Su queste pagine (qui, qui e qui) abbiamo già avuto modo di analizzare le cause dietro alla guerra scatenata contro l’Iran da Israele e Stati Uniti; è utile però spendere qualche parola in più per dettagliare l’impatto che questa sta avendo sulle economie europee e non solo.
Gli attacchi dei regimi sionista e statunitense e la risposta del regime iraniano hanno scosso i mercati energetici. Dalla fine di febbraio, la chiusura dello Stretto di Hormuz e la distruzione o la sospensione delle attività delle infrastrutture energetiche hanno interrotto il flusso di petrolio greggio, prodotti petroliferi e gas naturale liquefatto.
Le esportazioni di petrolio e prodotti petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz rappresentavano circa un quinto della produzione globale nel 2025 e un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio, mentre le esportazioni di GNL in transito attraverso lo Stretto rappresentavano quasi un quinto del commercio mondiale di GNL. Data la scarsità di rotte di trasporto alternative per le merci energetiche interessate e le limitate possibilità di potenziare altre fonti di approvvigionamento nel breve termine, le recenti interruzioni si sono rapidamente ripercosse sui prezzi globali dell’energia.
Figura 1- Prezzi del petrolio ($/barile) e del gas naturale (€/MWh) negli ultimi 12 mesi

I prezzi del petrolio, partendo da una media per il 2025 compresa tra i 60 e i 70 dollari, hanno superato i 110 dollari al barile subito dopo l’inizio degli attacchi, per poi assestarsi poco al di sotto dei 95 dollari al barile negli ultimi giorni.
Il gas naturale ha ormai superato i 70 euro, ben al di sopra della media del 2025. I prezzi dei prodotti petroliferi raffinati hanno registrato un andamento ancora più brusco, riflettendo sia la contrazione dell’offerta di greggio sia le strozzature nella raffinazione e nella distribuzione.
Gli effetti si sono estesi anche al di là dei mercati energetici. I prezzi dei fertilizzanti hanno registrato un forte aumento e questo sta comportando un aumento dei prezzi globali dei prodotti alimentari. Nel complesso, gli aumenti dei prezzi dell’energia determineranno un aumento delle bollette energetiche delle famiglie e dei costi per le imprese e si ripercuoteranno gradualmente sui prezzi al consumo in generale.
In effetti, le pressioni inflative si stanno già facendo sentire: ad agosto 2026 l’inflazione annua dell’area dell’euro è salita al 3,3% (a febbraio era stata stimata all’1,9% e a maggio la stima era stata rivista al 2,5%), con la componente energetica che è schizzata al 14,3%.
Figura 2 – Inflazione annua nell’area dell’euro, stimata ad agosto 2026

Sarà proprio l’andamento dei prezzi energetici il motore dell’inflazione nei prossimi mesi, dal momento che diversi Paesi dell’UE sono ancora fortemente dipendenti dai combustibili fossili per la generazione di elettricità. In particolare, nel 2025, l’Italia ha prodotto il 46% della propria energia elettrica tramite gas naturale, mentre la Polonia ha ottenuto il 53% dell’elettricità dal carbone. Il carbone riveste un ruolo storicamente molto importante in Polonia, e nonostante i progressi ottenuti nella produzione di energia rinnovabile, occupa ancora una quota preponderante nel mix elettrico nazionale.
È giusto evidenziare che nell’ultimo decennio le economie dell’UE hanno ottenuto progressi reali nella riduzione del consumo di elettricità proveniente da fonti fossili: Reuters riporta che “nel 2016, l’energia elettrica prodotta mensilmente dalle fonti solare ed eolica oscillava tra 30 e 54 TWh, mentre la generazione da gas naturale superava spesso i 100 TWh”. Nel 2026, invece, solare ed eolico hanno raggiunto i 100 TWh mentre il gas naturale ha perso terreno. Ne consegue, sempre secondo il pezzo di Reuters, che il ruolo geopolitico del gas naturale in Europa è destinato a calare.
Figura 3 – L’evoluzione del mix energetico europeo

