Nell’ultimo mese si è tornato a parlare molto, su internet e sui giornali, di geopolitica e di lotta ai tiranni, di buoni (democratici) contro cattivi (teocratici), come anni fa si parlava della necessità di “esportare la democrazia”. La guerra in Iran è quindi narrata come un tentativo di liberare quel paese dalla (innegabile) crudeltà dei capi politici e religiosi, magari “favorendo” le rivolte interne, dopo aver decimato i miliziani del regime. Rivolta democratica che porterebbe poi a un nuovo governo più democratico e amico dell’Occidente (e magari anti-Cina e anti-Russia).
Subito dopo aver richiamato questa lotta fra visioni del mondo, però, tutte le fonti di informazione non fanno che parlare degli aspetti economici di questa guerra. Se fosse davvero una questione di idee, di lotta ai tiranni, non si dovrebbero fare i conti in tasca, ma dire: perseguiremo libertà, democrazia e diritti civili, costino quel che costino! E invece no: le preoccupazioni economiche sono sempre al primo posto dei politici e degli opinionisti globali, a dimostrazione di come lì risieda la base di tutto. Come già scritto su questo blog, per capire le ragioni delle attuali guerre dobbiamo allora abbandonare una prospettiva meramente geopolitica. Ciò non vuol dire però sposarne una genericamente ‘economica’ né tantomeno ‘economicista’. Questa critica proviene quasi sempre da chi vuole occultare le condizioni materiali di produzione e di proprietà che caratterizzano il capitalismo. E non è un problema recente: “la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante […] Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda” (Engels, 1890).
Per essere quindi meno economicisti e più precisi, dobbiamo analizzare i possibili vincitori e perdenti della guerra in Medio Oriente su tre livelli di conflitto economico: fra Stati o blocchi di Stati; fra grandi capitali (fra di loro e contro i piccoli capitali); e, ultimo ma sempre determinante, fra capitale e lavoro (ossia in termini di peggiorate condizioni dei lavoratori nel mondo).
In questa prima parte ci fermeremo al primo livello di analisi. In termini di conflittualità inter-imperialistica, emerge che “lo Stretto di Hormuz è un pilastro della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Chi controlla Hormuz può cambiare il paradigma non solo dei flussi energetici, ma dell’economia globale. Da lì passa oltre il 20% del petrolio mondiale, oltre a prodotti petrolchimici, fertilizzanti e raffinati. È uno dei tre grandi colli di bottiglia globali insieme a Malacca e Panama. Se gli Stati Uniti consolidassero il controllo, dopo Panama, otterrebbero un vantaggio geostrategico enorme sulla Cina”.
Questa lettura della guerra è già stata chiarita su questo blog e sta diventando dominante anche sulla stampa mainstream. A volte in maniera più approfondita, altre in maniera un po’ semplificata, tanto che altri commentatori hanno fatto notare come l’impatto energetico sulla Cina sia meno rilevante di quanto appaia, grazie anche al processo di diversificazione del mix energetico cinese. Dobbiamo allora abbandonare la semplice analisi del mercato dell’energia, o di altre materie prime, per capire come la conflittualità fra USA e Cina operi oggi attraverso e oltre il Medio Oriente. Una buona approssimazione dei blocchi contrapposti è visualizzabile nelle immagini dei due progetti di corridoi economici (commerciali ma anche e soprattutto di investimenti produttivi di multinazionali) che dall’Asia orientale e meridionale vengono verso Ovest. Parliamo da un lato della cosiddetta nuova via della seta o BRI (Belt and Road Initiative) gestita dalla Cina, dall’altro lato del corridoio IMEC (India–Middle East–Europe Economic Corridor) che dall’India, via Arabia Saudita e Israele, arriva in Europa.

La mappa1 mostra chiaramente come i paesi attualmente più sotto pressione siano tutti appartenenti al primo progetto, quello cinese: Iran, Turchia, Russia. Tale pressione renderebbe più profittevoli tutti quei capitali legati invece al corridoio IMEC, che transita proprio in quei paesi del Golfo che sono oggetto della controffensiva missilistica iraniana: Emirati Arabi Uniti, Qatar, oltreché Israele. La destabilizzazione odierna e il controllo futuro del Medio Oriente sembrerebbero allora pienamente coincidenti con gli investimenti capitalistici lungo una di queste due direttrici.
Ma c’è un’ulteriore variabile da considerare: la moneta con la quale tali investimenti vengono fatti. Parlare di conflittualità fra USA e Cina significa anche parlare di lotta fra investimenti in dollari contro investimenti in renminbi/yuan; moneta che sta progressivamente sfidando lo storico monopolio del dollaro soprattutto quando si tratta di compravendita di petrolio. Monopolio che era stato già minacciato dall’euro, quando Saddam Hussein decise nel 2000 di far pagare il petrolio iracheno in euro. Decisione che durò poco, vista soprattutto la “seconda guerra del Golfo” del 2003. Una tematica che torna ancora oggi, dato che l’Iran potrebbe decidere di far passare per lo stretto di Hormuz solo chi accetterà di pagare il petrolio in yuan2.
Per concludere questo primo livello di analisi, è bene ricordare che nel conflitto fra i due giganti, USA e Cina, altri paesi pagano. Ad esempio, come scritto dal Wall Street Journal e richiamato dal Sole24Ore, gli effetti negativi impatteranno più o meno su tutti, ma in particolare alcuni paesi europei pagheranno un prezzo alto. Fra questi, andrà particolarmente male all’Italia: più che per il rialzo del prezzo del petrolio, piuttosto per la dipendenza dal gas del Medio Oriente. Un problema ribadito anche dal ministro Crosetto: “Il fatto di aver coinvolto gli impianti di produzione energetica da tutte e due le parti è stato un errore drammatico, perché sono danni che durano una vita. La produzione di gas liquido del Qatar per noi è una produzione molto importante come Italia. Per l’impianto che è stato colpito, ha detto ieri l’autorità qatarina, ci vorranno 3-5 anni per rimetterlo in piedi. Quindi tu fai un danno all’economia del mondo di altri Paesi che sono al di fuori della guerra per i prossimi 3-5 anni”.
Lo stesso punto dichiarato, indirettamente, dal presidente del governo spagnolo Sanchez quando ricorda che il costo dell’energia in Spagna è molto più basso di quello italiano, francese o tedesco, grazie agli investimenti del governo iberico in energie rinnovabili. Ma è solo un esempio: molti altri commentatori economici hanno evidenziato “quali paesi vincono e quali perdono” nella situazione attuale. Cosa manca, allora, in questo “primo livello” di analisi? Manca soprattutto la trasversalità dell’impatto economico, ossia come i vantaggi e gli svantaggi delle guerre attraversino settori e paesi. Siamo davvero convinti che tutti gli spagnoli o i cinesi ci guadagnino, e tutti gli italiani o i francesi ci perdano, in questa guerra? Lo vedremo nella seconda parte.



