, bensì nelle azioni che seguono e che di fatto non devono neanche più rispettare i diritti più fondamentali.
L’anticomunismo, parte integrante dell’autoritarismo
La grande differenza tra l’anticomunismo storico e quello attuale è lo stato dell’arte del movimento comunista internazionale: se durante la Rivoluzione russa del 1917, l’inizio della Guerra fredda presente anche all’interno dei Paesi occidentali stessi (vedì proprio la storia dell’Italia) e le trasformazioni nel Terzo Mondo (Rivoluzione cubana del 1959, lotte di liberazione nazionale nel continente africano etc.) il movimento comunista si trovava in una fase espansiva, oggi l’ascesa dell’autoritarismo a livello globale ha prodotto piuttosto un riflusso generale del movimento. Perché allora questo accanimento anticomunista?
Le ragioni sono perlopiù due. Una si pone a livello strutturale: spesso si pensa che le forze conservatrici e di estrema destra reagiscono semplicemente al rafforzamento del movimento operaio e comunista; così si ignora però che le politiche autoritarie possono anche essere applicate per trasformare una sconfitta parziale e temporanea del movimento in una sconfitta totale, con conseguenze catastrofiche (vedi l’esempio di Milei in Argentina). Inoltre, esiste una corrispondenza strutturale tra politica estera e politica interna: ogni aggressione imperialista produce delle politiche repressive e autoritarie all’interno (cosa che Aimé Césaire aveva anticipato con il concetto di “contraccolpo coloniale” del fascismo della prima metà del novecento). Da questo punto di vista, il ritorno dell’autoritarismo – anticomunismo incluso – non è affatto un’anomalia.
La seconda ragione è invece più congiunturale. La forte precarizzazione materiale delle classi popolari statunitensi e la sconfitta militare nella guerra contro l’Iran hanno fatto crollare in modo vertiginoso il consenso attorno a Trump: ad oggi, solo 3 persone su 10 si dicono favorevoli alle sue politiche. Negli ultimi mesi, i repubblicani hanno inoltre dovuto incassare delle sconfitte elettorali a livello regionale e comunale, cosa che pone Trump di fronte a non poche difficoltà verso le elezioni midterm del 3 novembre 2026.
In questo contesto, Trump sembra volerle provare tutte, giocandosi anche l’ultima carta dell’anticomunismo. Tra fine giugno ed inizio luglio, il presidente USA ha utilizzato per ben 81 volte il termine “comunismo” per attaccare i concorrenti elettorali democratici. E proprio qualche giorno fa Trump ha anticipato che contesterà il risultato in caso di sconfitta dei repubblicani, rilanciando le accuse di frode elettorale e ingerenza di paesi stranieri, Cina in primis.
Siamo quindi lontani dall’ennesima “trumpata”: il ritorno dell’anticomunismo è il collante ideologico perfetto e spregiudicato per supportare gli attacchi contro coloro che vengono definiti i “nemici” sia interni che esterni – con degli effetti diretti sul nostro agire politico, il che ci impone nuove strategie di autodifesa, al di là e al di qua dell’atlantico.