Skip to content
Me-Ti

Le Vigilanti: il potere oscuro delle donne votate all’estrema Destra

Viola Carofalo

Qualche riflessione sull’Italia a partire dal libro di Léane Alestra Les Vigilantes. Surveillées et Surveillantes, ces femmes au cœur de l’extrême droite (Lattès, 2025)

Le ragazze sono in giro

Continuano le iniziative di Némésis in giro per l’Italia. Lo scorso sabato il collettivo identitario, femminista di destra, ha infatti partecipato a un piccolo evento organizzato a Viterbo da Herakleios, un gruppo vicino a Gioventù Nazionale e Azione Studentesca. Ovviamente il tema centrale è stato quello della difesa delle donne e, nello specifico, come ha sottolineato la portavoce, Alice Cordier, la necessità di far emergere una questione troppo sottovalutata e poco ripresa dai media: il pericolo costituito dalle persone straniere e in particolare di religione islamica nel quadro della violenza di genere. Effettivamente di questo non si parla proprio mai mai mai. E effettivamente non capita spesso di veder evidenziata dai media la provenienza o la religione di una persona non italiana accusata di qualche reato. Ok.

Herakleios in passato ha organizzato eventi con la casa editrice riferimento della destra radicale e neofascista “Passaggio al Bosco”1. Ha anche nel suo carnet di iniziative quella con Marcello de Angelis, politico italiano che, tra le altre cose, è stato tra i fondatori di Terza Posizione, organizzazione neofascista eversiva illegalizzata dopo i fatti della stazione di Bologna del 1980.

Apparentemente nulla di nuovo o particolarmente interessante: neofascisti che parlano fra loro di cose da neofascisti. Se non per un particolare: il ricorrere della riflessione sul ruolo delle donne nel fascismo storico e nel neofascismo italiano. Partendo dal piccolo osservatorio delle iniziative del gruppo identitario viterbese si può infatti immediatamente notare l’attenzione riservata a queste tematiche e l’obiettivo di costruire un discorso sul “femminile”, ovviamente declinato a partire dai valori della destra. Si va dalla presentazione del libro Ignoto Militi – le donne raccontano il figlio d’Italia in cui si mette in evidenza il ruolo “non solo dei soldati” ma anche delle donne e delle madri che “come Maria Bergamas, hanno perso i loro figli, i figli d’Italia, nella grande Guerra” a Essere donne in un modo di femministe (sì, lo so, farebbe ridere se non ci fosse da preoccuparsi) di Cristina di Giorgi.

È importante osservare questo lavoro di ri-significazione e appropriazione, anche a partire un dibattito più consolidato, in paesi come gli USA e la Francia, per capire che sta succedendo qui da noi, in che modo e a quale scopo le destre hanno parlato e parlano sempre più di questioni e di violenza di genere e del ruolo politico delle donne nello spazio pubblico. Il libro di Léane Alestra Les Vigilantes. Surveillées et Surveillantes, ces femmes au cœur de l’extrême droite (Lattès, 2025) può accompagnarci in questa riflessione e darci qualche indicazione sulle contromisure da prendere nel prossimo futuro2.

Corpo della Donna/Corpo della Nazione

“Il nazionalismo si costruisce, si rinforza e si installa anche grazie alle mobilitazioni femminili reazionarie che lo spingono, lo normalizzano e lo legittimano” (p. 10, trad. nostra). Dietro alla modernità di facciata le forze reazionarie costruiscono il loro discorso su un meccanismo che si ripresenta continuamente nel tempo, che consiste nella costruzione di un nemico e nella la garanzia di una sicurezza che si paga con la moneta della riduzione dell’autonomia e della libertà.

