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Un nuovo ciclo di lotte in Europa: crisi politica o crisi di regime?

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Un nuovo ciclo di lotte in Europa: crisi politica o crisi di regime?

Al rientro dalla pausa estiva, in praticamente tutti i paesi del continente europeo si sono scatenate proteste, manifestazioni e scioperi che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone. Negli ultimi tre anni, l’Europa era stata al centro delle massicce proteste contro il genocidio contro il popolo palestinese e la complicitià dei governi occidentali. Ma la Palestina è stata capace di politicizzare e radicalizzare questa spinta morale di chi è sceso in piazza durante il ciclo palestinese. Infatti, oggi, i temi per cui l’Europa è in fermento sono strettamente materiali: dalle strutture scolastiche fatiscenti all’esplosione del costo del carburante, dal “diritto alla casa” ai salari che non bastano più per arrivare a fine mese.

Al di là delle differenze che esistono tra le mobilitazioni e che abbiamo approfondito in diversi articoli pubblicati durante le ultime settimane (per la Francia vedi qui, qui e qui, per la Spagna qui e per l’Italia qui e qui), in questa breve riflessione andiamo ad identificare piuttosto cinque elementi che le accomunano e che ne fanno un inedito ciclo di lotte nel nostro continente.

1. I movimenti sono il risultato di una profonda crisi del modello di sviluppo europeo. Negli ultimi decenni, il processo di integrazione europea ha approfondito le disuguaglianze sociali sia all’interno di ogni singolo paese che tra i paesi del continente. Sono stati perlopiù i trattati di Maastricht (1993) e l’introduzione dell’Euro (2002) a mettere sotto pressione la classe lavoratrice europea, da un lato introducendo meccanismi di “freno all’indebitamento” (deficit al 3% e debito al 60% del PIL) che hanno messo sotto rigido controllo le spese destinate ai salari e allo Stato sociale, dall’altro cristallizzando le asimmetrie strutturali tra “centro” e “periferia” con l’impossibilità di riequilibrare le economie attraverso i tassi di cambio (svalutazione della moneta che permette alle “economie deboli” di non perdere competitività). In parole povere, le politiche neoliberiste di austerità e di redistribuzione dal basso verso l’alto – esse stesse già una risposta capitalistica alla propria crisi di accumulazione – hanno favorito il capitale finanziario transnazionale e indebolito fortemente la classe lavoratrice europea, approfondendo così i problemi strutturali del capitalismo.

Se la crisi del debito sovrano aveva colpito in primis i paesi del Sud, la pandemia di Covid-19 prima (2020) e l’inizio della guerra in Ucraina dopo (2022) hanno avuto forti ricadute sull’intero continente che da allora è entrato in una vera e propria “economia di guerra” con ulteriori tagli al welfare e agli stipendi e ingenti investimenti pubblici indirizzati al settore bellico (spese escluse dal calcolo del deficit pubblico!). Le contraddizioni tra i bisogni delle classi popolari europee e le politiche delle classi dirigenti continentali sembrano quindi arrivate all’estremo – e tutto questo mentre continua la sottomissione agli interessi dell’imperialismo statunitense che si è confermata nella complicità al genocidio contro il popolo palestinese, nell’accettare, senza minima messa in discussione, l’aumento delle spese militari e la sempre più importante presenza di capitale statunitense nell’economia europea.

2. Non siamo semplicemente di fronte a una crisi politica, bensì a una crisi di regime capitalistico. Le mobilitazioni di massa non hanno risparmiato nessun governo europeo, che questo sia “socialdemocratico” come in Spagna, centrista come in Francia o di ultradestra come in Italia. E le proteste non si sono neanche limitate a una misura piuttosto che a un’altra: tutti i governi vengono individuati come l’espressione del sistema capitalistico che non risponde ai più fondamentali bisogni popolari. Oggi, alla crescita economica dello zero virgola, all’aumento stratosferico dei prezzi dei beni di prima necessità e alla crisi demografica e a tutte le sue conseguenze nefaste, i governi rispondono con sempre più privatizzazioni e tagli sociali. Non ci troviamo più semplicemente di fronte a una destabilizzazione politica congiunturale, ma a una crisi sistemica che mette in discussione l’integrità del famigerato “patto sociale europeo”. Ne sono una prova la capacità con cui i diversi soggetti sociali in campo in Europa – soprattutto le giovani generazioni – mettono in relazione le loro condizioni sociali di studio e di lavoro con la crisi del capitalismo.

3. La crisi di regime si esprime anche nella violenta repressione a cui i movimenti devono far fronte. In praticamente tutti i Paesi, i governi in carica – scortati dai grandi media mainstream – hanno puntato a delegittimare i movimenti e le loro rivendicazioni politiche. Prima con la pura violenza delle forze di polizia che ha portato a mutilazioni di decine di persone e arresti preventivi anche di minorenni; poi con l’approvazione, in tempi record, di nuovi decreti sicurezza che introducono ulteriori misure punitive contro minorenni e limitano il diritto democratico al dissenso; infine con una pratica discorsiva volta a creare un grande amalgama tra migrazione, islam e comunismo con ricadute politiche concrete: il mostro da sbattere in prima pagina oggi è il “teppista migrante” (Germania), il “francese di origine immigrata” (Francia) o il “maranza” (Italia) e la più grande preoccupazione dei politici non è, per esempio, la guerra, bensì “il legame malato tra comunisti e islamisti” (Salvini, 22 ottobre 2026).

