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La “classe” è tornata (non se n’era mai andata), facciamo tornare l’organizzazione

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Un gruppo di manifestanti con i pugni alzati protesta verso gli Storm Trooper, l'ambientazione è quella della serie Tv Andor, nell'universo di Star Wars.

Qualche riflessione su Questione di classe (Mondadori, 2025) di Alessandro Sahebi

C’è una connessione sottile ma chiara tra il successo del libro di Alessandro Sahebi, giornalista e attivista, Questione di classe (Mondadori, 2025) e le mobilitazioni per la Palestina delle ultime settimane, e in particolare nella pratica e nella rivendicazione del “blocco”. 

Se fino a poco tempo fa richiamare alla dimensione economica, strutturale, dell’oppressione e parlare della centralità della classe e della contraddizione Capitale/Lavoro sembrava un discorso “fuori tempo massimo”, negli ultimi mesi nel nostro Paese pare che la sensibilità comune si stia orientando diversamente. 

Non è un caso che la più recente fase di mobilitazione in sostegno del popolo palestinese sia fortemente connotata in questa direzione. Non solo perché molte delle iniziative di piazza delle ultime settimane si sono sviluppate nel quadro degli scioperi generali promossi dal sindacalismo di base (e in cui è stata trascinata, obtorto collo, anche la CGIL), ma anche e soprattutto per il protagonismo di lavoratori e lavoratrici, per la pratica del blocco, che ha riguardato anche scuole e università, ma che si sviluppa soprattutto a partire dalla consapevolezza che fermare la produzione e la movimentazione delle merci è una forza, un potere che può e deve essere usato in senso politico. E che questa forza è nelle mani di tutti noi, in una parola della classe. 

Così come è forte la coscienza del fatto che la questione palestinese è non una “guerra di religione” o uno scontro “etnico-identitario”, come vorrebbero vendercelo, ma un conflitto tra oppressi e oppressori e che gli interessi di fondo sono soprattutto materiali: terra, risorse. 

Il fatto che Gigi D’Alessio (che non è Karl Marx, evidentemente) dal palco del suo maxi-concerto di piazza Plebiscito a Napoli denunci gli interessi economici di chi stermina bambini per costruire resort e hotel di lusso nella Striscia evidenzia quanto siano chiari – per tutti, ma proprio per tutti – i rapporti di forza in campo e le ragioni del genocidio1

Sahebi intuisce – e perché no, alimenta – questo mutamento di orientamento e nel suo libro parte da un presupposto: per comprendere e intervenire tanto sulle questioni più ampie e complesse, che riguardano il mondo, che su quelle più piccole, che riguardano la nostra vita quotidiana (le nostre difficoltà ordinarie sul lavoro o mentre siamo in formazione, il nostro malessere psicologico, etc.) è necessario partire da una lettura di classe. Da una lettura, cioè, che, al netto delle varie forme in cui essa si presenta, riconosca la nostra comune appartenenza ad un unico insieme, ad un fronte comune.

Nel percorso verso questo riconoscimento e presa di coscienza, sono almeno due le trappole dalle quali l’autore ci mette in guardia: quella della frammentazione e quella della naturalizzazione

La frammentazione riguarda la competizione e “guerra tra poveri” alla quale siamo costantemente sollecitati: “l’idea dell’individuo come essere autonomo, costantemente in competizione con gli altri, ha influenzato profondamente non solo il nostro modo di pensare, ma anche le politiche che hanno dominato la scena mondiale per più di un secolo” (p. 23). Questa frammentazione deriva da un’illusione ottica di fondo, dalla quale lo stesso Marx teneva a metterci in guardia quando parlava del Capitale come rapporto sociale e non come fenomeno, apparenza. Puoi essere una persona che insegna, che lavora in cucina, impiegata in un call center, che cuce vestiti o lavora nei campi, addirittura che temporaneamente non ha alcuna occupazione, ma ciò che ti colloca socialmente non sono queste, apparenti, differenze legate alle mansioni svolte, ma la sostanza del rapporto di sfruttamento in cui sei catturato: lavori per altri, a beneficio di altri. 