In un’epoca nella quale, ed era ora, si parla sempre più frequentemente delle contromisure da adottare per migliorare la condizione delle donne, diminuire le situazioni di violenza e pericolo alle quali sono esposte, come abbiamo già sottolineato in altri testi presenti su Me-Ti3, le destre riorientano questa giusta e sacrosanta spinta dal basso dirottandola dalla giustizia sociale (maggiori tutele e risorse, lavoro culturale e educativo per ripensare i rapporti di genere, la sessualità, l’affettività, etc.) alla giustizia punitiva. Per le destre non si tratta però solo di rispondere a un problema sociale, sistemico e complesso con delle inutili misure repressive, ma di approfittare della richiesta di maggior attenzione e intervento sul tema per rafforzare il proprio discorso e costruire consenso attorno ad esso. Per farlo è necessario 1) fissare e naturalizzare l’identità femminile nell’immagine della persona nata biologicamente donna, bianca, cristiana, possibilmente madre; 2) costruire un nemico identificandolo nello straniero e nell’appartenente alle classi popolari (la violenza contro le donne sarebbe frutto di incultura – non di una precisa cultura patriarcale – o di impostazioni culturali/religiose non occidentali) 3) produrre una cultura della sorveglianza, in cui ogni forma di controllo e di repressione siano giustificate e normalizzate.

La retorica della sicurezza non si nutre solo della criminalizzazione dello straniero, ma anche di norme che stabiliscono un chiaro confine tra soggetti rispettabili e non e dell’autoreclusione delle donne: l’invito a “avere la testa sulle spalle”, a non andarsi a cacciare nei guai, non sono che un altro modo di dire che chi subisce un danno spesso, se non sempre, “è andato a cercarselo” indugiando in comportamenti inappropriati. Questa retorica si regge sull’immagine di un corpo femminile che è sempre doppio: da un lato c’è quello della donna bianca, responsabile della continuità nazionale che incarna, attraverso la difesa dei valori e dell’identità, ma soprattutto attraverso la maternità e l’educazione dei figli, unico modello accettabile dal punto di vista culturale sociale e morale. Anche e soprattutto da questo punto di vista la maternità e il corpo sono un affare di Stato: non si tratta oggi, come nel fascismo storico, di fare figli per la patria, piuttosto di diffondere l’idea che senza l’argine costituito dalla trasmissione ideologica di cui si fanno garanti le donne, la nazione sarebbe disfatta, contaminata, perduta per sempre. E con essa l’italianità, la bianchezza, il cristianesimo e la laicità – che in un perverso quanto paradossale intreccio vengono sempre associati.

Ovviamente non tutte le donne sono chiamate a questo compito. Se il corpo e la maternità di alcune viene rappresentato simbolicamente come ciò che c’è di più prezioso e da preservare, le altre – le donne razzializzate, che vengono dalle ex colonie, o da luoghi del mondo lontani, le “non rispettabili” – sono portatrici di una maternità maledetta (fanno troppi figli, quelle irresponsabili! Come pensano di mantenerli? Dovremo pensarci noi a discapito dei nostri, di figli? Come e a quali valori li educheranno?).

Questa rappresentazione e gestione differenziata, se non apertamente contrapposta della riproduzione, emerge nel trattamento ineguale sul piano materiale e simbolico che riguarda le donne bianche e quelle povere e razzializzate: le prime vengono stigmatizzate quando non diventano madri, le seconde quando lo diventano. “Per le donne razzializzate la maternità non è sinonimo di valorizzazione ma di sospetto. (…) Le si accusa di abusare degli aiuti sociali, si stigmatizzano le loro famiglie numerose, e le si dipinge come un fardello piuttosto che come una risorsa della società” (p. 151)4.

Le madri non bianche (e, nel caso dell’Italia, anche le terrone: quante volte abbiamo assistito alla ridicolizzazione e stigmatizzazione delle donne povere del Sud “incapaci di tenere le gambe chiuse e che vivono di sussidi”?) sono portatrici non di ordine ma di disordine “lo stato coloniale produce delle norme di genere specifiche che squalificano alcune identità e rinforzano queste gerarchie: opponendo alle strutture familiari indigene svalorizzate un modello di capofamiglia disciplinato, conforme agli ideali borghesi e agli interessi europei” (p. 41)5.