Lontani sono i tempi in cui capi di Stato e ministri erano capaci di entrare in un rapporto dialettico con un movimento sociale di massa che esprimeva un dissenso. La crisi di regime è anche, quindi, una “fine della politica” dall’alto.

4. La centralità di una nuova generazione che ha accumulato esperienze di radicalizzazione politica e non ha mai vissuto “tempi migliori”. Sì, stiamo parlando della Gen Z, o, come preferiamo chiamarla, la Generazione Gaza. Diversamente da quello che ci vogliono raccontare politici e mass media, le attuali proteste non sono uno scontro tra giovani e vecchi. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il fatto che è proprio la più giovane generazione ad essere protagonista in questo ciclo di lotte. Primo, perché sta subendo in modo più diretto la precarizzazione delle condizioni di studio e lavoro in cui è scivolato il capitalismo europeo e mondiale, senza aver mai vissuto condizioni migliori. Secondo, perché negli ultimi anni ha accumulato delle esperienze politiche a ritmi ravvicinati – dal movimento femminista a quello ecologista, dai movimenti contro la repressione poliziesca a quello per la Palestina – che l’ha radicalizzata. E terzo perché si tratta di una generazione altamente connessa con il mondo grazie allo strumento dei social media con cui ci si forma politicamente e attraverso il quale si comunica tra una città e l’altra, tra un Paese e l’altro. Infatti, non è un caso che in diversi Paesi gli studenti medi abbiano applicato lo slogan “fare come in Francia”.

Così, il grigio mondo in cui questa generazione sembrava essere rinchiusa senza alcuna speranza di cambiamento tutto ad un tratto diventa modificabile. È “bastata” l’azione concreta di milioni di persone per aprire le possibilità di cambiare tutto.      

5. L’esito di questo ciclo di lotte è ancora aperto. Non lo diciamo semplicemente perché siamo degli inguaribili ottimisti. Certo, la storia ci insegna che anche dopo un movimento radicale di massa la reazione può prendere il sopravvento, come nel maggio/giugno francese del 1968. Inoltre, ci troviamo di fronte a delle forme sempre più autoritarie della gestione dello Stato, anche in quelli gestiti dai cosiddetti governi liberali (ricordiamo che per esempio in Francia è il centrista Macron ad introdurre il coprifuoco, schierare l’esercito, arrestare minorenni e utilizzare la forza totale per reprimere il movimento). 

Ma l’attuale ciclo di lotte ci dice tanto altro. Con il minuzioso lavoro politico nelle scuole, nei posti di lavoro e nei territori si è riusciti a organizzare la convergenza tra i diversi settori della classe lavoratrice. In Francia come in Italia per esempio, la potenza degli scioperi generali risiede proprio nell’integrazione della classe lavoratrice nel movimento generale. Siamo costretti a soffermarci su Francia e Italia, perché è possibile rilevare una differenza sostanziale che riguarda la presenza di organizzazioni politiche di peso e la questione della rappresentanza.

Quello che sta succedendo nelle attuali mobilitazioni francesi corrisponde a un processo di polarizzazione politica e sociale: mentre l’estrema destra si conferma e si consolida in quanto “partito dell’ordine” e il centrosinistra, nel tentativo di cooptare le proteste, rimane in mezzo al guado per una sua incapacità strutturale di assumere un ruolo politico, La France Insoumise (LFI) si afferma come partito di “rottura” e della “trasformazione”. LFI svolge un ruolo che va oltre il semplice sostegno delle proteste e dà al movimento uno sbocco politico e istituzionale. Riesce a fare da cerniera tra piazza, sindacati e istituzioni, trasformando le rivendicazioni del movimento in programma politico, senza mai mettere in discussione l’autonomia del movimento. 

In Italia manca un soggetto paragonabile: le mobilitazioni, anche quelle più partecipate come lo sciopero generale del 30 ottobre, restano spesso frammentate, senza una rappresentanza parlamentare forte che ne amplifichi le richieste e le trasformi in proposta politica. Anzi, i partiti del centrosinistra non hanno perso l’occasione di dissociarsi dalle pratiche di piazza più radicali, finendo per esporre ancora di più gli stessi manifestanti alle misure repressive promosse dal governo e alla criminalizzazione fatta dalla propaganda mediatica.

Il coinvolgimento di un’organizzazione di “rottura” è quindi fondamentale: il movimento può vivere, crescere e mantenere la sua radicalità anche senza di essa, ma rischia di sedimentare poco e di avere minor durata. Il punto non è solo avere la capacità di influire direttamente sulle scelte parlamentari, ma di far sì che i risultati delle singole lotte e dei singoli cicli mobilitativi non si disperdano. Questo ci sembra oggi una delle fondamentali prerogative per far cadere un potere traballante.

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