Tuttavia, le cose non sono così semplici: come mostra la Figura 3, il gas naturale nel 2025 contava ancora per il 24,1% del consumo totale di energia (elettrica e non) in Europa; la sua importanza è andata crescendo nel corso degli anni. Oggi, dunque, nel Vecchio Continente, il carbone sta progressivamente scomparendo come fonte di energia, ma per essere in gran parte sostituito dal gas naturale. Le fonti fossili (carbone, petrolio e gas naturale considerate assieme) ammontano ancora a più del 70% del consumo totale europeo di energia. Anche la Francia, che può vantare un parco imponente di centrali nucleari, ottiene poco meno del 50% della sua energia primaria da fonti fossili. Particolarmente dipendenti dal gas naturale risultano, ancora una volta, l’Italia, e i Paesi Bassi, dove il gas naturale conta per più del 30% del consumo totale di energia primaria.
Il consumo di combustibili fossili e di gas naturale in particolare, quindi, è calato ma non abbastanza. La strategia di diversificazione dal gas naturale russo e verso il GNL di produttori terzi perseguita a livello comunitario a partire dal 2022 non è stata efficace secondo nessuno dei tre obiettivi che ci poniamo come UE: dal punto di vista ambientale, non ha ovviamente prodotto un calo significativo delle emissioni; dal punto di vista geopolitico, ha sostituito la dipendenza dalla Russia con la dipendenza dal Qatar, dall’Algeria e soprattutto dagli USA; dal punto di vista della competitività economica, ha prodotto un netto incremento dei costi energetici, dal momento che il GNL è più caro del gas naturale.
I cittadini ed i lavoratori europei se ne sono accorti: secondo un recente sondaggio di YouGov, nei 5 principali Paesi dell’UE la maggior parte dei cittadini chiedono di ridurre la dipendenza delle proprie economie dalle importazioni di combustibili fossili e di accelerare la transizione verso sistemi energetici completamente decarbonizzati.
L’UE, però, e l’Italia in particolare, agiscono diversamente: nonostante la domanda annuale italiana di gas sia calata del 20% rispetto al 2021, i capitalisti stanno investendo massicciamente nell’importazione di GNL e nella costruzione di grandi impianti di rigassificazione (come quello di Ravenna), con l’attiva partecipazione di Saipem, Snam, Eni e di Intesa Sanpaolo.
Nel frattempo, nel 2025 la produzione di gas naturale negli USA ha raggiunto un nuovo record, ad una media giornaliera di 3,36 miliardi di metri cubi, e ci si aspetta che raggiunga 3,47 miliardi nel 2026. Nei primi 6 mesi di quest’anno, gli USA hanno esportato 490 milioni di metri cubi di gas naturale, il 23% in più che nello stesso periodo del 2025 e le stime puntano a più di 500 milioni nel primo semestre del 2027.
Ma come mai, con i costi di solare, eolico e batterie in rapido calo, noi europei non solo non abbandoniamo le fonti fossili ma continuiamo ad investire in nuove esplorazioni, in maggiori importazioni e in impianti di trasformazione?
Perché mentre la Cina in questi anni ha installato 1286 GW di pannelli solari e nel solo mese di marzo del 2026 ha esportato pannelli solari per 68 GW noi spendiamo miliardi di euro per acquistare e processare gas naturale liquefatto, ad un costo per i consumatori di gran lunga superiore?
Lo facciamo perché le energie rinnovabili costano meno e dunque offrono ai capitalisti minori opportunità di profitto; il sistema energetico nell’UE non è gestito nell’interesse dei consumatori, ma è ostaggio degli obiettivi delle compagnie energetiche: questi si riassumono sempre e inevitabilmente nella massimizzazione del profitto, il che significa che i cittadini europei devono restare schiavi del gas proprio perché il gas garantisce ingenti profitti alle aziende fossili, il solare e le batterie no.
La crisi energetica scatenata dall’invasione israelo-statunitense dell’Iran ha mostrato definitivamente che la dipendenza dai combustibili fossili, oltre a distruggere l’ambiente, minaccia la sovranità e l’indipendenza dei Paesi che li importano.
Molti Paesi del Sud globale, che acquistano petrolio e gas in dollari e per i quali quindi lo shock energetico rischia di esaurire le loro riserve di valuta estera, stanno prendendo misure drastiche, in alcuni casi disperate, per ridurre i consumi di energia e per decarbonizzare i loro sistemi produttivi: noi continuiamo a importare gas naturale liquefatto, perché l’UE non è in grado di (o, a voler essere precisi, non è intenzionata a) imporre un cambio di rotta alle aziende energetiche europee.