Nel progetto nazionalista francese, come in quello italiano, “la protezione delle donne e la regolazione della sessualità fungono da frontiere ideologiche” (p. 47). Similmente, sul piano della sicurezza internazionale, il corpo della donna e la sua libertà divengono strumenti di legittimazione e giustificazione per gli interventi militari, lo abbiamo visto Ieri per l’Afghanistan, oggi per l’Iran, ma anche in tutta la retorica che ha accompagnato il discorso sul diritto a “difendersi” di Israele, unica democrazia dell’area e unico stato nel quale verrebbero effettivamente rispettati i diritti della comunità LGBTQIA+.

Dark agency

“Il nazionalismo sessuale pone le donne bianche di fronte a un dilemma. Da un lato esse subiscono la dominazione etero patriarcale, dall’altro esse godono dei privilegi legati alla loro razza” (p. 71). La cultura della vigilanza non inquadra le donne solo come l’oggetto da proteggere ma anche come i soggetti deputati a diffondere e far permanere tale visione, attraverso la maternità e l’educazione dei figli, ma anche con una vera e propria attività militante esplicita, da svolgersi all’esterno delle mura domestiche.

È il caso dei collettivi “femministi di destra” ma anche delle donne-simbolo dei movimenti autoritari che incarnano l’esempio e la testimonianza di ciò che una donna può fare se stringe questo patto d’alleanza. “Il contratto di vigilanza si fonda su un doppio movimento: da un lato le donne sono sottoposte a una sorveglianza permanente, scrutate nei loro comportamenti, nelle loro scelte e nel loro aspetto; dall’altro sono incoraggiate a rivestire il ruolo di sorveglianti, contribuendo esse stesse alla perpetuazione di queste norme e alla disciplina sociale” (p. 82). Così il lato oscuro della cura, dell’educazione, ruoli ai quali le donne sono state socializzate, è quello di divenire un potere coercitivo e distruttore, uno strumento di controllo delle altre donne e della società tutta.

Si tratta di un’agentività che si nutre delle strutture oppressive piuttosto che trasformarle e contestarle. Di un’azione che si configura nel migliore dei casi come un tentativo di trovare un proprio spazio, come un adattamento, un conformarsi a tali strutture (docile agency), nel peggiore nel perpetuarle attivamente, rafforzandole, controllando e perseguitando attivamente chi per scelta o condizione non corrisponde al modello dominante (dark agency). L’agentività oscura non consiste semplicemente nella complicità involontaria tra oppressi e oppressori, nell’idea che il meccanismo che garantisce il perpetuarsi della dominazione no ha a che fare solo con la violenza fisica e diretta ma anche con quella simbolica, della quale ci ha ampiamente parlato Bourdieu ne Il dominio maschile, nella trasmissione più o meno involontaria, di valori, nell’adesione a e incorporazione di modelli. Non è solo auto-colonizzazione. È il tentativo di guadagnare per sè, a scapito dei propri simili, un posto al sole.

Quando Giorgia Meloni risponde a Serracchiani che la accusa di avere una posizione subordinata dispetto ai suoi colleghi di partito “le sembro forse una donna che sta un passo dietro agli uomini?” ha ragione e, insieme, ha torto. È vero, lei è un capo. Come lo è Marine Le Pen. Ma la loro posizione soggettiva non fa fare un solo passo in avanti a tutte le altre donne, né cambia il meccanismo sistemico dell’oppressione. È irrilevante rispetto alle condizioni complessive dell’insieme al quale appartengono. E anzi consente loro di giocare su un doppio fronte: chi potrebbe accusare una donna di fare politiche-antifemminili? E invece.