La povertà, che è soltanto una delle facce con le quali la classe si presenta, non ha solo l’aspetto della persona senza fissa dimora, dell’indigenza radicale: i working poor (pp. 33 e ss) di cui parla Sahebi siamo noi, sono persone “normali” che vivono la vita appese a un filo. Non solo perché conducono esistenze estremamente precarie, passando di lavoro in lavoro, sempre impegnate a procacciarsi l’occupazione successiva, ma perché materialmente ogni piccolo ostacolo può compromettere – in maniera anche tragica – l’andamento di queste esistenze apparentemente ordinarie, non marginali, non “estreme”: una malattia, una spesa imprevista, un piccolo contrattempo possono diventare uno scoglio insormontabile se non l’inizio di una caduta rovinosa e inarrestabile.

Questo passaggio ricorda l’andamento di molte storie raccontate, ormai 150 anni fa, da Émile Zola: privi di qualsiasi rete di salvataggio i suoi personaggi, ci viene in mente Gervaise Macquart de L’Ammazzatoio, possono salvarsi se tutto fila liscio o precipitare in una spirale di distruzione per una cambiale non pagata e un debito che via via si moltiplica, un piccolo incidente (come quello occorso nel romanzo al buon Coupeau quando cade dal tetto) che impedisce loro di lavorare per qualche tempo. Il capitalismo ottocentesco e quello di oggi si assomigliano nel ridurre ciascuno alle sue sole risorse, nell’assenza di strutture collettive attraverso le quali far valere i propri diritti e rispondere ai propri bisogni.

In questo mondo alla rovescia “si tende a dire che «i poveri commettono errori», come se la miseria fosse una conseguenza della loro incapacità piuttosto che la causa” (p. 65), gli errori, gli scivoloni “imperdonabili” dei poveri non sono diversi da quelli dei ricchi, semplicemente, nell’assenza di reti sociali e strutture collettive, non hanno rimedio e spesso provocano una reazione a catena. Le miserie di oggi e quelle di ieri, pure apparentemente così diverse, sono paragonabili per la solitudine in cui è precipitato chi le patisce. Una solitudine materiale: l’assenza di welfare, di garanzie, di tutela di diritti fondamentali come quelli alla salute, alla casa, all’istruzione, il ritirarsi dello stato, l’assenza di misure di supporto (si pensi alla polemica sul Reddito di cittadinanza come provvedimento che premiava truffatori e fannulloni). E una solitudine “esistenziale”: ogni individuo è solo con se stesso, in questa frammentazione non si percepisce come parte di una classe, di un macro-insieme, e non ha consapevolezza del suo potere.

Naturalizzare la disuguaglianza e lo sfruttamento significa leggere la nostra condizione (e la realtà) come immodificabili: “chi appartiene a classi svantaggiate non si limita a riconoscere la propria inferiorità economica; spesso finisce per crederla naturale, estendendola ad ambiti culturali, morali e persino esistenziali” (p. 55). Viviamo già nel migliore dei mondi possibili e un certo darwinismo sociale strisciante ci porta a pensare che ciascuno meriti la posizione che occupa. La Cultura (ciò che è prodotto dall’essere umano, il procedere e l’evolvere della storia) si fa Natura (qualcosa di dato, su cui non abbiamo alcuna presa). A partire da questo slittamento e naturalizzazione si produce un certo sentimento di classismo diffuso e l’inganno della “meritocrazia” di cui parla diffusamente Sahebi: se ognuno possiede e ha accesso a ciò che si è conquistato con le proprie forze allora chi non ha nulla o ha poco non merita alcun sostegno o comprensione,  “Il privilegio si nasconde dietro l’illusione dell’innato, per cui le doti dei ricchi sembrano qualità naturali, mentre i limiti dei poveri vengono letti come incapacità personali” (p. 72). Nel classismo, che spesso è una tendenza che si sviluppa anche all’interno della classe stessa, si “sintetizza la paura, il disprezzo e l’ammirazione che regolano le nostre interazioni e il nostro modo di vedere il mondo” (p. 43).

“Da qui non uscirà un chiodo” dicono i portuali. E questa frase vibra e produce un’eco così potente perché racconta di una possibilità: se presi individualmente siamo soli e frustrati, se agiamo collettivamente non solo possiamo sommare ma moltiplicare la nostra forza. E la nostra forza è reale. Non è un racconto, una suggestione. È un fatto. 

Tornare a parlare di classe, rimettere al centro la classe, non significa solo dotarci di una cornice concettuale che ci permette di esaminare e comprendere più efficacemente, in termini sociali, i piccoli e grandi “inciampi” della vita e le macro-questioni geopolitiche. Significa anche denaturalizzare l’oppressione e iniziare a pensare che abbiamo un potere, una capacità di trasformare il mondo. Leggere in termini di classe, e di lotta di classe, non di “destino” o di “natura”, le brutture del mondo e le nostre sofferenze personali, inserirle in un quadro complessivo, crea i presupposti per la trasformazione, per passare al contrattacco. 

“Un pensiero anticapitalista e anticlassista non può permettersi di agire esclusivamente in difesa” (p. 97), scrive Sahebi. Ed è vero. Se c’è una lezione che ci consegnano gli ultimi quarant’anni di sostanziale (sia pur con qualche eccezione) immobilismo nel nostro Paese è che i rapporti di forza tra le classi, proprio come ogni altra guerra, non restano mai immobili o immutati, c’è sempre un fronte che avanza e guadagna terreno e uno che è costretto ad arretrare. Inutile dire quale fronte sia avanzato in decenni di neoliberismo sfrenato, demolizione dello stato sociale e dei diritti più elementari. 

Complice di questo avanzamento è stata anche certamente la logica del “meno peggio”, l’idea che, non avendo nessuna possibilità di vincere allora tanto valeva accontentarsi di quel che ci era concesso. È successo sul piano sindacale, è successo sul piano politico. L’attuale disaffezione, se non diffidenza, nei confronti delle organizzazioni partitiche e sindacali tradizionali, l’astensione e tutte le forme di ritirata strategica nella vita privata sono frutto di questa logica. “Chi difende il «voto utile» è convinto che questo amaro compromesso abbia un carattere prettamente temporaneo e che ciò serva ad arginare l’imminente pericolo reazionario, in vista di un futuro miglioramento (…). Scegliere alle urne il «meno peggio» significa innanzitutto aderire a un sistema che ti costringe ad accettare appunto il meno come massimo a cui poter aspirare” (pp. 175-176).

Anche il ripiegamento in forme di politica e di militanza sempre più autoreferenziali è probabilmente frutto di un meccanismo analogo. Quando Sahebi parla, prendendosi una bella gatta da pelare, delle logiche identitarie che spesso inquinano anche i dibattiti e le rivendicazioni più radicali, non esclude, ci sembra, quella che nei nostri ambienti chiamiamo “prospettiva intersezionale”, ma prova a ripulirla da anni e anni di tentativi di cooptazione e annacquamento, da quella cancellazione del tema di classe che ha portato rivendicazioni legittime e sacrosante – in primis quelle legate alle cosiddette questioni di genere – a ridursi a slogan facilmente sussumibili nella logica capitalista se non addirittura funzionali ad essa2.

Certo, pensare oggi a un’organizzazione capace di tenere dentro le istanze molteplici della classe, le sue differenze interne, capace di rilanciare e non solo di difendersi è, come avrebbe detto Brecht a proposito del comunismo, la cosa semplice, che è difficile a farsi

Intanto, perché come si nota acutamente nel libro, esiste una disabitudine all’organizzazione. 