Loro, come tutte le donne che sottoscrivono, in varia forma e misura, questo “contratto di vigilanza” “ottengono una forma di potere limitato, sempre vincolato alla loro sottomissione alle strutture oppressive che reggono l’ordine sociale” (p. 100), non come singoli individui, per il quale l’affrancamento, sia pure nella forma del token, è sempre possibile, ma come gruppo.

L’essere donna (madre&cristiana), in una logica identitaria che purtroppo è fin troppo spesso trasversale alle appartenenze politiche, diviene un’arma contro le altre donne. Contro tutti i soggetti esposti e femminilizzati.

Essere nell’agone pubblico e combattere per preservare la sacralità della sfera privata, del materno, della famiglia – e con esse dell’identità nazionale – non appare più come una contraddizione, ma anzi è un modo di fare politica “al femminile” sempre più diffuso.

Ne sono un esempio, in varie declinazioni, le figure pubbliche appena citate, il collettivo Némésis, ma anche i Movimenti Pro Vita o il Movimento statunitense Mamme per la libertà (Moms for Liberty), fondato nel 2021 e che ha sostenuto la seconda campagna presidenziale di Donald Trump, che si occupa di vigilare sui programmi scolastici perché non siano “contaminati dall’ideologia gender” e di promuovere un ritorno ai valori familiari. Queste donne non esaltano la sfera privata ma utilizzano quella pubblica per rafforzarla, si autorappresentano come combattenti di una battaglia volta a ristabilire l’ordine naturale. Possono essere madri della Nazione in senso figurato come Giorgia Meloni o Marine Le Pen, paladine della maternità in senso strettamente generativo come le rappresentanti dei movimenti pro Vita, oppure Sante guerriere, ispirate a Giovanna d’arco, icone della resistenza patriottica, come le militanti identitarie di Némésis.

Hanno tutte forme e retoriche diverse, ma una cosa in comune: hanno scelto di riorentare le istanze e rivendicazioni della loro parte, di essere le aguzzine e le guardiane delle loro sorelle, di essere le Vigilanti, di porsi fuori e contro un’alleanza tra gli oppressi per prestare il loro volto e la loro voce pur di ricavare un po’ di potere per loro stesse.

  1. Il cui invito a Più Libri Più Liberi 2025, la fiera dedicata alla piccola e media editoria organizzata dall’Associazione Italiana Editori, ha scatenato, giustamente, non poche polemiche. In una lettera aperta moltissimi scrittori, scrittrici, persone che lavorano nell’editoria e case editrici esprimeva sdegno e sorpresa per la partecipazione all’iniziativa di “Passaggio al Bosco” e si sono dichiarati “sorpresi nello scoprire che (…) quest’anno abbia trovato spazio Passaggio al Bosco, casa editrice il cui catalogo si basa in larga parte sull’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita”. ↩︎
  2. Per un approfondimento sul “caso francese”: https://www.progettometi.org/analisi/lappropriazione-del-femminismo-da-parte-delle-donne-di-estrema-destra-in-francia/ ↩︎
  3. Per un odio e una rabbia politici. Una riflessione a partire da “Odio” di Şeyda Kurt; Un mondo senza galere: riflessioni a partire da «Abolizionismo. Femminismo. Adesso»; Giustizia femminista: la rivoluzione che non può essere rimandata
    ↩︎
  4. Questo invito alla maternità resta, anche da parte dei governi di destra, una sollecitazione solo teorica: non ha a che fare con l’investimento concreto su misure economiche e di supporto alle persone con figli, ma solo con il discorso su una buona generatività contro una cattiva generatività, dunque su chi dovrebbe trasmettere valori e quali valori. ↩︎
  5. NOTA su questo si veda anche Elsa Dorlin, La Matrice de la race. Génealogie sexuelle et coloniale de la Nation Française, La Decouverte 2006 e Stella, Félix Boggio Ewanjé-Epée, Stella Magliani-Belkacem, Les féministes blanches et l’empire, La Fabrique 2012. ↩︎

Newsletter

Segui gli aggiornamenti sul progetto Me-Ti!

Iscriviti