Tutto ciò che è collettivo, organizzato, implica rinunce, mediazioni, rispetto di regole – anche se condivise e create collettivamente. La grande illusione del neoliberismo è quella dell’assoluta libertà: poter consumare, fare e, di conseguenza, essere ciò che si desidera. Involontariamente, anche nei movimenti e nelle formazioni che si pongono l’obiettivo di trasformare lo stato di cose esistente, questo tipo di postura, anche in risposte a eccessive rigidità del passato, è andata affermandosi, alimentando una certa insofferenza per qualsiasi struttura collettiva. A suo tempo anche l’enorme successo dei primi Meetup dei Cinque Stelle derivava da questa suggestione: il nuovo contro il vecchio, l’orizzontalità contro la verticalità. “L’orizzontalismo estremo – in teoria concepito per includere tutte le voci – rischi di generare l’effetto opposto: esaurire la spinta propulsiva del movimento, compromettendo della possibilità di incidere politicamente” (p. 187), molti anni di movimentismo e (finto) orizzontalismo dovrebbero averci insegnato i rischi e gli svantaggi dell’assenza di struttura3 che non solo rischia di produrre gli stessi squilibri di potere e forzature che intendeva contrastare, ma fa disperdere le conoscenze, la forza, le risorse accumulate ad ogni tornata di mobilitazione costringendoci, come in un gioco dell’oca, ogni volta a ricominciare “il giro” da capo.

Inoltre, in una società profondamente atomizzata e nella quale tutto è ridotto alla misura del mercato, anche l’organizzazione politica e sindacale sembra dover soddisfare ogni richiesta e inclinazione dell’aderente/consumatore: “oggi dal partito ci aspettiamo un programma accattivante, pronto, su misura. Se questo non ci piace, si attiva in noi la customer dissatisfaction, l’insoddisfazione del consumatore, che il più delle volte si limita al sacro diritto al non acquisto, o al non voto. (…) Necessitiamo però tutti di compiere una sana distinzione: (…) è perfettamente normale che un progetto collettivo possa non soddisfarci appieno, dobbiamo solo accettare che la rappresentanza non può mai coincidere con la piena identificazione” (p. 183). 

Foucault sosteneva che la condizione primaria della sottomissione totale è la solitudine. Non cerchiamo, non costruiamo un’organizzazione che sia il nostro specchio, che ci corrisponda in tutto, che ci piaccia al 100% – quello possiamo pretenderlo da uno yogurt o da un capo di abbigliamento. Costruiamo un’organizzazione che ci mostri con chiarezza che la nostra solitudine è un inganno, che ci faccia scoprire la forza e le potenzialità che effettivamente abbiamo. Questioni di classe (e le migliaia di persone che hanno ascoltato Alessandro Sahebi nelle sue presentazioni in giro per l’Italia) è anche questo: un passettino in avanti nella direzione di questa scoperta.

  1. Sul sostrato materiale che ha animato le recenti mobilitazioni rimandiamo al nostro: Spinta etica e azione politica: sulle recenti mobilitazioni per la Palestina https://www.progettometi.org/analisi/spinta-etica-e-azione-politica-mobilitazioni-palestina/ ↩︎
  2. Ringraziamo l’autore di averci citato e in particolare di aver citato il nostro Il personale è (ancora) politico?
    (in part. pp. 199-207 ) sul rapporto tra intersezionalità e questioni di classe e sul giusto uso del piano identitario in politica.
    https://www.progettometi.org/analisi/il-personale-e-ancora-politico/ ↩︎
  3. Su questo tema rimandiamo a: La tirannia dell’assenza di struttura di Jo Freeman https://www.progettometi.org/analisi/la-tirannia-dellassenza-di-struttura/ ↩︎

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